Redazione

Di fronte alla omosessualità non ho pensieri, non ho idee, non so cosa affrontare e mi trovo davanti quotidianamente, dentro la dinamica familiare, questo grande quesito... 

s.f.

Assai arduo aiutare senza riferimenti precisi, e difficile anche con quelli. Una cosa è chiarire il problema a chi lo vive in prima persona, un’altra a chi deve misurarvisi nei confronti di familiari (tale sembra il caso in questione), o negli ambienti di lavoro, ancor piú a chi lo subisce da persone che insidiano, magari essendo superiori diretti e quindi esercitando una pesante pressione psicologica. Tempi addietro l’omosessualità era considerata un male da nascondere, oggi spesso viene esibita come una acclarata distinzione qualificante. Dal punto di vista spirituale, possiamo dire che si tratta di un impegno karmico che questi nostri fratelli devono fronteggiare, e il sostegno che può dare chi è loro vicino consiste soprattutto nel far comprendere quale superamento è loro richiesto. La Scienza dello Spirito ci spiega che alcuni esseri alla nascita non si incarnano completamente nel corpo fisico: l’anima percepisce quindi con piú vivezza le sensazioni del corpo eterico rispetto a quello fisico. Essendo l’eterico maschile di natura femminile, cosí come maschile è l’eterico femminile, accade che si possa provare attrazione per persone del proprio stesso sesso. La qual cosa non è affatto negativa di per sé, nel caso rimanga ad un livello ideale, “platonico”, di unione di anime. È il voler portare in basso, fino al fisico, tali pulsioni, che costituisce l’errore nel quale occorre non cadere. L’attuale società va invece nella direzione opposta, tutto parificando, non facilitando in tal modo il compito di chi è investito di una simile responsabilità. Il nostro aiuto può estrinsecarsi nel dimostrare umana sollecitudine, ma anche saldezza nell’affermare che il Mondo Spirituale, se richiesto, invia le forze necessarie ad affrontare e dominare la prova, ma non fa sconti né concessioni all’istintività.
Sono un ragazzo diciottenne che ebbe il primo contatto con Steiner sei anni fa. Dopo molti insuccessi circa la “concentrazione”, anni di incontri con uomini straordinari, di shock addizionali, di improvvise intuizioni, tentennamenti, dubbi, approcci “pratici”, tra riprese ed abbandoni, ho avuto il casuale, agognato incontro con l’Opera di Ur, ove ho trovato esercizi di “rilassamento” che sembravano propedeutici alla concentrazione (v. vol. I, cap. X): un dono del Cielo, dopo tanta sofferenza. Casualmente però, mentre cercavo un dato utile per una ricerca personale (sono stato 4 ore a scorrere gli arretrati della vostra rivista), ecco che per caso trovo le “Spigolature” di Franco Giovi, in cui è scritto che «la concentrazione deve partire unicamente da se stessa: non da esercizi propedeutici (ritualismi, rilassamento)». Perché un “rilassamento” che esercita la dynameis del pensiero è deleterio come propedeutico?

s.f.

