La vita del pensiero che vive

Considerazioni

La vita del pensiero che vive

Angelo Lombroni - Il fiume

Angelo Lombroni  «Il fiume»

La vita è vera quando è “Vita-del-Pensiero-che-Vive”, non quando è “logica-della-Morte”.

Il corsivo è tratto da un pensiero di Massimo Scaligero, radicale, incisivo, decisionale. Non nasce da fede, da credenza, o da parteggiamento; nasce dalla pura obiettività di quel che dovrebbe essere il rapporto tra l’uomo e, in quanto tale, la possibilità di completare lo scenario del creato.

L’uomo è, esiste, vive, ma non sa cosa sia la vita. Crede di saperlo, o comunque di gestirla, senza un adeguato processo conoscitivo. L’indicazione di Massimo Scaligero interviene; può aprirgli gli occhi, o meglio restituirgli la vista. Di là da ogni metafora.

Il disastro attuale, dacché questo è il termine da usare, consiste in parte nella tracotanza euforica di sentirsi liberi nel fare quel che si vuole, secondo una scaletta che va dal libertinismo al libertinaggio; in altra parte, che è anche peggio, nel lasciarsi abbindolare da quanti in toga, cotta, càmice, vuoi con colletti bianchi, vuoi col farfallino di seta, sanno affascinare e ci convincono: senza specifici dispen­satori di verità, noi, da soli, non approderemo mai a niente.

Come se non ci fosse un Dio; non ci fosse un Cristo; non ci fosse un Io; come se non avessimo un’anima; e quando anche in questa apparisse una coscienza, essa dovrebbe starsene impotente con le mani in tasca a fissare il fiume dell’esistenza scorrerle davanti senza mèta e senza senso.

Alias: era meglio morire da piccoli.

Io amo il nonsense; mi piacciono i giochi di parole e a volte me li invento pure; mi divertono l’iperbolico e l’abnor­me, ma da parecchio tempo ho scelto di non spararle piú grosse del mio calibro. Mi piacerebbe vedere in giro almeno un cenno all’adeguamento.

Quel che di spudoratamente fittizio – il fatiscente, melenso, quiescente fittizio – si accetta di credere, e in qualche modo ci vien fatto ingoiare, anche per vie del tutto implicite, divenendo ogni giorno elemento costituente il nostro rappresentare, è talmente paradossale che neppure l’aver sottoscritto l’incauto acquisto d’un pentolame da cucina, credendo fosse un’oblazione a favore dei Ciclisti Appiedati delle Ande, può reggere il confronto e diventare quindi, una volta destati di brutto, motivo di autoindignazione e ravvedimento.

Se risulta difficile pensarla cosí, basta aver la pazienza di collezionare le frasi maggiormente tranquillizzanti proferite in campagna elettorale (e non) dai vari sedicenti candidati, e confrontarle nel tempo con le realtà emergenti; oppure, se proprio necessita un’overdose vincente il credulonismo imbelle, studiare gli slogan della pubblicità stampati/diffusi dai media, e porsi come problema a quale misterioso tipo di target-consumatore possa, ragionevolmente, venir destinata una simile ridda di scempiaggini.

Ne risulterebbe in modo inequivocabile che molti vertici, epigoni del potere, ci ritengono poco piú di analfa-ritardati, un po’ paranoici ma innocui se non fuori di sé. In altre parole: un enorme gregge a forma di popolame lagnoso da poter crescere e sfruttare, crescere e sfruttare, crescere e sfruttare… O in alternativa mungere, ove morfologicamente possibile.

Ma la cosa non riguarda soltanto sei miliardi e mezzo di sprovveduti; molto democraticamente tocca anche le lobby degli sfruttatori, le consorterie degli approfittatori, le camarille dei provvisionati, e in genere tutti i volontari dell’Esercito del Disarmo Morale, che palesemente o in modo occulto tramano a mantenere vacillante l’umanità, minandola nel pensare, nel sentire e nel volere. Con un inutile spreco di energie, se vogliamo, in quanto basterebbe inficiare il solo pensiero che poi tutto il resto viene da sé.

