Astrosofia

Stando al battage dei media, nel mese di gennaio scorso due sonde spaziali gemelle, denominate “Spirit” e “Opportunity”, hanno raggiunto due punti diversi della superficie di Marte. Dal loro interno sono usciti due rover, specie di carrellini semoventi che, muniti di sofisticate apparecchiature ottiche, elettroniche e telematiche, alla velocità di 36 metri l’ora starebbero perlustrando il suolo del pianeta piú vicino alla Terra per distanza e condizioni ambientali.
La presente missione segue in ordine di tempo quella delle sonde “Viking” del 1977 e “Mariner” del 1973. Se la cronologia è articolata e diversa, uguali in fotocopia sembrano le immagini ricevute dalle tre missioni: sassi e sabbia in una diffusa atmosfera rossastra. Nulla di nuovo quindi e di straordinario che possa giustificare l’enorme dispendio di mezzi, denaro e impegno umano. Marte, da qualunque angolazione lo si guardi, e con ogni tipo di strumenti, sonde o rover lo si voglia indagare, si mostra il pianeta che da sempre l’umanità ha ritenuto ostico e negativo.

Noi moderni conosciamo nove pianeti. Gli antichi ne contavano sette, includendo nel novero la Luna e il Sole. Da qui i giorni della settimana, i Cieli arcani e le relative dimensioni astrali, i quarti lunari e, con molta probabilità, la valenza sacra e misterica del numero sette. L’astrologia antica attribuiva ai pianeti delle qualità intrinseche, per cui Saturno veniva associato alla terra, Mercurio all’acqua, Giove al legno, Venere al metallo e Marte al fuoco. L’astrologia e i sistemi speculativi ad essa ispirati hanno stabilito sequenze analogiche e rispondenze simboliche tra i pianeti e gli elementi, tra le loro forze polari intelligentia e daemonium e le persone nate nel loro segno, alle quali conferivano il carattere corrispondente alla propria natura planetaria. Per cui gli individui dominati da Marte erano “marziali”, e quindi esuberanti e battaglieri, gioviali se dipendevano dagli influssi di Giove, cosí come potevano esserci individui solari o volti al mistico e al magico se influenzati dalla Luna.
La corrispondenza astrale non riguardava soltanto i cosiddetti “figli dei pianeti”, ma si estendeva ai numeri, alle gemme, ai profumi e ai colori che, a seconda del collegamento con questo o quel pianeta, ne assumevano le qualità e l’umore. Superfluo quindi specificare in che modo Mercurio e Venere plasmassero il carattere dei soggetti umani nel cui oroscopo questi due pianeti occupavano una posizione dominante.
L’identificazione simbolica con le divinità ha fatto sí che Marte, nella sua espressione deificata, formasse la Triade divina allo stesso modo che Giove, Giunone e Minerva costituivano a Roma quella capitolina.
Marte era una divinità protolaziale venerata in particolare dalle popolazioni latine e sabine, e in origine era invocato essenzialmente a tutela del lavoro dei campi e della pastorizia, le attività preminenti nell’economia delle genti italiche dei primordi. Proteggeva il germogliare della vegetazione, delle “marze”, vale a dire dei giovani virgulti fioriti delle prime gemme. Piú tardi, poiché il suo culto coincideva con l’inizio dell’anno romano e con l’avvio delle campagne militari, venne assimilato al dio greco della guerra Ares. Guerra e agricoltura, dunque, i pilastri della società quirite.
In onore di Marte, presso le popolazioni sabine e latine si celebrava un rituale misterico importante: il ver sacrum, ovvero la primavera sacra. Questa cerimonia aveva inizio alle calende di marzo: si rinnovavano le corone di alloro da appendere agli usci delle Curie e alla dimora del sacerdote di Giove (flamen Dialis), di quella del sacerdote di Marte (flamen Martialis) e di quella di Romolo Quirino (flamen Quirinalis) Una vestale procedeva poi all’accensione del fuoco sacro, che era stato spento a febbraio, al termine dell’anno. La sacerdotessa designata praticava con una trivella un foro in una tavola ricavata dal tronco di un albero fruttifero (arbor felix). L’attrito tra metallo e legno generava l’ignizione. Il fuoco che ne scaturiva veniva portato al tempio in un braciere di bronzo. Da qui, simbolicamente, un tizzone era poi consegnato quale viatico ai giovani che andavano a fondare nuovi insediamenti lontani dalla città madre. Il “focolare” costituiva infatti, una volta scelto il sito da colonizzare, il nucleo dal quale si sarebbe animata la nuova comunità. E quel granello di legno ardente ne sarebbe stato il seme. Guidavano i gruppi dei migranti, indicando loro la strada, gli animali sacri a Marte: il picchio verde e il lupo.
