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Interessandomi alla figura del
pontefice da poco deceduto, Giovanni Paolo II, nato a
Wadowice in Polonia nel 1920, ho ricordato quanto Rudolf
Steiner aveva affermato nel 1921: «Di fronte agli eventi
mondiali, la Chiesa cattolica romana stima oggi di poter
ingrandire di molto la sua potenza. Sa perfettamente che
non le serve piú fare affidamento sulle dinastie, perché
essa, di solito meglio informata degli altri, sa che le
dinastie oggi ancora coronate sono condannate a sparire;
né vuole legarsi con chi è destinato a sparire. Invece
la Chiesa cattolica cercherà di usare le aspirazioni
delle grandi masse per aumentare la sua potenza; essa si
avvale di tutto quanto può essere a sua disposizione, e
ora, nella sua grande politica mondiale, con un tratto che
è talvolta geniale (geniale nel progettare che l’umanità
sia sempre piú vincolata a Roma) utilizza il carattere
nazionale del clero polacco; la Polonia diverrà
essenziale nel gioco che la Chiesa cattolica persegue.
Secondo me dunque, la Chiesa cattolica vedrà nel
carattere nazionale del clero qualcosa che vorrà
coinvolgere nel suo gioco, nell’ambito della grande
politica mondiale» (R. Steiner, Come si opera per la
triarticolazione dell’organismo sociale, Conferenza
di Stoccarda del 2 gennaio 1921, Ed. Antroposofica,
Milano, 1988). Sono parole che reputo importanti, anche se
ovviamente non ho nulla contro il papa polacco Wojtyla,
tanto piú che nel libro di Andrzei Jawien, Karol
Wojtyla: “La bottega dell’orefice”, Ed.
vaticana, a p. 96 il dr. Meczyslaw Kotlarczyk, fondatore
della compagnia teatrale di Cracovia in cui lavorava
Wojtyla giovane, afferma che i maestri ispiratori di
questa scuola teatrale erano «Osterwa, Limanowsky
(polacchi) e Rudolf Steiner, col suo Goetheanum di
Dornach».
- Bruno
Giardino
-
- Sul pontificato di Giovanni
Paolo II ci sono inevitabilmente luci ed ombre, queste
ultime non certo dovute a lui, ma all’ingranaggio di cui
si è trovato a far parte. È auspicabile che, sciolti
ormai i vincoli con la Chiesa di Pietro, possa egli oggi,
nella dimensione di Libertà e di Verità in cui si trova,
volgersi alla Via di Giovanni, per la quale nei secoli
hanno continuato ad impegnarsi proprio le due grandi Guide
dell’umanità di cui egli ha preso il nome, Giovanni e
Paolo, contribuendo cosí allo sviluppo della vera
cristianità: non quella del gregge, ma quella degli
individui.
-
Mio figlio, di quattro anni,
dimostra di essere tendenzialmente mancino. Vorrei sapere,
dato che all’asilo inizia a disegnare, se devo
correggerlo o lasciargli usare la sinistra, e cosa pensava
Steiner di questo problema.
- Milena
Arduini
-
- Un problema inesistente: la
diversa conformazione del lobo frontale, invero assai piú
completa nei mancini, rende adatto l’uso dell’una
piuttosto che dell’altra mano, e non si vede perché
contrastare tale tendenza naturale. Un fautore della
libertà dell’individuo come Rudolf Steiner non poteva
certo esprimersi in favore di tale castrante correzione,
tanto piú che, parlando della conformazione fisiologica
del futuro, preconizza che la mano destra, servitrice,
tenderà a lasciare campo libero alla sinistra, creatrice.
-
Che cosa rappresentano gli organi
dei sensi? Sono soltanto utili per la nostra vita
terrestre o hanno anche un’altra funzione?
- Palmira
Cenzi
-
- La caduta dell’uomo nella
terrestrità ha causato la perdita del suo rapporto
diretto con il Divino. La “cacciata dal Paradiso
terrestre”, narrata simbolicamente nella Genesi,
rappresenta la discesa dello Spirito nel corpo fisico a
seguito della tentazione luciferica. L’Io, che prima
operava libero dai vincoli della materia, ha perso cosí
la visione eterica del mondo. L’uomo conserva la
connessione con lo Spirito, su cui è fondato, ma in
alcuni punti è il suo corpo fisico a sopraffare lo
spirituale: questi punti sono gli organi dei sensi. Essi
sono importanti per l’esperienza concreta del mondo, ma
lentamente, nell’evoluzione, verranno sostituiti dagli
organi di senso superiori che l’uomo ha il compito di
elaborare autonomamente, attraverso il proprio lavoro
interiore.