Chi compie il male sapendo di farlo, crea un effetto boomerang, e questo, prima di colpire il lanciatore, viaggia nel tempo e nello spazio anche per decine, forse centinaia di anni. Quando torna al mittente, che è oramai completamente dimentico e impreparato, lo fa esclamare, prima di svenire: «Oh destino perverso! Oh karma crudele!» al posto di un piú realistico: «Oh quante ne devo aver combinate!». In questi casi l’ignoranza delle leggi del karma funge da giustiziere, ma la consolazione è magra.

Negli ultimi due secoli, l’indagine filosofica ha cominciato ad accartocciarsi su se stessa, nel senso che il filosofo pensatore voleva, prima d’ogni altra cosa, sapere chi era che stava pensando dentro di lui; perché ammesso che non si trattasse di quel buon vecchio “se stesso”, che avrebbe potuto tranquillizzarlo, non si capacitava di come la domanda «Chi sono io?» gli fosse scappata di mano, anzi di testa, né piú né meno come proferita da altri, che, almeno in quel frangente, dovevano evidentemente averla pensata per primi, senza che lui avesse avuto il tempo di organizzarsi in qualche modo e prendere una posizione decente.

D’altra parte, come si fa a rispondere ad una domanda di cui ancora non si sa che è sul punto di farsi, senza che sia stata ancora fatta? Proprio questo angoscioso interrogativo portava con sé il turbamento di sentirsi sdoppiato, duplicato, clonato, accorgendosi tuttavia di non accorgersene. Il che, mentre poteva lasciar indisturbate le notti dell’uomo della strada, che, senza voler offendere nessuno, a certe cose non ci bada proprio, rendeva invece agitatissime quelle dei pensatori professionali, che giustamente temevano ne andasse di mezzo la loro dignità e reputazione.

Imboccare la strada per cercare una risposta in quella direzione voleva quindi dire accettare il divaricamento interiore come dato di partenza, senza però che fosse garantito alcun arrivo; ed ogni tentativo di riconciliazione con se stessi, o con il mondo, avrebbe dovuto da quel momento in poi passare dall’Ufficio del Giudice di Famiglia, visto che ancora non esiste una Corte D’Appello dell’Umana Coscienza, onde dirimere o quanto meno contenere la frattura in atto.

Dai filosofi dell’Io ai filosofi dell’essere il passo è stato breve, anche se sofferto; sembrò inutile (persino ai Giudici) chiedersi «Chi sono io?» se prima non si fosse chiarito cosa sia l’essere in sé, anche se declinato in prima persona singolare. Certamente: l’avessero fatto pittori e scultori, dubito che avremmo avuto un numero sufficiente di opere per allestire una o due gallerie d’arte.

Ma comunque il merito di tutto ciò consiste nel­l’essere entrati cosí in un “pre-esistenzialismo onirico” che nella pratica era una sorta di materialismo alla Belle Époque, ove si riteneva, anzi si faceva a gara per ritenere, i rapporti sociali e l’educata disponibilità verso l’altro, l’elemento di spicco di una prossima “aurea fraternitas” (l’odierna social network) oramai toccabile con mano.

Achille Beltrame - Sarajevo

Achille Beltrame  «Attentato di Sarajevo»

Seguitamente, prima la delusione del Titanic e poi la goliardata di Sarajevo, misero in evidenza il fatto che le conquiste della scienza e l’impulso caritate­vole alla fraternitas non erano poi cosí solide quanto ci si compiaceva credere, e richiedevano un perfezionamento sul campo.

Infatti, ci sono volute due guerre mondiali e qualche dozzina di territoriali ancora in corso, ma ora siamo approdati alle realtà di Facebook, di Twitter, dei blog e di Linkedin, le quali almeno age­volano lo scambio di vedute animiche anche tra unità remote. Per ora le connection sono ancora di profilo bassino, ma numerosi ingegni, umani ed extra, stanno lavorandoci su per migliorarle. Per cui bisogna stare attenti: soprattutto non prendere le lacune da colmare per semplici pozzanghere. Alcune sono autentiche voragini, e se vi si cade dentro non se ne esce piú.

