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Come nel numero
precedente, le due lettere che seguono di cui pubblichiamo solo
un breve stralcio, sono state indirizzate al nostro redattore
Franco Giovi, il quale ha risposto direttamente ai rispettivi
scriventi. Considerando interessanti anche per altri lettori le
tematiche svolte, pubblichiamo parte delle risposte, facendo
presente che i brani riflettono alcune caratteristiche del
dialogo tra specifici individui.
Studio
i libri dello Steiner da molti anni. Leggendo i suoi
scritti non vedo quel sentimento di cui Steiner parla
...credo di capire che i miei sentimenti possono essere
diversi da quelli di certi esercizi, però da essi traggo
gli impulsi ad aiutare gli altri con la mia meditazione.
Voglio chiarire che io non faccio la concentrazione, che
sento per me fredda e ostile. ...Io credo che l’uomo
senza sentimenti non può essere completo come invece lo
sono i Santi.
Paolo M.
- Lei mi dice di
essere un attento studioso dell’Opera di Rudolf Steiner.
Io non ho motivi per dubitarlo. Può favorire la reciproca
comprensione. …Il Dottore stesso esplicita che quando
scrive attutisce il proprio sentimento, sottomettendolo ad
uno “stile asciutto, matematico”, lasciando che il
lettore, per attività propria, divenga capace (o meno) di
suscitare in sé “il calore e il sentimento”. Già
questo atteggiamento, avvertibile in tutta la sua Opera, e
lo stile, semplificato ai limiti del possibile e per
questo inconsciamente disprezzato dal tradizionalismo
sentimentale (ad esempio quello evoliano), porta ad
intuire come Rudolf Steiner faccia il possibile per non
coercire o “affascinare” il ricercatore, ma che la sua
lettura implica, di converso, il gravoso compito di non
essere una facile ricopiatura mentale delle sue pagine
quanto un’attività che riesca ad afferrare tutti i
concetti e le loro relazioni indicate dal ‘segno’
delle parole. I sentimenti che possono sorgere a seguito
di tale attività, sono, per chi li ha sperimentati,
alquanto diversi dalla normale vita del sentire. Ad essere
noeticamente rigorosi, il comune sentimento è un dato
incompleto, come lo sono tutti gli oggetti di percezione
finché non vengono integrati dal pensiero: che è l’unico
dato della nostra esperienza che non ha bisogno di altro
da sé per manifestare pienamente se stesso, e qui entra
in gioco la necessità dell’ascesi, perché esso
continui a darsi come puro dato. Del resto, «l’uomo non
sente mai, ma viene invaso dal sentire: non è il soggetto
del proprio sentire, ma l’oggetto». La stravagante
supremazia che ben volentieri viene accordata ai
sentimenti personali da mezzo mondo, si spiega con la
perdita della sana visione tripartita delle potenze dell’anima
e di rimbalzo con duecento anni di pessima cultura e
cattiva letteratura popolare, oltre agli innumerevoli
cedimenti morali e sociali subiti dall’organizzazione
umana. La quale è divenuta una fantomatica ‘unità
psicosomatica’ che i professionisti della
superficialità evocano continuamente e che rende comoda
la vita degli esoteristi della domenica, nei quali opera l’astrale
inferiore non dominato dall’Io. Costoro studiano, fanno
gli esercizi (anche i migliori), affondando piú addentro
nell’ego, nella fisicità e oltre, nella sub-natura.
Tutto in noi è già fatto, solo il pensiero si fa: è il
varco dell’Io. Per riconoscere tale varco è venuta un’epoca
della scienza e della razionalità. Ma non si è capito.
