BotAnima

Mi pongo in uno stato di vigile attenzione e, con interesse acceso, osservo due oggetti che mi stanno di fronte, che stanno cioè davanti a una persona sveglia con tutti i sensi attivi.
Dapprincipio questi due oggetti li riconosco quali piante.
In successione alternata prima posso vedere queste piante, poi posso toccarle, annusarle, gustarle e posso anche ascoltarne il suono prodotto da un movimento su di esse.
Osservo e noto che mentre una mi sembra un arbusto con diversi fusti, grossetti, duri, che si proiettano verso l’alto, l’altra sembra un’erba, ha tanti fusti esili che partono da una rosetta foliare. Una ha le foglie scure, lucide, lisce, coriacee, lanceolate, con i margini traslucidi lineari, l’altra ha le foglie piú piccole ovali e pennate, chiare, opache, tenere, con i margini seghettati.
Le foglie dell’una emanano, se spezzate, un odore aromatico, le foglie dell’altra si possono mangiare e hanno un gusto caratteristico: se muovo il fogliame e ascolto, si potrà notare una differenza sonora evidente.
Oltre a questo, che io posso osservare inizialmente, so che altre persone hanno osservato le stesse piante, hanno dato loro un nome, le hanno osservate nel crescere e deperire, e hanno annotato l’uso che si può fare di loro.
So che la prima l’hanno chiamata alloro, Laurus nobilis.
Si è notato nel tempo che è un albero sempreverde, che forma dei piccoli fiori giallini che diventano poi bacche nere.
Veniva usato anticamente per intessere le corone dei vincitori, l’alloro olimpico, oppure la sua corona diventava emblema del primato nella poesia. Un modo di dire è “mietere nuovi allori”, nel senso di avere nuovi successi, oppure al contrario “dormire, riposare sugli allori”, nel senso di approfittare dei successi del passato per condurre una vita pigra e inconcludente. Anche la laurea, il laurearsi, fa ancora riferimento al lauro.
Il nome richiama l’aurum, l’oro, ed è pianta cara a Febo, al puro, santo, raggiante Apollo. Infatti è l’alloro la pianta in cui la ninfa Dafne, il primo amore di Febo, volle lasciar trasformare dal padre, il fiume Peneo, la propria bellissima figura: per fuggire all’inseguimento amoroso del Dio, colpito da Cupido con la freccia dorata che innamora, mentre Dafne era stata colpita con la freccia plumbea che disamora. Apollo volle comunque portare sempre con sé Dafne-Alloro: “Se non vuoi essere mia moglie, allora sarai il mio albero”, cosí ci racconta Publio Ovidio Nasone nelle Metamorfosi.
Provate a sentire se nel profumo che emana vi è ancora traccia dei sentimenti peculiari suscitati dal mito…
La foglia dell’alloro, per l’aroma, è usata nella preparazione di alcuni cibi. Lievemente narcotico, facilita la digestione atonica, infiamma internamente, col suo legno si aromatizzano gli affumicati, conserva i fichi e l’uva secchi, un decotto nel bagno allevia i dolori articolari (appunto, riscalda), moderatamente insetticida, tonico sull’utero.
Nella leggenda, l’alloro domina le forze oscure, e quindi se ne portavano fronde nelle feste, nelle case, nelle stalle, nei campi. Si dice che aiuta la comprensione dei misteri, e cosí gli oracoli, gli àuguri, venivano propiziati dalle sue fronde bruciate. Anche nelle famiglie contadine si ascoltava il crepitío delle sue foglie per sapere se il raccolto sarebbe risultato poi buono o cattivo, e ancora, nelle campagne si faceva scivolare un rametto dietro alle orecchie, dopo una preghiera, per vedere in sogno chi si sarebbe sposato.
Si pensava che non venisse toccato dai fulmini, ed è per ciò che l’imperatore Tiberio si incoronava di lauro durante le tempeste.
Nelle campagne, le “frasche” di alloro indicano sulle strade delle case di contadini il luogo dove si bevono e si mangiano i loro prodotti, ritrovandosi insieme.
E chissà cos’altro ancora si racconta…
La seconda pianta osservata è la pimpinella, Sanguisorba minor. È una pianta erbacea delle Rosacee, comune nei nostri prati, perenne, con rizoma consistente e strisciante, aromatica se masticata, con vitamina C e fiori raccolti in capolini verdi, estivi, con apici rossi. Viene usata in medicina per le sue proprietà emostatiche: guarisce le ferite e le emorragie interne, è curativa per le ustioni solari e per la pelle irritata. In cucina è usata per profumare le insalate, per l’aroma di cetriolo e di noce, lievemente pungente. È anche detta selvastrella. Il nome è composto da sanguis, sangue, e sorbere, assorbire. Gaio Plinio Secondo nella sua Storia Naturale consigliava di salutarla prima di coglierla. È ricca di tannino, che è il principale responsabile della sua capacità emostatica, astringente.
Il tannino appartiene a quella classe di composti che si ricavano dalla corteccia di alcuni alberi, che hanno largo uso in tintoria come mordenti per i colori e in medicina come astringenti; sono glucosidi dell’acido gallico (le galle delle piante, tra l’altro, sono le piú ricche di tannino).
In francese è tanin, che deriva da tan, tanno, che è la corteccia della quercia, del castagno e di altri alberi, e probabilmente deriva dal gallico e significa, appunto quercia. Una ricca produzione di tannini è accompagnata spesso da indurimento nei legni, solidificazione.