Pongo un esempio che non vuole essere soltanto uno fra tanti; per me è il piú importante di tutti, è il capostipite di tutti gli esempi concreti sul quale porre attenzione e coscienza. Determinante la condizione umana odierna, vale per quanti sanno vederla tale e invece di temerla, maledirla o sfidarla, decidono di studiare correttivi risolutori.

Tra il pensiero che si pensa e quello che diciamo d’aver pensato, sia pure un solo istante fa, c’è una differenza enorme. Il primo parla di una nascita, l’altro racconta d’una morte, o per usare un termine meno drastico ma altrettanto efficace, un annientamento.

Questa differenza è pressoché ignorata da quanti non si siano mai occupati del pensiero e della sua natura; ossia dalla stragrande maggioranza dell’umanità, filosofi e pensatori di mestiere non tutti esclusi.

Woody Allen

Woody Allen

Credo che la ragione possa venir descritta mediante un aforisma attribuito a Woody Allen, il quale, poco o nulla avendo a che fare con pensatori full time, può dirla facile col disincanto impietoso dell’obiet­tività: «Tre sono le grandi domande che assillano l’uomo di questa epoca: 1. Da dove veniamo? 2. Dove stiamo andando? 3. Cosa mangeremo oggi?». Poiché, aggiunge il regista, alle prime due non abbiamo mai dato una risposta convincente e definitiva, abbiamo affidato alla terza il ruolo di ritornello del nostro esistere; da essa infatti scendono risposte che a breve durata e parziale tampone, sempre risposte sono; prova ne sia che se oggi continuiamo a porci l’interrogativo, vuol dire che fino a ieri abbiamo mangiato a sufficienza.

Scoperta la non rilevanza tra il pensiero nascente e quello incorniciato dalla rappresentazione, e stabilito che essa non è causa d’inedia, senza voler concedere troppo spazio alle cavillosità dei sofisti, l’uomo s’è convinto da tempo che una lasagna, una fettuccina, o magari due spaghettini “ajo e ojo”, valgono piú di mille elucubrazioni. Se poi al posto della pasta mettessimo una Maserati o un soggiorno ad Acapulco, la cosa cambierebbe solo in sede di spending review.

Purtroppo tutti i ragionamenti che si possono fare, compresi quelli elevati, arditi e intelligenti, ma che dipendano, anche lontanamente, dal fatto contingente d’avere uno stomaco da riempire quotidianamente, non valgono nulla di fronte a un semplice, modestissimo pensiero, sorto in circostanze esistenziali precarie, avverse, manchevoli, e che però sia rivolto allo Spirito. Non essendo quest’ultima una condizione possibilistica ma essenziale. Perciò diviene altrettanto fondamentale operare prima possibile e accogliere in chiara comprensione la differenza tra i due momenti del Pensare, che, se ben ricordo, è l’attività spirituale per eccellenza.

Il problema non è nuovo ed è stato fin qui talmente aggrovigliato e contorto da coloro che avrebbero avuto la possibilità di porlo in chiaro, che ritrovarselo oggi cosí come è stato deflorato e pasticciato, non alletta l’interesse e l’attenzione dei pochi addottorati rimasti.

Io mi ci sono imbattuto per caso, ossia per uno di quei particolari casi del destino, chiamiamolo cosí, che mi ci ha fatto inciampare. Sembrava un sasso, un comunissimo ciottolo da strada, da allontanare con una pedata; ma guardato con attenzione, vedi una forma e un colore insoliti. Cosí lo raccogli, te lo metti in tasca e ti riproponi un accertamento in seguito.

Alcuni anni or sono alla fine d’una riunione spiritual-filosofica ‒ mi si perdoni l’ambiguità del termine ‒ uscendo dal luogo dell’incontro, un amico, che amo e stimo tuttora, anche se non ci frequentiamo spesso, mi ha posto questa specie di pulce nell’orecchio: «Chissà com’è che un pensiero diventa parola?…».