Tornando al discorso della pratica, Lei ha studiato con
esattezza: tutte le indicazioni operative donateci dal
Dottore e da Massimo non pretendono che il discepolo
stravolga o congeli i propri sentimenti, ma l’assetto
richiesto dagli esercizi esige che in taluni momenti il
sentire venga sospeso. Nella concentrazione si attua uno
schema che è solo pensiero voluto e, ad un gradino piú
alto, volontà pensante. Nella temporanea interruzione del
sentire ordinario l’anima produce uno ‘spazio vuoto’
attraverso cui fluiscono le forze dell’Io. Solo quando
si è in grado di abbandonare totalmente il sentire
personale (è una specie di morte), emerge un sentire
vastissimo ed è il sentire delle cose, il sentire del
Mondo. L’impulso di aiutare gli altri, quando non sia un
robusto e concreto “dar da mangiare agli affamati, da
bere agli assetati ecc.”, attività assai difficile se
confrontata ad un’esile meditazione di cinque minuti, di
solito è indice di un sentimentale senso di sé (egoismo)
o al meglio di un positivo principio di sensibilità
animica. Il vero aiuto interiore inizia quando i
sentimenti e i bisogni degli altri vivono nel nostro
ampliato ambito, quando li percepisco come miei: ci si
allarga (ma lo spazio non c’entra) al punto che l’altro
è parte di me. È un’esperienza estrasensibile ma
assolutamente reale, ed è frutto del lavoro e della
maturazione interiore. Si interroghi sulle grandi figure
contemporanee che la chiesa cattolica ha canonizzato:
Madre Teresa, Padre Pio, Edith Stein. Individualità
diversissime ma con una caratteristica comune: non erano
sentimentali. Le piú alte qualità dell’anima, come
devozione, fedeltà, coraggio, amore e compassione,
irraggiano con forza dal sentire, ma sono eventi dello
Spirito nell’anima e infatti alla loro luce i comuni
sentimenti perdono ogni presunzione di realtà. Come vede,
non nego il sentire e la sua funzione, che è sublime, ma
non amo la retorica melassa dei ‘miei sentimenti’ che
considero anzi tra i nemici dello Spirito. Del resto, e mi
scusi l’uso di quella franchezza che Lei stesso
sollecitava, a chi si applicasse veramente, diciamo per
sei mesi, nella Concentrazione e nei cinque esercizi,
tutte queste considerazioni apparirebbero quasi inutili.
Franco Giovi
Non
trovo la forza di cominciare una disciplina interiore. Ho
letto diversi libri e gli articoli che appaiono sull’Archetipo,
e sono anch’io convinto che si deve fare piú che
leggere, ma è una convinzione che non muove niente. La
mia domanda riguarda un consiglio non sul come fare ma
piuttosto sul che fare nella mia condizione che tento di
analizzare. È possibile avere una descrizione della
concentrazione assai semplice?
Artefio 2004
…Sono interrogativi semplici ma
forse i piú difficili da svolgere in parole. Per quanto
concerne la descrizione dell’esercizio, leggi quello che
trovi sull’Archetipo, ma, in primis, ti consiglio
vivamente di rintracciare qualche opera di Massimo come il
Manuale pratico di Meditazione, Tecniche della
concentrazione interiore, La logica contro l’uomo. In
questi libri troverai le piú chiare ed esatte descrizioni
della natura e della pratica dell’esercizio (che, in
verità, ritrovi in quasi tutta l’opera complessiva di
Massimo). Dovrai comunque rileggerle, ripensarle, farle tue.
Per questo l’intelletto della testa è insufficiente, devi
portare qualcosa nel sentire e poi ancora dentro il volere.
Perché, come credo di aver capito, non ti basterà certo
una convinzione ‘perbene’ che ti attrae perché sto
martellando in ogni articolo la stessa musica! Se tenti di
essere o di diventare un serio ricercatore dello Spirito,
tutto il tuo essere deve venir compenetrato dalla “necessità
dell’agire”. Prendere coscienza del tema e dei problemi
che suscita nella tua anima è un passo giusto e
ineludibile. Però non psicanalizzarti! Io, che sono nato
nella città di Weiss e di Zeno, posso davvero dirtelo: qui
tutti sono… supercoscienti delle proprie problematiche
interiori e diventano lucidi ma deboli, cioè il prodotto
dell’auto-osservazione che è facile ed ossessiva,
scollegata dal sentire e dal volere. Il mondo comune,
abituato all’indifferente passività delle immagini
oggettuali, non riesce nemmeno a presentire una scala di
stati dell’essere dove la realtà è forza attiva e
intensità: chi s’avvicina all’esoterismo in maniera non
formalistica incontra ben presto un mondo di ‘potenza’
dinamica e vertiginosa a cui, per non frantumarsi, occorre
offrirsi attingendo ad una Forza indicibile. Che c’è, che
esiste, che riflessamente stai già sperimentando! Se ti
balena il sospetto che tutto ciò sia in qualche modo
tremendo, ecco, con la coscienza della testa non ti sbagli
di molto. Gli aiuti e le consolazioni verranno a visitarti,
ma quando l’impegno si trasforma in consacrazione dell’anima
alle vie dello Spirito non mancherai di sentire, di
sperimentare che ciò che ti viene posto come prima meta
già appare meraviglioso ed impossibile: dunque l’asceta
è un essere cosciente, sensibile, volitivo e disperato.