Anche in inglese si usa lo stesso vocabolo: tan è la tintarella, to tan è abbronzare, tanning è l’abbronzarsi.
L’osservazione delle due piante scelte ci porta quindi a inoltrarci nelle loro peculiari e diverse caratteristiche sensoriali, a conoscerne l’uso nel tempo, ci porta a cercare il senso piú recondito delle parole usate per meglio descriverne le caratteristiche, in modo che quel suono scelto corrisponda il piú possibile a quel contenuto.
Ecco che ci si accorge della necessità di dare un peso maggiore alle parole, man mano che si vuole arrivare fino al senso intimo di un qualcosa, per esprimerlo veracemente.
L’etimologia dei nomi è lo studio dell’origine delle parole e della loro storia, dove si osserva come il suono tenda a corrispondere al significato: è la ricerca del senso vero di un nome.
Etimo, in greco étymon, è il “significato proprio della parola”, neutro sostantivo di étymos, cioè: vero.
Ora i nostri due oggetti li provo a relazionare insieme ulteriormente, li confronto piú intimamente e provo a connettere le rappresentazioni, le immagini, le intuizioni che colgo. Comincio quindi a formare dei giudizi, delle idee che porto incontro ai due oggetti; comincio a conoscere, a sintetizzare indipendentemente dall’ambito sensibile.
Una prima intuizione riguarda la diversità, la disuguaglianza, tra arboree ed erbacee. Si può notare che le prime è come se mantenessero un legame piú particolare con l’elemento terroso, che lignifica, mentre le seconde no, e possiamo facilmente assimilare all’elemento terroso, minerale, solido, un appannaggio di morte, peculiare, insito nell’elemento tronco, nel suo mineralizzarsi, solidificarsi: il morire, appunto.
L’arbustiva rivive ogni anno dal tronco, dal nulla, mentre l’erbacea rivive ogni anno dalla radice, dal nulla.
Ecco allora che una seconda intuizione sopraggiunge e riguarda invece l’uguaglianza, che si coglie nell’immagine che abbiamo di entrambe: entrambe le riconosciamo quali piante, quali vegetali viventi che crescono nel tempo e nello spazio. Questa uguaglianza noi la percepiamo però fissata nel momento attuale: ora, adesso, mentre entrambe sappiamo che hanno avuto un prima e avranno un dopo. Questa immagine che abbiamo fissa in noi, rimanda a una pertinenza del mineralizzato, del finito, morto, inorganico, mentre l’immagine dinamica, svolgentesi in movimento nel tempo, rimanda percettivamente ad un ente vivente, organico.
Quello che percepiamo davanti a noi in questo momento guardando la pianta, che si vede, si fissa e si limita in una rappresentazione statica, non è pertinente per poter cominciare a conoscere l’oggetto-vivo-pianta nella sua realtà, perché sappiamo che essa si sostanzia di tempo, che è stata piú piccola una settimana fa, ancora piú piccola prima, addirittura era un piccolo seme, che era di un’altra pianta, e cosí via. È insita in noi la capacità di evocare dinamicamente le immagini nel tempo della pianta arrivata fin lí, dove la vediamo ora, ripercorrendo dinamicamente le rappresentazioni statiche e collegandole fra loro.
È questo movimento in immagini interiori che è pertinente per un ente vivo (viv-ente) che cioè si estrinseca nel tempo e nello spazio. Esercitarci in questa maniera comincia allora a farci avvertire un ambito interiore che è dinamico, non fisso, che può farci approcciare realisticamente al vivente, ci può portare fino all’origine, alla scaturigine, che ancora non abbiamo, ci sfugge, ci rimane segreta. Possiamo appena cominciare a contemplare, in questa revivificazione, in questo movimento, il movimento stesso delle immagini che ci siamo date in successione: ci portiamo alla contemplazione del nostro movimento interiore, semplicemente mentre lo stiamo facendo: mentre lo stiamo facendo, quando ci fermiamo e ricordiamo il fatto, pensato, compiuto, siamo da un’altra parte, vorremmo cioè avvertire “quello che muove” senza muovere…
Cosa si vede invece con un oggetto minerale-meccanico morto, fatto dall’uomo, che si ha davanti, ad esempio il vaso di queste piante? Si arriva fino all’idea che ha permesso ad un uomo di costruirlo, di ricercare quel materiale adatto e di dargli una certa forma per svolgere un certo scopo. Nella pianta si può arrivare, ripercorrendone con il pensiero la crescita, fino al punto in cui si coglie solo che “un qualcosa germoglia da un interno sconosciuto”, che non è ricostruibile, non è ricreabile: è però immaginabile, contemplabile dinamicamente, cogliendone la sintesi, cosí come descritto.
Punto, respiro profondo, silenzio, riassunto.
Abbiamo dunque formato e arricchito le osservazioni che avevamo di due oggetti sensibili.
Confrontando questi due oggetti abbiamo colto delle intuizioni che ci hanno fatto riconoscere questi due oggetti quali piante viventi che si sviluppano in tempo e spazio.
Abbiamo cominciato a muovere e collegare fra loro immagini interiori che si davano fisse, per cominciare cosí ad approcciarci realisticamente all’ambito del vivente.

Maurizio Barut (1. continua)