Me lo sono riproposto cosí: com’è che un elemento metafisico, attraverso l’uomo, si fisicizza e si manifesta come suono? Nel percorso compiuto ci deve essere un punto in cui non è piú “Spirito” ma non è ancora “materia”. E questo punto qual è? Come si può definire una simile sospensione nel processo di trasformazione? È facile dire: non è carne né pesce. Difficile è dire cos’è.

Succede ora una cosa molto interessante e tutto sommato anche strana; viene completamente abbandonata la ricerca di una risposta adeguata, e la coscienza, senza neppure avvedersi dell’intrinseca sconfitta, si abbassa al livello di registrare la frattura come irreparabile, defi­nitivamente insanabile, e aggiorna il proprio modus vivendi su tale incapienza, assunta come nuova sintonia di riferimento.

Don Ferrante

Don Ferrante

Il tema è arduo, perché come Proteo è capace di camuffarsi in tanti modi che, se proprio decidi di occu­partene, finisci per giurare che si tratta di problematiche «differenti assai et in niuno modo comparabili in forma et sostantia» (mi sembra di sentire don Ferrante, che negando scientificamente la peste, venne colto da questa, forse incuriositasi all’esame autoptico onde chia­rire con quale rappresentante della razza umana avesse a che fare).

È il trionfo della visione dualistica del mondo: la tro­viamo tra Spirito e materia, tra verità e realtà, tra idea e azione. Ma anche fra potenza e atto, fra dare e avere, fra essere ed esistere. La incontriamo ogni volta là dove avanti a noi si spalanca il bivio del dubbio senza beneficio.

Se la filosofia occidentale del XVIII secolo, sull’imbeccata di Illuminismo, controriforma e industrializzazione, voleva mantenere il suo già difficile primato su un mondo che non la capiva piú, non le restava altro che puntare l’indice sull’essere e tormentare amleticamente le coscienze piú esposte del pensiero protagonista, forzandolo col grimaldello del “Tu pensi veramente di essere o ti basta il fatto di esistere?”.

L’ostacolo sul cammino, tra gli antichi Greci (quando l’attuale loro eversmiling Premier trova­vasi ancora allo stato di polvere cosmica), era lo “skandalòs” che in realtà fungeva pure da scandaglio; ossia solo sbattendoci contro, si poteva prender atto che l’ostacolo c’era, e prendere quindi gli opportuni provvedimenti per sé e per gli altri. Per cui leggiamo nelle Sacre Scritture che lo skandalòs è necessario, ma guai a colui che lo pone in opera. Strappato all’inerte, contorto significato di un perbenismo inamidato, piú ricattevole che caritatevole, il senso dello skandalòs si accende di nuova vita e ci permette di scandagliare la profondità della nostra impreparazione.

Anche i cultori della gnoseologia steineriana, resisi esperti in un manierismo d’inciampo che va da Husserl a Heidegger, passando per Lacan, fino a raggiungere la notevole schiera dei moderni tessitori di pensiero che, sostenendo quello “debole”, inconsciamente sperano di renderlo piú forte, si nota l’accentuata divaricazione tra ciò che è e ciò che – contemporanea­mente – non può essere.

Ci sono due momenti nel pensare che sono inconciliabili; cioè ‒ precisa Rudolf Steiner – quello produttivo, da cui il pensiero prende forma, e quello riflessivo, nel quale il pensatore pensa il suo pensato. In effetti un pensiero, prima che possa venir ripensato, deve anzitutto essere creato. Su questo non ci sono dubbi, fa parte della condizione umana.

Non avrei mai potuto credere che perfino questo punto, sul quale il Dottore è stato esauriente e preciso come in tutte le affermazioni, gli stessi suoi discepoli, passato qualche tempo, ne abbiano fatto un loro cavallo di battaglia, per sostenere, con un colpo di bacchetta magica, la frattura abissale tra personaggio e persona, tra Io superiore e io inferiore (o ego), tra l’essente quale elemento dell’essere e l’ente quale soggetto/oggetto dell’esistere. Non solo, ma – affermano costoro – fu il Dottore medesimo a dirlo per primo.