Nella tradizione non giudaica ma occidentale, gli Dei
plasmarono l’uomo con la cenere dei Titani : questa è la
nostra natura profonda (potremmo anche chiamarla faustiana o
ulissiaca) ma fecondata dall’Io: perciò, lo si voglia o
no, lo si sappia o meno, è anche cristianizzata. Per fare
il primo passo, può mancare dentro di noi l’intento, la
volontà di farlo. Non alludo alla pigrizia o alla scarsa
volontà nell’accezione comune, manca piuttosto l’assenso
dell’Io. In diversi casi l’uomo deve chiederlo.
«Bussate e vi sarà aperto». Ma come? Conficcando nell’anima
il problema dell’esercizio come una grossa e dolorosa
scheggia e spingendola sempre piú dentro. Sentire con vera
sofferenza la contraddizione tra l’essere persuasi
studiosi di Antroposofia e il non essere capaci di dedicare
una manciata di minuti all’immagine di un chiodo. Come uno
che, assetato, accampasse tutte le scuse piú indecenti per
non allungare la mano a prendere il bicchiere dell’acqua.
In sintesi: innescare una crisi interiore che giunga a
comunicare all’Io la tua richiesta e la necessità del suo
intervento. Se la domanda trapassa l’anima, l’Io
risponde, te lo garantisco. Non ti esimerà dalle tue future
fatiche, ma ti strapperà dalla malía dell’impietramento,
permettendoti di fare senza fisime interiori la
concentrazione: una consapevolezza attiva o capacità o
intuizione profonda che niente e nessuno potrà mai
toglierti.
Franco Giovi

Leonardo da Vinci «Il Cenacolo»
Il
grande successo di pubblico e la incredibile diffusione
nel mondo del libro di Dan Brown Il Codice da Vinci
hanno contribuito ad accreditare ulteriormente l’ipotesi
secondo cui l’Essere posto da Leonardo alla destra del
Cristo nell’Ultima Cena, per il suo aspetto femmineo non
sia l’apostolo Giovanni ma Maria di Magdala, con tutte
le arbitrarie conseguenze che ne sono state dedotte e su
cui è preferibile tacere. La reazione del mondo
ecclesiastico non è sembrata particolarmente vivace.
Forse la Chiesa nella sua saggezza ha ritenuto inopportuno
incrementare polemiche sdegnate e controproducenti di cui
si sarebbero sempre piú avvalse le forze ostacolatrici,
ispiratrici del libro; contro le quali invece urge
combattere, riconoscendole costantemente. Eppure le
argomentazioni per ribattere potevano essere ricavate da
un’attenta e meditata lettura dei Vangeli. Matteo, Marco
e Luca sono concordi nello specificare i nomi dei dodici
apostoli, tra i quali pongono Giacomo, figlio di Zebedeo e
suo fratello Giovanni. I due, insieme con Pietro, svolgono
un compito superiore rispetto agli altri: seguono il
Cristo nella casa di Giairo, assistendo al risveglio della
fanciulla e salgono sul monte dove partecipano alla
Trasfigurazione. E la loro madre osa chiedere al Signore
che essi, nel Regno, siedano alla Sua destra e alla Sua
sinistra. È la loro posizione nell’Ultima Cena; ma
Leonardo sembra trascurare il fatto che la richiesta della
donna non trova accoglimento. Il Cristo risponde: «Non
sta a me concederlo, ma è per coloro per i quali è stato
predisposto dal Padre mio» (Matteo XX-23). È l’accenno
ad un divino Disegno cosmicamente predisposto che comincia
a delinearsi quando improvvisamente uno dei due fratelli,
Giovanni, diventa il discepolo prediletto, quello che
Gesú amava: siede accanto a Lui e poggia il capo sul Suo
petto; è l’unico apostolo ad essere presente sul
Golgotha; viene instaurato dal Cristo uno stretto legame
tra lui e la Vergine; scrive il quarto Vangelo e l’Apocalisse;
non dovrà sperimentare il martirio e morirà di vecchiaia
circondato dall’affetto di numerosi discepoli.