Ad avvalorare il legame di Marte con la dimensione agreste, Ovidio narra la leggenda che vuole il dio legato strettamente alla natura vegetale, alla forza generativa che presiede al nascere e al crescere delle piante, al propagarsi dei semi e agli innesti che si praticavano durante il mese a lui dedicato. Narra il mito riportato da Ovidio, che Giunone, irritata per la nascita di Minerva direttamente dalla testa del marito senza la sua partecipazione, si riproponesse di rendere a Giove la pariglia. Chiese allora a Flora, la dea della forza linfatica che alimenta la vita vegetale, di procurarle un fiore magico capace di renderla feconda senza l’intervento maschile. Fu cosí che venne concepito Marte, grazie al semplice contatto di sua madre, la regina degli dèi, con un fiore miracoloso raccolto dalla ninfa che, amata da Zefiro dio del vento, era divenuta dea anch’essa, con la potestà di regnare sui fiori spontanei dei campi e su quelli coltivati. Era lei per questo che faceva produrre alle api il miele.
Anche a noi, uomini progrediti e malati di densità e promiscuità demografica – derivante dall’insensata inurbanizzazione e dal conseguente abbandono di vasti spazi aperti – il pianeta Terra sembra stare stretto. Sgomitiamo, scalciamo alla ricerca su nuovi pianeti di quanto qui già abbiamo senza saperlo vedere e apprezzare. Per questo, mancandoci l’essenziale pur abbondando del superfluo e dell’effimero, anche noi come i popoli protolaziali tentiamo di celebrare, a modo nostro, s’intende, il ver sacrum, la diaspora interplanetaria, per andare a cercare altrove nello spazio le condizioni idonee a formare una nuova civiltà.
Ma quale fuoco sacro e germinale portiamo noi da questo nostro pianeta in stato di deliquescenza, un mondo stanco, tarato da nevrosi d’angoscia da un lato e da deliri di potenza dall’altro? I giovani romani e sabini camminavano tenuti per mano dagli dèi, ne leggevano i segni e ne rispettavano i dettami. Procedevano sicuri nell’alone della trascendenza mistica, baciati dal candore di ideali archetipici non ancora intaccati dalla tabe dell’opportunismo e del prosaico. Le loro fronti splendevano di un’eroica innocenza e le città che andavano a fondare si ergevano nel nome di valori superumani. Non era quella una fuga dalla società in cui erano nati, cresciuti e diventati uomini. Essi incarnavano le cellule vitali di una benefica metastasi, che irradiava umori e valori di alta moralità. Rispettosi della triade Dio-natura-uomo, portavano lo spirito di un’essenza interiore di individui aggregati in un popolo e ne facevano l’anello di una catena di comunità aventi lo stesso retaggio animico. Erano missionari di civiltà.
Tutte queste considerazioni sembrano invece cedere il passo, nell’approccio alla realtà marziana da parte di scienziati e tecnici, a un opportunismo di stampo pragmatico. È già in atto una colonizzazione semantica nella mappatura del pianeta visitato dalle sonde: Mount Olympus, Gusev Crater, Endurance Valley, Columbia Hills e via di seguito. Forse a questa dominazione seguirà una lottizzazione sulla carta, anzi, sulle carte topografiche marziane. A meno che – come ipotizzava un celebre film di qualche anno fa, Capricorn one, in una tesi di fantasia ma molto plausibile – la conquista del pianeta rosso non sia stata tutta una messa in scena politico-elettorale e le immagini inviate dallo spazio profondo in realtà provenissero da una segreta località terrestre. Come nel caso della citata pellicola, nella quale in un hangar militare abbandonato nel deserto del Nevada era stato allestito un vero e proprio set cinematografico, riproducente con verosimigliante fedeltà il suolo del pianeta su cui gli ignari piloti dell’astronave, costretti con l’inganno a quella farsa, avevano messo piede. Se cosí fosse anche nella presente missione, gli acquirenti dei fantomatici lotti marziani resterebbero con un pugno di sabbia terrestre.
