Poesia


Sulla dimora esposta all’uragano
lo sgomento del tuono, poi la piuma
volitando discende lungo il muro
grondante pioggia. La tempesta falcia
creature inermi, repentina esplode,
e una furia magnetica divampa
fuori dei vetri opachi, rompe in schegge
il cristallo dell’aria. Fustigata
si lascia andare l’ultima campanula
a una docile morte. Già s’annuncia
tra le foglie svenate il primo gelo,
e l’inganno di un glicine tardivo
con l’etereo turchino dei suoi pampini
rimemora l’aprile portentoso.
Di tutto il miele che donò l’estate
pochi grumi di cera a collegare
ali cosí precarie ai nostri sogni.

A noi sostanze effimere, sedotte
da vacue eternità dell’immanente,
come agli uccelli stretti lungo i fili
nel vuoto cinerino di novembre,
per fronde e rami il vento viene e dice:
«Liberate i pensieri, dipanateli
dai gomitoli oscuri, sollevateli
alla sovranità di chiari spazi
perché siano vibranti arcobaleni».
Volta a una levità che sa di cielo
ora tesse un ordito di parole
l’anima pronta a ignote lontananze,
arcane coordinate le sue trame.
Le decifra, tracciandone per noi
invisibili rotte, stella a stella,
il soffio che ci sprona a ritrovare
oltre l’inverno il sole, e rifiorire.

Fulvio Di Lieto