La trafila è classica: dopo l’inciampo, lo skandalòs e l’artificio, abbiamo pure la mistificazione e la calunnia. Il risultato è che ci si abitua a vedere e porre in macroscopico rilievo solo i disgiungimenti, le separazioni, le ectomíe, e per giunta si conferisce a queste la patente di irreparabilità.

È ben strana la cosa, mi dicevo: abbiamo messo secoli per sperimentare in sicurezza che il nostro pensare è una forza unificatrice, ed ora, proprio dai testi di Rudolf Steiner, ossia di colui che nell’epoca moderna ha riposto la supremazia della forza pensante a guida della corrente del divenire, salta fuori una follia del genere. Ma come ci siamo riusciti?

A quest’ultima domanda mi sono dato una risposta, ma non la rivelerò, in quanto non fa parte di un percorso pulito di pensieri.

Ma alla prima, implicita anche senza l’interrogativo, si può tentare di dare una risposta imprecaria (l’aggettivo è borderline, lo so, ma mi pare che non stia male), ovvero esente da precarietà. Anzi, penso che dovremo sentirci in obbligo di porre la questione in chiarezza, prima di tutto per noi stessi e, motivazione sicuramente non secondaria, per coloro che aspirano al diritto d’averla, siano essi mezza dozzina o cento milioni, non importa.

Qui la scienza ci può aiutare; in un modo piuttosto insolito, ma ci può dare una mano. La scienza ci aiuta… con la sua ignoranza! Mi spiego meglio: l’ignoranza che gli scienziati per ora ammettono, sia pur a denti stretti, riguardo a qualche loro punto d’arrivo, illumina la stessa ignoranza dei filosofi che pongono la facoltà pensante, il pensare e il pensiero pensato, allineati sullo stesso piano.Dicono: essendo medesima la sostanza, non si ravvisa l’opportunità di differenziare.

Ad esempio, il Bosone di Higgs: i suoi effetti sono stati riprodotti artificialmente in laboratorio; ci illustrano che sia una riproduzione su scala minima di quel che avrebbe potuto essere il Big Bang. Ma del Bosone in sé, non c’è traccia; abbiamo solo gli effetti, e da quelli si può trarre la supposizione che… ecc. ecc. Idem per il Big Bang: dagli effetti abbiamo potuto risalire ad una ipotesi causale; ma l’idea del B.B. vale quanto le altre ipotesi, anche se per adesso è la piú accreditata. Lo stesso dicasi per il mondo particolarissimo dei pensieri; abbiamo il momento produttivo e poi abbiamo il prodotto, come un pensato qualunque. Ma in mezzo ai due punti ipotizzati, ci sono ancora io, cosciente, con tutto me stesso, o c’è un salto?

L’Ente di Heidegger ha la concreta possibilità di congiungersi con l’Essente, o deve continuare a guardarlo con le lacrime agli occhi, come il Brutto Anatroccolo fissava il volo dei cigni? C’è qualcuno, qualche temerario, che osi dire come tutte le evoluzioni siano un lento, progressivo ricongiungimento “della forma creata col suo principio”? Sí che c’è: anche questo corsivo è pensiero di Massimo Scaligero, ma evidentemente gli occhi che l’hanno letto appartengono ad anime che ne suggono avidamente, a volte con sincera commozione, l’elevatezza della vis poetica, ritenendo che nel fare questo, si è fatto tutto.

Incroci multipli di stradeNon sono le ipotesi a mancare; e neppure le ipotesi delle ipotesi: manca il pensiero. Manca il pensiero del pen­siero, e mancando questo, ci comportiamo come viaggiatori smarriti; ci si staziona ad ogni supposto distributore di energia orizzontale, e al primo passante che arriva si chiedono lumi e ragguagli sulla via da percorrere.

Le vie da percorrere ci sono, tante quante sono le teste che pensano, ma le vie non esistono: cominciano ad esistere quando, dopo averle esperite come idee, qualcuno decide di dedicare il suo tempo, il suo amore, la pazienza e la tenacia all’attuazione delle medesime.

