Poesia

rratici percorsi ti conducono
a un mondo costellato di rovine:
s’ergono a baluardo, muro spesso
d’opera incerta. Dove sei diretto,
e cosa speri di trovare quando
avrai passato il limine di pietra?
E dentro, che viatico ti parla?
Dicono i saggi che a una certa età
l’anima si rifugia in un segreto
giardino della mente, un viridario
ingombro delle cose tralasciate
lungo il sentiero della vita, oggetti
gravosi da portare, o invano amati
e dolorosi. Un luogo immaginale
circonfuso di cielo, e perciò detto
con estrosa pietà locus ceruleus.
Lí solitario, in quella luce equorea
da fondale marino, ti riposi,
e trova pace la memoria mentre
lo sguardo vaga a fare l’inventario
dei riposti valori. O almeno tenta.
Ché rapida al contatto si ritrae
la mano mentre l’occhio già sedotto
da lusinghe visive si distrae
dall’impatto penoso coi ricordi.
E sei di nuovo in fuga, riprendendo
la via di sempre, quella che t’insegna
una diversa, acuta solitudine:


non permanenza avulsa, abbandonata
tra le reliquie del passato, ma
nel flusso della gente che cammina,
viva spora dinamica, smarrita,
tu particella espulsa, ripudiata,
aliena alle fusioni, alle simbiosi,
refrattaria agli scambi delle osmosi,
alle coinvolgenti permeazioni.
La sorte sembra voglia destinarti
nella corrente a fluitare e non
a farti dalle onde assimilare.
E ancora, non è questa la ragione:
forse perdesti il regno dell’infanzia,
qualcuno te lo tolse con la forza
e da sempre lo cerchi, ne sei esule.
Ogni forma del mondo lo ricrea.
Vedi miraggi nel vagabondare,
nuvole all’orizzonte sono torri
smerlate nell’azzurro, lampi evocano
fuochi di benvenuto al pellegrino,
il vociare dei pini folla in giubilo.
L’ombra piú scura valica il fossato
e tu la credi ponte levatoio,
la percorri, si aprono i battenti
dell’antico portale, forte cigolano
i cardini rimossi dalla ruggine.
Ma è solo il vento, e un varco tra le pietre
che restringe in un sibilo l’immenso
fiume sonoro, e un canto di cicale.
S’alzano in volo passeri dall’erba
che ruderi proteggono. Il vilucchio
serpeggia alla ricerca di frescura
dentro nicchie di porfido, ma intorno
balena a tratti un verde già pervaso
dai riflessi dell’oro. Incontenibile
l’estate è qui, vulcano e precipizio
nei bollori magmatici, deserto
percorso dai simun, vasto crogiolo
cui, noncurante di bruciore e arsura,
sfuggi cosí. Piú oltre vedi splendere
ai lati del sentiero che ti attende
piú serene pasture, e nuovi sogni
ti prendono per mano, ti accompagnano.

Fulvio Di Lieto