-
Con grande interesse ho letto la biografia di Daniel N.
Dunlop in un articolo comparso sulla vostra rivista del
mese di febbraio scorso, nel quale veniva descritta la sua
personalità di rilievo, sia nel campo della società che
in quello del movimento antroposofico. Sembra che proprio
dall’incontro con Daniel Dunlop in Inghilterra Rudolf
Steiner abbia ricevuto indicazioni per dare un ulteriore
impulso all’antroposofia, per una connessione ancora
piú profonda con la vita pratica. Steiner, nel congedarsi
da D. Dunlop a Londra, nell’agosto 1924, gli disse:
«Siamo fratelli». È sicuramente un fenomeno eccezionale
che Dunlop sia stato contemporaneamente un grande manager
e segretario generale della società antroposofica
inglese. Infatti la cristificazione della terra non è
solo un evento del pensiero, ma è arte, capacità
di imprimere la sostanza dell’idea nella sostanza del
mondo fisico e, per citare un pensiero di Goethe,
«affinché la materia si manifesti nella veste dell’idea».
Vorrei a tale proposito segnalare ai lettori dell’Archetipo
una iniziativa nata in Germania, precisamente ad Eberbach,
da parte di Corinna e Ralf Gleide, che appartengono al
gruppo antroposofico di Heidelberg e hanno fondato nel
2002 l’Istituto D.N. Dunlop. L’Istituto ha per scopo
la cura del “Zentralantroposophischen” (punto
centrale/momento essenziale dell’antroposofia),
espressione usata da Dunlop quando invitò Rudolf Steiner
a tenere delle conferenze in Inghilterra. È attraverso un
lavoro di ricerca e di formazione antroposofica che l’Istituto
crea una forza di sviluppo sociale. Il suo lavoro si
esplica nell’orientamento di persone private o di
istituzioni, e nell’appoggiare le loro intenzioni di
voler essere attive nel campo del lavoro secondo valori
spirituali. La personalità di Dunlop è un modello per il
collegamento tra ascesi spirituale, realismo e competenza,
una connessione che si rivela oltremodo proficua per la
vita pratica. Il lavoro portato avanti attualmente da
Corinna e Ralf Gleide si incentra essenzialmente su questi
punti: 1. pensare esatto e visione chiaroveggente; 2.
connessione tra aristotelismo e platonismo; 3. le dodici
“Weltanschauungen” (visioni del mondo). Inoltre è
giunto alla fase finale il progetto di ricerca dal titolo Condizioni
per la nascita di una forza di sviluppo sociale. Su
questo tema sono stati pubblicati diversi articoli. L’Istituto
Dunlop di Eberbach tiene anche corsi e seminari sui
fondamenti dell’antroposofia presso la sua sede e in
altre località. La biografia di Daniel Nicol Dunlop è
apparsa nel volume Anthroposophie im 20. Jahrhundert –
Ein Kulturimpuls in biographischen Porträts (Antroposofia
nel XX secolo – Un impulso alla cultura in ritratti
biografici), a cura di Bodo von Plato, edito dal
Verlag am Goetheanum di Dornach, Svizzera, dedicato a
circa seicento personaggi considerati i piú
rappresentativi dell’Antroposofia nel secolo appena
trascorso.
- Letizia
Mancino
-
- Ringraziamo la nostra lettrice e
amica – che ha anche collaborato all’Archetipo nell’aprile
dello scorso anno con una biografia dedicata a Massimo
Scaligero – di averci resa nota un’iniziativa che
ribadisce l’importanza di D.N. Dunlop, figura eminente
non solo nel campo antroposofico ma anche in quello
sociale, e di averci inoltre fatto familiarizzare con
personalità dinamicamente impegnate nell’ambiente della
società antroposofica tedesca. Auguriamo ai coniugi
Gleide, del Gruppo di Heidelberg, il miglior esito per il
loro meritevole progetto.