Abbiamo girato la domanda a Franco Giovi, chiamato in causa dal lettore. Riportiamo qui di seguito la sua risposta.
«In svariati articoli, successivi alle “Spigolature”, ho provato, da diversi punti di vista, a indicare il modo ed il significato di quella eccezionale operazione che siamo usi chiamare Concentrazione. Operazione molto semplice, non intellettualistica, essendo nient’altro che una concentrazione di tutta l’attenzione sul pensiero stesso. Poiché a tutta prima si è incapaci di ciò, si inizia mediante un nucleo di pensiero che sia sintesi dei pensieri con cui è stato realizzato un qualsiasi oggetto comune, costruito dall’uomo. L’oggetto della concentrazione va rapidamente ricostruito, divenendo forma di una sintesi concettuale verso la quale si continua a focalizzare attenzione ed intensità volitiva. La concentrazione è una operazione breve ed impegnativa e va ripetuta piú volte al giorno, mai meccanicamente. L’immagine deve risultare sempre (piú) viva e dinamica. Si inizia dunque dal pensiero, quello ordinario, ma che è sempre pensiero: l’unica attività umana potenzialmente indipendente dall’anima e dal corpo. Qualsiasi attività “propedeutica” coinvolge il corpo e l’astrale condizionato dal corpo. Si possono allora sperimentare varie sensazioni, come il benessere o stati di potenza psico-corporea, ma sono sensazioni medianiche: non si esce dal corpo, non si supera l’astrale, e l’esercizio alla fine lo fa l’astrale, lo fa il corpo, non l’Io. I “rilassamenti” o le anfetamine non hanno nulla a che fare con la forza-pensiero, ma con ciò che subordina e corrompe l’elemento sovrasensibile del pensiero. Se durante la disciplina sorgono immagini non volute (che siano efferate o bucoliche non ha alcuna importanza), esse sono quello che sono: disturbi che salgono dall’astrale asservito alla corporeità ed asservente quel pensiero che non si è ancora capaci di pensare come pensiero interamente voluto dall’Io. Tali immagini non hanno alcuna realtà e l’asceta, come un qualsiasi muratore o meccanico, continua, assorto e imperturbabile, la sua opera. Farsi in due, uno che medita e l’altro che sfrugulia nelle pozze della psiche, è inutile, sbagliato e pericoloso. Aggiungerei alcuni consigli obbliganti: a) una sana disciplina fisica, senza alcun significato metafisico, che possa assorbire gran parte dei tumulti interiori, ossia riportandoli alla loro sede competente; b) un limpido e sano irrobustimento interiore con pratiche rivolte all’attenzione fondata sul sensibile (vedi 5° e 6° capitolo di Raja yoga di Ramacharaka); c) nessun accesso scriteriato ad ogni genere di pubblicazione, ma seria lettura e rilettura solo di uno o due testi fondamentali dello Spirito, come Teosofia di Rudolf Steiner e il Trattato del Pensiero Vivente di Massimo Scaligero, e controllando che la lettura sia lenta e calma, tesa a capire ogni riga con tutto lo sforzo di pensiero possibile. Una penetrante e completa comprensione di questi testi introduce davvero al reale sovrasensibile, che è completamente diverso da qualsiasi cosa si possa pensare o sperimentare nella coscienza comune, che non cambia con la lettura di UR o di qualsiasi testo tradizionale. La via dei Forti passa attraverso semplificazioni interiori e totale dedizione allo Spirito, il contrario è l’errore che si paga carissimo».

Franco Giovi

Ho iniziato a seguire l’antroposofia di Steiner e in particolare la Via del pensiero indicata da Scaligero, però non mi pare di aver ottenuto grandi risultati, almeno per ora, dopo due anni. Mi domando se riuscirò ad aiutare anche gli altri o piuttosto non svilupperò solo le mie facoltà in una forma che si può considerare egoistica, che non riesce a lenire le sofferenze altrui. Infatti, quando in un’occasione ho tentato di prestare soccorso, e si trattava di un caso molto grave, mi sono persa io stessa e non ho saputo neanche a Chi rivolgermi nella preghiera e come pregare (cosa che in realtà non sono mai riuscita a fare)… 

