Antroposofia

5. L’elemento drammatico del sogno

Nel sogno non conta tanto l’immagine per se stessa, quanto il particolare stato d’animo che ad essa si accompagna. L’immagine come tale ha sempre un molteplice significato che non rivela mai di per se stessa. È sempre una indefinibile ma precisa e netta sensazione che accompagna il sonno, la quale rivela all’anima la base reale della sua esperienza. Chi vuol penetrare nella realtà della vita di sogno, deve superare la tendenza di dar troppo peso alle immagini e sostituirla con l’osservazione dei moti dell’animo. Non è mai il sogno come spettacolo, come rappresentazione, che deve interessarci, bensí il suo dinamismo, la sua drammaticità. Nel ricordare il sogno, bisogna sforzarsi di rievocare, per quel tanto che si può ancora, i moti dell’animo che lo hanno accompagnato. Bisogna per esempio potersi dire: «Quando esperimentavo quella immagine, c’era in me uno stato di tensione; poi, quando è comparsa l’immagine successiva, a questo stato di tensione è subentrato un rilassamento, una calma piena di forza».
Cosí, abituandoci un po’ alla volta ad osservare i moti della nostra anima durante il sonno, arriveremo a fare una importante constatazione. Che è questa: nel sogno i sentimenti diventano qualcosa di reale, crescono di statura, acquistano consistenza e peso, diventano esseri reali.

6. La base oggettiva del sogno

Vedete, nel mondo dei sensi che esperimentiamo durante la coscienza diurna di veglia, i sentimenti non hanno troppa consistenza. Per quanto fortemente possiamo sentirli, sappiamo pur tuttavia che prima o poi scompariranno dal campo della nostra anima. Essi non fanno parte della realtà del mondo; non sono che un prodotto momentaneo della nostra persona. Essi sono il soggettivo senza valore di fronte all’oggettivo che assomma in sé tutta la realtà.
Nella coscienza di veglia esperimentiamo questo stato di cose:
1) l’immagine del mondo, data dalla molteplicità delle nostre percezioni, come fatto oggettivo; 2) i sentimenti come fatto soggettivo.
Di fronte a un’unica immagine della percezione, per esempio quella della rosa, si hanno negli uomini infiniti sentimenti determinati dalla particolare sensibilità animica di chi l’osserva. Nel sogno invece l’uomo ha i sentimenti fuori di sé. Essi costituiscono ora l’ambiente della sua anima e si dispiegano tutt’intorno a lui come nel mondo dei sensi i monti, i mari, gli alberi, le pietre ecc. E dentro di sé ha invece ora l’immagine. Perciò nel sogno si presenta quest’altro stato di cose:
1) i sentimenti come fatto oggettivo; 2) le immagini come fatto soggettivo.
Come nel mondo dei sensi per una sola immagine possiamo avere infiniti sentimenti, cosí nel mondo dei sogni per un solo sentimento possiamo avere infinite immagini. E come nel mondo dei sensi sappiamo di aver raggiunto la realtà oggettiva quando, trascurati i nostri sentimenti personali, lasciamo parlare soltanto la cosa, cosí nel mondo dei sogni dobbiamo trascurare l’immagine soggettiva per cogliere l’essenza dell’oggettivo sentimento.

