Poesia

Fu sereno l’andare tra gli ulivi
di contrada in contrada, colle a colle,
lungo rive assolate o mormoranti
ruscelli, percorrendo le pietraie,
i piedi a calpestare l’erba nuova
sotto cieli tranquilli, rischiarati
dalle fresche speranze che recavi,
dalle promesse antiche realizzate
nel crisma del tuo nome. Camminavi
conoscendo l’umano, l’aspra gioia
di carne e sangue, i suoi fugaci ardori
su cui la morte a tratti, inesorabile,
minacciando l’oblio d’ogni parvenza,
distendeva la sua feroce ombra.
Quanta pietà per l’uomo che graziavi
del tuo amore divino, nutrimento
alla sua cupa anima assetata
di verità e giustizia. Tu portavi
la dura umanità come fardello
e alleggerivi l’uomo del suo peso.
Troppo fu il dono per alcuni, tanta
la luce che irradiò dal tuo sembiante
da restarne abbagliati. Ti respinsero
per la profondità della vertigine
che svelava il tuo sguardo e l’arduo fuoco
delle tue dita quando comandavi
alle tempeste, al Male, o perdonavi

sciogliendo tumescenze di peccato
a chi umilmente ti accoglieva in cuore.
Pochi intesero quanto rilucesse
l’oro sublime della tua parola.
L’uomo ha minimi sogni, era appagato
se il tuo gesto mutava l’acqua in vino,
se da uno facevi mille pani
e al suo fragile corpo, liberato
dal vile e dal deforme, consentivi
ancora vita. Ma la deità
che per lui riscattavi lo smarriva,
la sua povera stoffa non reggeva
un cosí forte vento, l’impetuoso
fiume trasfigurante debordava
l’alveo ristretto della sua ragione.
E credendo che tu fossi minaccia
per la materia e le sue fredde leggi,
quelli che non t’avevano accettato
ruppero il filo che da te veniva
e collegava il mondo al trascendente
regno di cui fornivi la certezza.
S’illudevano che spegnendo il fuoco,
soffocando la voce che parlava,
uccidendo la mano guaritrice,
e nei tuoi occhi, consolanti sempre,
lo sguardo aperto sull’eternità,
avessero già vinto la partita
vanificando l’alto sacrificio.
Ci fu il tuo grido e quello della Madre,
il sole pianse, gli alberi fremettero
mentre il sangue, lasciando le tue vene,
redentore scendeva fino agli Inferi.
E ora, in questo tempo rinnovato,
dall’abisso di tenebra un solenne
canto e un glorioso folgorare erompono
colmando l’aria di richiami e voli:
spezzano le catene che ci legano
in schiavitú mortale. Si rallegra
zolla per zolla il volto della terra.
E il legno che fu croce rifiorisce.

Fulvio Di Lieto