-
Date le continue, rutilanti e
fantasiose asserzioni che gli scienziati materialisti
continuano a sfornare (ad esempio il De Duve considera la
vita come “una manifestazione obbligata delle proprietà
combinatorie della materia”), che tradotte in soldini
starebbero a significare come sia possibile che dall’inorganico
nasca la vita (tesi peraltro altrettanto serenamente
sostenuta anche dai primi naturalisti medievali, a
proposito di come dalla sabbia del fiume potessero nascere
i vermi), vorremmo finalmente “vedere” provate tali
categoriche affermazioni nella natura verace, nella
cosiddetta palpabile materia, non in quella escogitata dal
pensare filosofico odierno. Per il momento ci risulta al
tatto che è dal vivente mollusco che nasce la materia del
suo guscio vecchio, o che addirittura le Dolomiti, oggi
materiale inorganico in misura colossale, ieri
fossero un prodotto di preistorici organismi viventi. Non
ancora il contrario. Combinazione… il contrario ancora
non ci risulta! Siamo troppo ignoranti o ci manca forse la
vis combinatoria?
- Andrea
di Furia
-
- Ci sorge un dubbio: non ci sarà
forse stato tra l’autore della lettera e l’autore
delle “Spigolature dalla stampa” di questo numero, uno
stretto quanto fecondo scambio d’idee? Restiamo comunque
anche noi in attesa di veder nascere dalla materia
inerte, nella provetta del moderno scienziato, un
novello Homunculus faustiano.
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- Il Bharata Natyam fa parte del
repertorio di danze classiche indiane di derivazione sacra.
Viene eseguito in assolo da donne. Tradizionalmente era
danzato dalle Devadasi, sacerdotesse che, votate al culto
delle divinità, tra le quali soprattutto Shiva e Vishnu,
dedicavano la loro vita al servizio del tempio, in particolare
nell’India del Sud. Esse non solo eseguivano danze rituali
nel recinto sacro, ma in speciali occasioni si esibivano anche
nelle corti reali, ricevendo titoli e benemerenze dal sovrano.
La loro arte squisita viene tuttora insegnata dai nattuvan,
che ne hanno ereditato i segreti e li trasmettono a loro
volta. Questi maestri dirigono l’esecuzione scandendo ritmi
e cadenze con l’uso di cimbali e modulando le sillabe (jatis)
assecondate dalle percussioni dei tamburi.
- Si chiama adavu la
composizione di base di questa danza, che fa leva sulla
perfetta espressione (abhnaya) e sull’abilità mimica
della danzatrice, che sa dosare e ben articolare il movimento
ritmico dei piedi, le plastiche curve e flessioni del corpo,
insieme alle aggraziate movenze delle mani (mudras).
Attraverso il linguaggio dei gesti, la danzatrice deve infatti
esprimere i vari sentimenti. Questa particolare capacità
mimica si chiama hasta prana, e indica in senso
letterale “la vita delle mani”. Le palme e le dita sono
gli strumenti piú idonei a rendere l’intensità delle
emozioni da comunicare allo spettatore, per indurre stati d’animo
coinvolgenti e il collegamento spirituale con la divinità.
Per mezzo della continua torsione della mano sul polso che fa
da perno, l’interprete rivolge in sequenza le mani ora verso
l’alto ora verso il basso, ora allontanandole dal corpo ora
verso di esso. Le dita vengono distese o piegate, unite o
separate, a seconda del tema drammatico. Il marcato piegamento
delle ginocchia (pile), è caratteristico di questa
gestualità, cosí come l’oscillazione ritmica del collo. I
campanelli alle caviglie esaltano il movimento dei piedi.
Anche gli occhi intervengono, per esprimere il pathos del tema
rappresentato: i bulbi oculari, con i loro otto movimenti,
indicano di volta in volta, attraverso gli sguardi, i moti
dell’anima e dei sensi, piacere, ansia, esaltazione,
desiderio ecc. Tutto l’insieme di gesti e movimenti,
compresi quelli delle ciglia, delle palpebre e delle labbra,
viene eseguito nel rispetto del natya sastra, che forma
il corredo di regole tecniche e interpretative.
- L’intera
coreografia, diretta dal nattuvan, fissa i movimenti e
i passi, nulla lasciando al caso e all’improvvisazione. I
tempi hanno tre modi: lento, moderato e veloce, le cui
alternanze creano i contrasti e la varietà dell’esecuzione.
Canti gestuali sono normalmente inclusi nel Bharata Natyam,
cosí come inni sacri (kirtanas) e canzoni d’amore.
Ciò che la danza tende a suscitare negli spettatori è la bhakti,
ovvero la devozione, e il totale abbandono al soprannaturale.
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