Leonardo lo vede e lo raffigura differenziandolo
nettamente dagli altri apostoli. Lo spiritualizza,
attribuendogli le caratteristiche dell’angelicità; e
gli angeli non hanno sesso, anche se nella imaginazione di
chi li dipinge appaiono simili ad un essere femminile. Ce
n’è già quanto basta per giustificare l’aspetto
particolare che Leonardo conferisce all’Apostolo, dando
comunque origine a quella diversa ipotesi sopra accennata
che ha destato tanto scalpore, trovando spiacevolmente
credito, piú di quanto non si ritenga, nell’opinione
pubblica.
- Ancora piú convincenti diventano le
argomentazioni se alle testimonianze offerte dai Vangeli
si aggiungono le rivelazioni donateci dal Dottor Steiner:
in realtà la figura che è posta alla destra del Cristo
nell’Ultima Cena è quella di Lazzaro (l’autore del
quarto Vangelo non può essere Giovanni, il figlio di
Zebedeo, perché sarebbe inconcepibile il fatto che abbia
completamente trascurato la narrazione dei due episodi in
cui aveva svolto un ruolo di particolare importanza: il
risveglio della figlia di Giairo e la Trasfigurazione).
Chi era Lazzaro? I tre Vangeli sinottici ignorano
completamente l’episodio del suo “risveglio”. Nel
quarto Vangelo (cap. XI) esso occupa invece un posto di
grande rilievo. Lazzaro nelle precedenti incarnazioni (era
stato fra l’altro Hiram di Tiro, l’architetto del
tempio di Salomone) aveva conseguito un livello di
evoluzione molto elevato, superiore a quello dei dodici
apostoli. Con il “risveglio”, avvenuto dopo quattro
giorni, quando era già subentrato in lui un processo di
morte, raggiunge un ulteriore e piú alto grado di
iniziazione ad opera di uno “Jerofante” eccezionale:
lo Spirito Solare, il Cristo. Entrano in lui e lo
pervadono gli organi spiritualizzati del Battista, tra i
quali c’è il “buddhi”; e il potente corpo eterico
che riempie la sua persona è quindi di sesso femminile.
Cosí lo vede e lo dipinge Leonardo sulla parete di S.
Maria delle Grazie. Il mistero di Lazzaro-Giovanni a
questo punto non si esaurisce. Il Dottor Steiner fino all’ultimo
ha esortato i suoi seguaci a meditare sull’argomento per
tutto il resto della loro vita. Rimane ad esempio da
capire quale sorte abbia avuto il figlio di Zebedeo, dato
per scontato che Leonardo abbia visto giusto per quanto
riguarda il numero dei partecipanti alla Cena. Un’ipotesi
che può essere avanzata è quella secondo cui l’Apostolo
sia scomparso dalla scena dopo la risurrezione di Lazzaro;
il quale gli subentra. La supposizione trova il suo
appoggio in una affermazione contenuta nel commento al
Vangelo di Marco (cap. VIlI), dove il Dottore, parlando
della Trasfigurazione e delle anime di Pietro, di Giacomo
e di Giovanni, dice testualmente che la prima appartiene
al popolo dell’Antico Testamento, la seconda porta in
sé tutto ciò che sappiamo dell’anima di Mosè, mentre la
terza si unisce come divinità cosmica alla Terra. La
questione non si chiude qui. Non resta che continuare a
meditare per il resto della nostra vita sul mistero di
Lazzaro-Giovanni…
Claudio Bussi
- Un profondo mistero avvolge “Il
Cenacolo” di Leonardo, commissionato all’artista nel
1495 dai frati della Chiesa di S. Maria delle Grazie, a
Milano, per il loro refettorio. Appare in effetti alquanto
plausibile che il grande Maestro non abbia aderito all’idea
dei committenti di rappresentare l’Ultima Cena,
interponendo piuttosto l’immagine di una diversa
celebrazione che evidentemente teneva a realizzare: le
nozze mistiche fra lo spirito cosmico, il Logos, e l’elemento