Chi l’ha fatto, scopre che tra il giorno e la notte, tra l’amore e l’odio, tra il bene e il male, e tra il momento creativo del pensare e i pensieri pensati, c’è, senza ombra di dubbio, una grossa differenza, ma essa è sempre colmabile, è sempre valicabile: non ci sono momenti in cui un soggetto resti sospeso nel vuoto perché qualcuno gli ha rubato il terreno sotto i piedi.

Le diverse etàLa mia vita non è una raccolta personale di fotografie messe in sequenza temporale; la mia vita è un ininterrotto scorrere di istanti tutti collegati e colleganti, di cui le foto sono solo momenti o stazioni, puramente indicativi a testimoniare la crescita, lo sviluppo, l’evolu­zione (se c’è); e se non c’è, almeno la variante spazio-temporale.

Sarebbe il colmo che evidenziando unicamente quel che mostrano le istantanee, e nulla ricordando di quel che non venne catturato dall’obiettivo (che di norma è la parte stragrande dell’esistenza) venissi colpito dal pensiero – davvero un povero pensiero! ‒ che nei vasti tratti mancanti tra un’istantanea e la successiva, io non ci fossi, o in alternativa fossi stato in qualche altra dimensione dell’essere che nulla ha a che fare col mio esistere.

La non conoscenza di cosa sia il Pensare, o quanto meno l’incapacità caparbia di attribuire a questa energia primaria dell’universale il valore di “Spirito”, insieme al fatto che gli ordinari “pensati” sembrano molto affini alla natura della loro origine, gioca brutti scherzi anche a quelli che si muovono con disinvoltura nel labirinto delle congetture. Il fiume è fiume e la sorgente è sorgente; prima ancora, l’acqua è nascosta, non viene percepita. Ma c’è.

Il Pensare crea qualunque pensiero; come Logos è sempre attivo; è pura attività dello Spirito, ma la nostra coscienza è appena sul punto di destarsi alla Sua Luce, alla Sua Vita; è appena sul punto (delicatissimo) di riconoscersi in quella particolare, ridottissima forma che è lo Spirito umano. Essa nulla sa da dove le provenga la forza pensante; nel darsi e farsi di questa, la coscienza manca, non è presente. Lo è invece poi, quanto ha formulato i suoi pensati e se li riguarda per trasformarli in azioni esteriori.

Il Pensare è uno; si lascia scindere in momenti puramente didascalici; è una necessità che deriva dal nostro procedere nella conoscenza. Dobbiamo farlo per gradi, e ci viene spontaneo pensare questi gradi come una sequenza prestabilita. Questo però è un ragionare del tutto falsato, perché il concetto di sequenza lo puoi applicare solo se sei un osservatore legato alla spazio-temporalità. Che, guarda caso, è la conditio sine qua non dell’essere umano, che indossi farsetto o cappa, pizzarda o corona.

Tant’è vero che se Euclide insegnò essere la linea un insieme di punti del piano, nessun discepolo dell’epoca ebbe mai a chiedergli: «Scusi Maestro, ma tra un punto e quello successivo, cosa c’è?». Per lo meno non ce ne è giunta notizia; gli annali d’epoca non recano traccia d’incrimina­zione per discepolicidio a carico dell’antico Geometra.

Nel Mondo spirituale, da cui il Pensare irraggia, tutto contemporaneamente è; il Pensare viene a noi dall’Eternità. Viene per morire in noi, per far balenare un istante di verità, che noi trasformiamo subito in realtà contingente, legata a tutte le categorie terrestri. Non sappiamo, non possiamo fare altro. Per ora.

Questo “altro”, possiamo però volerlo. Siamo liberi di intuirlo, di amarlo e di cercarlo in noi e fuori di noi. Allora diventa meno complicato cogliere i pensieri che sostengono l’esistere come una modalità perfettamente umana dell’essere; diventa persino piú pratico concepire l’io inferiore come un riflesso, un’impronta capovolta e materializzata dell’Io superiore, e che – gli piaccia o meno – a Lui si rapporta dall’inizio alla fine dell’avventura terrestre, simile al fiore che cerca di continuo la luce del sole.