Masha Capaccioni

Se noi ci dedichiamo all’antroposofia e alla Via del pensiero, tale lavoro spirituale non può che giovarci anche nella vita esteriore, facendoci sviluppare una forza che può risultare utile agli altri. La sofferenza che vediamo intorno a noi cresce ogni giorno di piú, qui come in tutto il resto del mondo. Sappiamo che questo aumento del dolore dal punto di vista spirituale è un ottimo segno: infatti, là dove c’è sofferenza c’è la richiesta di una luce che le vada incontro. Una luce di coscienza. Noi dobbiamo capire perché si soffre, e che il sacrificio che si compie per mezzo del dolore prepara una liberazione interiore. Tale liberazione, necessaria all’uomo per progredire, il discepolo della Scienza dello Spirito dovrebbe poterla ottenere senza la necessità di ricorrere all’aiuto del dolore, ma attraverso una preparazione svolta con assiduità e grande limpidezza. Dopo ogni meditazione, dovremmo riuscire a conservare il piú possibile in noi la risonanza di quel che si è raggiunto, in modo tale da portarlo fin nella vita pratica, fornendo un esempio a chi ci è vicino nella quotidianità. Inoltre, è importante avere una profonda volontà di trasformazione e un intenso desiderio di liberazione: una liberazione dall’illusione di essere vincolati da determinati ostacoli, che spesso non sono altro che la nostra mascherata pigrizia. Per questo è necessario usare una certa severità con noi stessi. Siamo entrati in un’epoca in cui le forze dell’Io sono realmente potenti: occorre comprendere ciò per poterle far agire. Solo se riusciremo a ottenere dei positivi risultati nella pratica ascetica potremo aiutare gli altri, affrontando qualsiasi problema. Dobbiamo trasmettere la fiducia che non c’è prova, anche la piú dura, che non possa essere superata e che, se siamo in regola con il Mondo Spirituale, verremo dall’Alto sostenuti e giustamente indirizzati. Da parte nostra, acquisiremo la sicurezza, nelle difficoltà che ci troveremo a dover superare, della presenza aiutatrice di Rudolf Steiner, il Maestro dei Nuovi Tempi, cosí come quella dell’Iniziatore degli Iniziati, che è sempre sulla Terra, e quella di Michele, l’Arcangelo di quest’epoca, e dell’Angelo custode, e della Madre Celeste, la Iside-Sophia, e soprattutto quella del Cristo, che oggi percorre le vie del mondo in veste eterica e con il quale ognuno di noi deve prepararsi ad avere un individuale incontro salvifico. La preghiera che Egli ci ha insegnato, e che le contiene tutte, è il “Padre nostro” (per il cui approfondimento dal punto di vista esoterico vedi R. Steiner, Il Padre Nostro, Editrice Antroposofica, Milano 1994). Recitarla è unirsi a Lui, per ricevere dal Padre tutto quel che ci necessita.


«L’insegnamento di Giovanni»
dal libro delle Lodi a San Giovanni Evangelista
miniatura francese su pergamena, Parigi 1375-80

Il Vangelo di Giovanni è un libro meraviglioso: occorre viverlo, e non soltanto leggerlo. Lo si può vivere tenendo presente che esso contiene prescrizioni per la vita interiore, da osservare nel giusto modo. Il sentiero iniziatico cristiano richiede dall’allievo di considerare il Vangelo di Giovanni come un libro di meditazione. La condizione pregiudiziale, meno considerata nella scuola dei Rosacroce, è che si abbia la piú radicata fede nella personalità del Cristo Gesú. Bisogna avere in sé almeno la possibilità della fede nel fatto che l’alta entità, guida degli spiriti del fuoco nell’antico periodo solare, si incarnò come Gesú di Nazareth, e che questi non fu soltanto “il semplice uomo di Nazareth”, non un’individualità paragonabile a Socrate, Platone o Pitagora. Occorre riconoscerne la differenza fondamentale da tutti gli altri; bisogna fissare la sua unica natura di Dio-Uomo, se si vuole seguire la scuola cristiana pura; altrimenti non si avrà il giusto sentimento di base, capace di risvegliare l’anima. Perciò si deve realmente poter credere alle prime parole del Vangelo di Giovanni: «In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio, e il Verbo era Dio» sino alle parole: «E il Verbo si fece carne e abitò fra noi». Vale a dire che lo spirito reggente degli spiriti del fuoco, legato alla trasformazione della Terra e chiamato pure Spirito della Terra, abitò realmente tra di noi in un involucro corporeo, realmente in un corpo fisico. Occorre riconoscere questi fatti. Non potendolo, si intraprenda piuttosto un altro discepolato. Per chi, con queste premesse, sia in grado di richiamare in meditazione davanti all’anima le parole del Vangelo di Giovanni, sino al punto: «pieno di dedizione e di verità», ogni mattina per settimane e mesi, in modo non soltanto da capirle, ma da viverle, per chi possa fare cosí, quelle parole avranno una forza risvegliatrice sulla sua anima, perché esse non sono parole comuni, ma forze risvegliatrici, capaci di destare nell’anima altre forze.

Rudolf Steiner

Da La saggezza dei Rosacroce
Editrice Antroposofica, Milano 1994