Poesia

 

Rowland Wheelwright
«La spiaggia incantata»
(part.)

 

Frementi in squame e carne, dal profondo
raggelato zaffíro all’incredibile
oro del giorno, per gradienti salgono
disertando l’abisso i nostri corpi
che anelano a bagnarsi in pura luce,
dall’oscuro fluire silenzioso
ai ludi vaporosi ove s’inarcano
nella sonorità piena dell’aria.
Un vivere indeciso è il nostro, l’essere
tra l’ombra e il sistro dell’arcobaleno,
tra il pneuma equoreo e l’iride che brilla
nell’onda quando crolla e si frantuma,
e mentre esplode intona con parole
di cui godiamo il suono goccia a goccia,
l’inno che incute forza agli uragani
o placa le maree lungo le rive,
armonizza del tempo la cadenza,
e brucia, folgorando a tutto cielo,
albe e tramonti nello stesso fuoco.
Di questo vive l’anima che muove
le nostre membra, per metà solari
e per metà di un astro che diffonde
tenebre cupe e muto dardeggiare.
Con tale ambigua, duplice natura
noi seducemmo i marinai, sciogliendo
le nostre chiome d’ossidiana e fiamma
e il nostro canto, pieno del mistero
che volle il mondo primigenio un fluido
vago ondeggiare dove ci amavamo,
uomini, piante, angeli e sirene,
immersi nella nebbia opalescente.
Non piú Argonauti passano, né Ulisse
legato inerme all’albero maestro.
Il nostos dell’arcano è come fiaba
per l’uomo che rifugge l’indicibile
e occlude indifferente, oltre l’orecchio,
il cuore con opercoli di cera.
Cosí non ci fa esistere, e moriamo.

Fulvio Di Lieto