Si comprende come la logica, normalmente impiegata per mettere in orbita satelliti artificiali, monopolizzare le comunicazioni e controllare i conti in banca, abbia cessato da un bel pezzo d’essere virtú del Logos; sia divenuta invece catalizzatrice di un processo letale, di cui nessuno vuole assumersi la responsabilità, pur verificandone ogni giorno l’azione deleteria e distruttiva nel tormento delle anime e nella devastazione delle menti.

Io credo che molte situazioni personali, drammatiche e angoscianti, potrebbero risolversi mediante un pensiero del genere; in fondo, la vera causa del dissidio con se stessi è tutta qui: un ego ingigantito a dismisura cosí prepotente da non riconoscere d’esser stato provvisoriamente insediato al posto di comando, e che non vuol mollare la presa su tutto ciò che ingenuamente sogna di poter dominare per sempre.

È il travaglio che innesca la crisi esistenziale, dapprima nei singoli, per poi scoppiare come fenomenologia stratificata di una collettività allo sbando. Un vero e proprio mal comune; fattosi epidemia globale, non ammette nemmeno il mezzo gaudio di sfogo.

Ma evidentemente si deve anche considerarlo il prezzo della guarigione.

Pagandolo, diventa semplice dirimere il dubbio relativo al punto rilevato dai cesellatori di minuterie filosofiche, nonché esegeti della gnoseologia steineriana. È evidente che il momento produttivo del pensare è completamente diverso da quello riflessivo; ed è altrettanto vero che entrambi i momenti sono sottesi da uno stesso soggetto, dei quali la coscienza avverte solo la diversità di livello, sdoppiandola in due luoghi distinti e non ravvicinabili.

Ma chiedete ad una madre, se il suo ragazzino che ora gioca a pallone nel prato, è completamente diverso dal pupo appena partorito che lei strinse al seno, e se tra i due momenti, cosí separati nello spazio e nel tempo, ci sia qualcosa che assomigli ad un abisso incolmabile in cui il figlio minaccia di non essere piú, o quanto meno di non poter ricoprire alcuna forma del­l’essere/esistere.

Se la signora è una persona educata, ve la caverete con poco.

Il Pensare è unico e continuo; la nostra necessità di frantumare la sua corrente per modellarlo alle necessità della mente, del cuore e della corporeità, è l’esigenza di chi deve imparare a conoscere dapprima il mondo, indi se stesso e, terzo gradino, il mondo dentro se stesso, muovendosi come una tartarughina passo dopo passo.

Essendo soltanto conoscitori del mondo, non possiamo farci carico di problematiche che, ammessa per assurdo iperbolico una loro validità teorica, potrebbero semmai venir considerate soltanto al livello di Colui che ha creato il Mondo, il Pensare, l’uomo e con esso pure la possibilità di fargli adoperare poco per volta quel minimo quid di energia pensante che gli permetta di progredire nell’evoluzione in senso positivo, o magari negativo, a piacimento, datosi che il divino non impone obblighi.

Ma a tale livello, lacerazioni, divaricazioni, abissi e crepacci non hanno udienza, essendo evidentemente attuativi soltanto là dove il Pensare giunge per morire e dove si celebra il tentativo di non confondere la vita con la morte. Il frazionamento del molteplice nel suo amalgama riguarda la terra, non il Cielo.

Ecco quindi possibile congiungerci in modo maggiormente corretto con la frase d’apertura (che piú apertura di cosí non si può) e cogliere nel pensiero di Massimo Scaligero una verità che sicuramente è sorta da un Pensare ridottosi a pensato, racchiusosi in parole e steso alfine in scrittura; ma contenente in sé una forza originaria di Luce tale che, meditata come Massimo ci ha insegnato, risorge sempre alla Vita; quella appunto del “Pensiero-che-vive”; non certo quella della “logica-della-morte”.

 

Angelo Lombroni