7. Critica dell’interpretazione psicanalitica del sogno

Vorrei esprimermi anche in un altro modo e dire: chi è scienziato nel mondo dei sensi diventa poeta nel mondo del sogno. Chi è poeta nel mondo dei sensi diventa scienziato nel mondo del sogno. Nel sogno la scienza si fa poesia e la poesia si fa scienza. Perciò proprio gli scienziati sono cosí poco adatti a comprendere scientificamente il sogno. Gran parte di ciò che la psicanalisi ci dice intorno ai sogni è pura fantasia poetica, è favola mitologica. La psicanalisi difatti, nella sua interpretazione del sogno, si basa sulla immagine soggettiva e non sul sentimento oggettivo. Qualcuno obietterà: ma è proprio il contrario. Freud è subito passato dai sette gatti neri al sentimento che ne stava alla base, la gelosia. Sí, questo è vero; ma appunto in questa apparente perspicacia si nasconde un grande semplicismo. Potrebbe benissimo darsi che dietro il sogno di quella figura ci stesse qualcosa di completamente diverso da quello immaginato da Freud, e che quel qualcosa rimasto sconosciuto abbia assunto la forma soggettiva dei sette gatti neri soltanto perché da sette giorni la signora passava per una crisi di gelosia.
Tutto ciò è molto utile per sapere la causa soggettiva che ha prodotto quella altrettanto soggettiva immagine di sogno, ma non aiuta minimamente a comprendere la realtà oggettiva che sta alla base del sogno. Forse un esempio chiarirà questo pensiero. Una banda sta suonando in piazza un’allegra marcia militare. Tra tanti visi lieti, voi osservate quello di un uomo che piange. Volete rendervi ragione delle sue lacrime e con i dovuti riguardi ve ne informate. Egli vi risponderà: «Al suono di questa musica mio figlio è partito per la guerra e non è piú tornato».
Voi ora sapete molte cose che prima ignoravate. Sapete per esempio perché l’anima di un uomo risponde con un sentimento di infinita tristezza al suono di una musica gaia. Ma che cosa sapete sulla musica, cioè sul fatto obiettivo che ha provocato la tristezza nell’animo di un uomo e l’allegria in quella di un altro? Proprio nulla. La stessa cosa avviene – o perlomeno può avvenire – nell’interpretazione cosiddetta scientifica del sogno. Essa non è capace di andare oltre i limiti della pura soggettività. S’intende bene che il piú delle volte ciò basta, perché anche chi sogna non va spesso oltre i confini della propria limitata personalità e si accontenta di rimuginare le reminiscenze della vita di veglia, di modo che in questo caso è inutile cercare un nesso tra contenuto soggettivo e fatto obiettivo. Tale nesso manca molte volte anche nella vita di veglia. Immaginiamo di poter osservare i sentimenti di due uomini che camminano per un viale di tigli fioriti. Nell’anima di uno si svolgono amorosi sensi, l’anima dell’altro è in preda a cupo sconforto. E perché ciò? Perché il primo ha saputo aprirsi a quegli alberi fioriti, a quel blando profumo, e il secondo invece è rimasto chiuso in se stesso, preoccupato forse per gli affari e per i dissesti della sua azienda. Non sempre dunque esiste un nesso tra il soggettivo sentire dell’anima e l’obiettiva realtà dell’ambiente. Ciò vale anche per il sogno. Chi sogna può restare chiuso nella ristretta cerchia della sua personalità. Forse la signora che si è presentata a Freud non aveva realmente dentro la sua anima altro che la gelosia, il timore di essere tradita e i sette gatti neri. Tale fatto non permette però di dichiarare senz’altro che dietro ogni sogno non c’è altro che un fatto soggettivo o fisiologico o psichico. La psicanalisi lo fa, ma con ciò decade da scienza a dilettantismo facilone. Il rigore scientifico impone difatti la necessità di distinguere caso per caso. La scienza purtroppo è inficiata da un grave preconcetto materialistico. Essa pensa che non esista altro che il mondo dei sensi e l’uomo che ne subisce le impressioni. Perciò si pone a priori l’idea fissa che nel sogno non ci può essere altro che reminiscenza della vita di veglia, o trauma psichico, o riflesso fisiologico. Invece proprio nel sogno osservato con serietà scientifica e senza preconcetti, l’uomo può per la prima volta accorgersi che oltre al mondo della materia fisica esiste anche un altro mondo attivo e reale. Lo possiamo chiamare il mondo dei sentimenti obiettivi, perché è appunto con questo carattere che esso comincia a comparire nel sogno. Vi siete svegliati d’improvviso nel cuore della notte con l’anima piena di paura? Uno a cui accada questo, si mette subito a domandare la ragione della sua paura e finisce col dirsi che ha fatto un brutto sogno di cui non ricorda piú nulla. Nel porsi questa domanda egli è spinto dall’esperienza della vita diurna. Nel mondo dei sensi la paura è difatti una impressione soggettiva provocata da un fatto esterno.
Per comprendere il sogno è però necessario sgomberare l’anima dalla forma mentis propria della vita di veglia. Nel sogno i sentimenti sono esseri reali. Qui se l’anima ha un senso di paura, non è perché qualcosa l’abbia intimorita, ma perché essa è venuta a contatto con l’essere paura. Similmente nel sogno entriamo in relazione con l’essere gioia, l’essere dolore, con l’essere lussuria, con l’essere ingordigia, con l’essere gelosia ecc. Di giorno questi esseri sono in noi, di notte sono fuori di noi, obiettivi. Per questo abbiamo detto che nel sogno piú che l’immagine conta il drammatico susseguirsi dei sentimenti. Questi sentimenti del sogno non sono difatti nostri sentimenti personali e perciò tinti di ogni possibile errore. Essi stanno là fuori nel loro mondo. Noi l’incontriamo ed essi possono rivelarci qualcosa di quel mondo che sfugge al senso fisico.

Fortunato Pavisi (3. Fine)

Testo tratto da una conferenza tenuta dall’Autore a Trieste, il
13 gennaio 1948, riveduto a cura del Gruppo Antroposofico di Trieste.

Immagine: Carmelo Nino Trovato «I giardini della notte – Canto dell'amore eterno»