Costume

Sergio Di Fazio e la figlia Michela  nel loro casolare di Bajardo, un paesino
nell’entroterra sanremese (da «Il Secolo XIX» del 27 novembre 2004. Foto Pecoraro)

Non si sa se per scelta o per bisogno
un uomo di Bajardo, in quel d’Imperia,
uscendo dal consesso urbanizzato
si è ritirato insieme alla famiglia
a vivere in ambiente primitivo:
un casolare tutto pietra e legno,
niente servizi, luce e acqua corrente
rimpiazzate dal sole e da una fonte
che dal pendio montano è convogliata
per mezzo di ingegnose tubazioni
a caduta fin dentro l’abituro,
per cucinare, bere e risciacquare
il bucato essenziale, provvedendo
a venticinque capre e alle verdure
che nutrono la piccola compagine
umana, e inoltre darle un certo reddito
vendendo cacio e i frutti della terra
nei paesi vicini, e procurarsi
candele, piatti, zucchero e farina,
usata soprattutto per il pane,
cotto nel forno di campagna come
facevano pastori e boscaioli.
Si dicono padroni di se stessi
questi eremiti senza amenità:
hanno lasciato il mondo consumistico
per fondarne uno libero, sganciato
dai seducenti inganni del progresso.
Bandita la TV, dimenticati
la Borsa, la politica e lo shopping,
sono tornati in pieno Medioevo:
un’esistenza all’osso, svincolata
dai lacci di uno Stato coercitivo.
Ma poi verrà l’agente delle tasse,
l’ispettore d’igiene e il forestale,
l’antimafia, la Guardia di Finanza,
carabinieri e qualche seccatore
alla ricerca di un agriturismo

alternativo, ancora genuino.
E gli studiosi di sopravvivenza,
erboristi, dietologi, scrittori,
anchormen di talk show televisivi
interessati a cogliere i motivi
che hanno ispirato un simile progetto
a metà tra l’ascesi e l’indigenza
e carpire segreti curativi,
ricette culinarie, panacee,
portando la vicenda al grande pubblico.
Ci saranno tra poco intorno all’eremo
piú curiosi, passanti e sfaccendati
di quanti se ne trovino a Sanremo
quando sfilano i divi in passerella
durante il celebrato Festival.
Non perdona l’odierna civiltà:
cacciata dalla porta, ha mille modi
per rientrare piú forte e petulante
dalla finestra: intende possederlo
fino all’ultimo giorno della vita
l’uomo, che sia poeta o troglodita.
Ma è assai piú triste se il “passare al bosco”
non derivi da opzione naturistica
motivata da forti convinzioni
etiche o da ideali filosofici,
bensí provenga da inadeguatezza
a reggere la corsa della giostra
fatta di conti, oneri e scadenze,
una ridda frenetica da cui
si salvano soltanto i piú coriacei,
che afferrano gagliardi il cavalluccio
e vincono la rapida centrifuga
restando in sella nonostante tutto.
Capita invece che qualcuno molli,
ceda alla spinta, si abbandoni e crolli.
In tal caso, fuggire alla foresta
è l’unica salvezza che gli resta.

Il cronista