femminile terrestre, rappresentato da Maria Maddalena. A
parte la valutazione del libro in questione nella sua
interezza, in cui vengono portati in basso i piú alti
significati esoterici, compresi quelli alla base della Via
del Graal – la Via che riconsacra la coppia umana nell’unione
secondo il Sacro Amore – esaminando il dipinto si vede
effettivamente che manca uno degli elementi essenziali e
simbolicamente ineludibili dell’Ultima Cena: il prezioso
calice di cui la Emmerick dà una descrizione tanto
particolareggiata(1) e
dal quale, secondo i Vangeli, bevono uno dopo l’altro
tutti gli Apostoli. In questi ultimi c’è inoltre un
atteggiamento di evidente contrasto rispetto a quella
Verità rivelata, ancora troppo difficile da comprendere e
accettare prima della discesa su di loro dello Spirito
Santo. Uno solo fra tutti, Giovanni, posto piú in alto
degli altri perché rappresentato in piedi – imberbe e
vestito di rosso per renderlo ben riconoscibile secondo l’iconografia
classica – porta le mani al cuore in pieno accoglimento
del rito celebrato. Lazzaro-Giovanni è infatti l’unico
che ha ricevuto l’Iniziazione direttamente dal Cristo –
come scrive il lettore e secondo quanto rivelatoci da
Rudolf Steiner – quindi l’unico in grado di intendere
nel giusto modo il mistero celato nell’unione mistica. E
d’altronde, essendo tutta la vita del Cristo una
prefigurazione di quanto l’uomo dovrà compiere nella
sua intera esistenza per giungere alla propria
spiritualizzazione, ovvero cristificazione, e quindi alla
“resurrezione della carne”, una parte cosí centrale
come il rapporto di coppia non poteva essere elusa, a
dimostrazione della necessità per il discepolo di
riconsacrare ciò che è stato svilito e contaminato, per
tornare al ricongiungimento spirituale della “coppia
superumana”. In proposito Massimo Scaligero scrive
mirabilmente: «La reintegrazione
della dignità dell’uomo, la salvezza della cultura e
della civiltà, la restituzione della gerarchia dei valori
e della reale fraternità, sono ideali che non possono
avere significato o potere di vita, ove non sia
concepibile l’accordo di cui la coppia umana detiene il
segreto. Nella relazione della coppia, infatti, tende a
rivivere l’archetipo obliato. L’uomo può ritrovare la
donna spirituale, la donna può ritrovare l’uomo
spirituale. Questa è la possibilità dei nuovi tempi, in
quanto l’oblio possa essere assunto come una condizione
della coscienza aperta a ogni possibilità oltre se
stessa. Proprio al punto in cui si è giunti, la via della
reintegrazione può essere l’esigenza piú forte, come
presso un limite ultimo. Tale via, ove susciti nello
sperimentatore la decisione del superamento del limite,
che è il limite della coscienza individuale, gli rivela
via via il suo coincidere con il compito di ritrovamento
dell’accordo eterico perduto. Il tema della donna
interiore, o dell’amore celeste, gli si presenta come
condizione di fondamento, presso alla possibilità dell’incontro
effettivo con la creatura del sacro amore, l’unica, la
sposa originaria ritrovata, epperò a lui portatrice del
contenuto ineffabile del Graal»(2).
All’incessante meditazione sul mistero di
Lazzaro-Giovanni occorre quindi aggiungere quella sul
mistero del Sacro Amore e della riconquista del Graal.
(1) C.M. Brentano, La
Passione secondo Anna Katharina Emmerick, Tilopa, Roma 1990, pp. 21-23.
(2) M. Scaligero, Graal, Saggio sul Mistero del Sacro Amore,
Perseo, Roma 1970, pp. 41-42.
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