Ma a parte le frodi e le combine elucubrate dalle finzioni letterarie e cinematografiche, Marte risulta comunque deludente. Il motivo è da ricercare nell’aspettativa, da parte degli scienziati, di una realtà fisico-materica simile alla nostra, obbediente alle leggi chimiche e biologiche della terra. La totale assenza nell’ambiente esteriore visibile del pianeta “piccolo apportatatore di calamità” – come era ritenuto dagli antichi astrologi – di elementi come acqua, aria e di processi geologici simili a quelli terrestri, induce i ricercatori materialisti a prospettare una sterilità biologica assoluta su Marte. Le conoscenze esoteriche affermano invece che ogni pianeta ha una sua propria dimensione, e che l’esistenza dei suoi abitanti si svolge su piani diversi da quelli terrestri, non percepibili quindi dai nostri organi sensori. Sappiamo peraltro, grazie alla Scienza dello Spirito, che l’uomo entra in contatto con quelle dimensioni ogni notte durante il sonno profondo, e nel periodo fra morte e nuova nascita. Per quanto specificamente riguarda Marte, sempre la Scienza dello Spirito ci rivela il ruolo avuto da questo pianeta in un lontano passato, quando fu teatro di grandi conflitti tra i suoi abitanti, al punto che il Buddha, per redimerne il karma, accettò di compiere un sacrificio personale simile a quello del Cristo sul Golgota.
Queste rivelazioni sono ardue da accettare per gli individui dell’epoca attuale, incapaci di adoperare il calibro trascendente per misurare le proprie azioni e gli eventi cosmici. Siamo immersi nella materia, ne siamo integralmente condizionati. Laddove andare nello spazio è un procedere per vie e mezzi eterico-astrali di cui fatichiamo a impadronirci, per colpa di un sistema di disvalori planetari diventati la nostra prassi esistenziale. Noi ci fidiamo ormai solo della macchina, del congegno, e per sottrarre le nostre navicelle spaziali alla gravità terrestre bruciamo energie materiche colossali, risorse economiche e intellettuali sconfinate, che andrebbero utilizzate per cause e propositi migliori sulla Terra. In questo nostro delirante procedere, abbiamo iniziato a lasciare scorie e detriti nel vuoto cosmico. Se le sonde Spirit e Opportunity fossero veraci, l’inquinamento marziano, dopo quello terrestre, sarebbe già iniziato.
Cosa cerchiamo in verità con queste imprese che ricordano un po’ la megalomania babelica del “mai troppo alto”? Spazio territoriale, risorse minerarie, scoperte scientifiche strabilianti? Pretendiamo di sceverare i segreti dello spazio e degli altri corpi celesti e non abbiamo neppure esplorato l’interno della Terra e contattato le creature che lo abitano. Continuamente si ritrovano specie di pesci e piante ritenute estinte, cosí come tribú primitive allo stadio neolitico avvistate nelle foreste del Borneo o dell’Amazzonia, vedi i famigerati “flecceros” brasiliani scoperti di recente. E, cosa piú grave, non utilizziamo se non superficialmente tutte le potenzialità animiche e cerebrali dell’uomo, le sue virtú spirituali e le facoltà possenti che da esse potrebbero e dovranno sbocciare.
Questo desiderio di esorbitare dalla nostra Terra per incognite periegesi spaziali è semmai il segnale di un volerci in fretta allontanare dallo scenario di un disastro fallimentare filosofico, economico, scientifico, sociale. Il parco divertimenti di maldestri orchi mangioni che, avendo guastato e smembrato i loro giochi, sono alla ricerca di nuove aree ludiche dove ricominciare a imbrattare, rompere, consumare e distruggere. A quando una missione alla scoperta dell’Uomo vero? Vasti e doviziosi territori ci attendono, inesauribili per consolazioni e ricompense. Invisibili all’ottica materiale ma quanto mai reali e percepibili alla visione dello Spirito.
Ciò sarà possibile solo quando avremo del tutto sublimato la nostra natura fisica, eterizzato il gravame biologico che ci rende vulnerabili alle mille e piú insidie batteriche, virali, alla dilatazione del tempo e dello spazio oppure alla loro estrema rarefazione. Cosí come siamo adesso, possiamo unicamente eccitarci guardando ciò che la TV ci ammannisce: un robottino che avanza a 36 metri l’ora su una distesa di sassi e buche, che si pretende sia Marte, cercandovi segni di vita. Una vita su quel pianeta c’è, ma nessuna sofisticata videocamera riuscirebbe a coglierla e rivelarla, poiché ha occhi come i nostri: vedrebbe soltanto la dimensione fisica, considerata dall’attuale scienza materialistica la realtà ultima.

Ovidio Tufelli