Bisogna saltare un lungo periodo di tempo se si vuole che lo sguardo spirituale si rivolga da Zoroastro o Zarathustra, quella grande personalità che ha costituito l’argomento dell’ultima conferenza di questo ciclo, alle tre grandi personalità che sono alla base delle nostre considerazioni odierne. Da ciò che precede di migliaia di anni la nostra era cristiana, e che potrebbe essere chiarito solo dal fatto che a quell’epoca tra gli uomini si supponevano costituzioni d’anima del tutto diverse, arriviamo a quel periodo del XVI, XVII secolo della nostra epoca in cui, per la prima volta, si è manifestato quello spirito che è stato attivo e fecondo fino ai nostri giorni in tutte le correnti culturali dell’umanità in evoluzione. Vediamo allora come quello spirito, che nel Cinquecento e nel Seicento risplendeva con tanta forza in personaggi come Giordano Bruno e Galileo, abbia poi trovato una forma completa in una personalità a noi molto vicina come quella di Goethe.

Galileo, Giordano Bruno e Goethe
Galileo e Giordano Bruno sono i due nomi che vanno citati quando dobbiamo ricordare l’inizio del periodo del nostro sviluppo umano, in cui le scienze naturali si trovavano allo stesso punto di svolta in cui si trova oggi la scienza spirituale. Ciò che allora per il pensiero scientifico è stato fatto inizialmente in modo straordinario, per il pensiero scientifico-spirituale deve avvenire in un certo modo nel corso delle epoche successive. Questo ci sarà particolarmente evidente se – per comprendere Galileo e Giordano Bruno nel vero senso della parola – diamo uno sguardo all’intero modo di pensare e di sentire dell’umanità nel momento in cui Galileo e Giordano Bruno si trovavano a cavallo tra il XVI e il XVII secolo.
Tuttavia, dobbiamo gettare uno sguardo indietro a una rappresentazione inizialmente del tutto particolare di quella che nei secoli precedenti – circa nel periodo compreso tra l’XI e il XV secolo – veniva chiamata scienza in senso lato. È importante rendersi conto che in quei secoli la divulgazione, la generalizzazione della scienza dovette assumere una forma completamente diversa rispetto a quella che si ebbe in seguito nel nostro tempo. Stiamo infatti parlando di quei secoli in cui non esisteva la stampa, in cui il maggior numero di persone riceveva come vita spirituale solo ciò che veniva trasmesso oralmente nelle chiese, nelle scuole o in altri luoghi simili. Ecco perché è cosí importante, soprattutto per quell’epoca, farsi un’idea di cosa fosse l’impresa scientifica e accademica. Nei tempi che hanno preceduto l’epoca di Galileo e Giordano Bruno, per l’uomo di oggi un’impresa scientifica può essere solo difficilmente comprensibile; si può comprenderla solo se si può familiarizzarsi con qualcosa di molto diverso da ciò che oggi è pratica comune. A quei tempi si poteva entrare in qualsiasi aula, in qualsiasi luogo in cui si praticasse la scienza – diciamo le scienze naturali in questo o quel campo, anche la medicina e cosí via – e ci si sarebbe sentiti dire che chi volesse presentare qualcosa della scienza di quel tempo non si concentrasse su ciò che era stato osservato in quel momento in questo o quell’istituto, come accade oggi, quando si osservano i metodi scientifici, bensí su qualcosa che stava alla base di tutto ciò che veniva presentato, di tutti gli sforzi scientifici, negli antichi scritti di Aristotele, infinitamente importanti per il suo tempo.

Aristotele
Se si considera il progresso storico dell’umanità, Aristotele si erge come un gigante intellettuale. Quello che ha realizzato per il suo tempo è infinitamente significativo. Ciò che ci interessa ora, tuttavia, è che i libri di Aristotele spesso non venivano letti nella forma in cui esistevano nella lingua originale, ma si basavano ovunque su ciò che era stato tramandato: questo dava il senso. Su qualunque cosa venisse presentata, su ciò che era un principio, un dogma, ciò che poteva in qualche modo essere considerato una verità, si diceva su questo argomento, Aristotele ha pensato cosí e cosí. Cosí sta scritto in Aristotele! Mentre lo scienziato di oggi o quello che in qualche modo presenta solo la scienza in sé, o anche solo in stile divulgativo, invoca il fatto che questo o quello è stato osservato qui o là, nei secoli di Giordano Bruno e Galileo s’invocava il fatto che tanti secoli fa il grande Aristotele faceva questa o quella affermazione su questo o quell’argomento. Come oggi, per quanto riguarda lo spirituale, ci si riferisce ai documenti religiosi e alla loro tradizione e non si va all’osservazione diretta, cosí nelle scienze di allora non ci si riferiva alla natura e alla sua osservazione, ma a ciò che era stato tramandato, ad Aristotele.
È straordinariamente interessante immergersi in una lezione universitaria di questo tipo per vedere come i medici di tutto il mondo abbiano basato le loro università sulle teorie di Aristotele. Ma Aristotele era un gigante intellettuale. E sebbene si dovrebbe anche dire che una tale personalità intellettuale non deve essere presentata immutata dopo secoli, d’altra parte si può ancora pensare in modo corretto: se Aristotele ha realizzato qualcosa di cosí significativo e grande, allora anche se le persone non hanno imparato nulla di nuovo, se è stato ripetutamente presentato loro l’Aristotele millenario, devono aver ricevuto qualcosa di significativo nella loro testa, perché deve essere stato significativo e utile ricevere gli insegnamenti e le teorie profondamente illuminanti di Aristotele. Tuttavia non è stato cosí, e pertanto coloro che presentavano questi insegnamenti a quel tempo e dopo Aristotele li proclamavano ovunque benché non capissero nulla di Aristotele, prima di Galileo e Giordano Bruno si trattava fondamentalmente di un insegnamento incredibilmente incompreso che veniva presentato e insegnato ovunque come “aristotelico”. Oggi, dal punto di vista della Scienza dello Spirito, voglio sottolineare solo una cosa, per mostrare come Galileo e Giordano Bruno dovettero a quel tempo inserirsi nella vita spirituale del loro tempo. Ho già parlato spesso di questa questione, che non è un aneddoto ma una verità; quindi, ora mi limiterò a richiamare l’attenzione su di essa ancora una volta.
C’era uno dei tanti studiosi che giuravano solo su Aristotele, il quale a sua volta era amico di Galileo. Galileo – come Giordano Bruno – era un avversario non di Aristotele, ma degli aristotelici, e per una buona ragione. Galileo sottolineava che bisognava rivolgersi al grande libro della natura, che parla all’uomo, e non si doveva prendere solo dai libri di Aristotele cosa significa lo spirito della natura. A quel tempo gli aristotelici sostenevano una strana dottrina, cioè, che i nervi, l’intero sistema nervoso dell’uomo, partissero dal cuore e che dal cuore i nervi si diffondevano fino al cervello e in tutto il corpo. Aristotele aveva insegnato questo, dicevano, ed era vero! Galileo, che non voleva riferirsi a vecchi libri e antiche tradizioni, ma a ciò che si vede esaminando il corpo umano, fece notare che i nervi partono dal cervello e che i nervi piú importanti hanno origine dal cervello. Galileo disse al suo amico di vedere di persona come i nervi partissero dal cervello. «Sí, voglio vederlo», disse l’interessato e se lo fece mostrare sul corpo umano. Questo studioso, che si riteneva un buon aristotelico, rimase stupito e disse a Galileo: «Sembra proprio che sia cosí, che i nervi vengano dal cervello, ma Aristotele dice che i nervi vengono dal cuore, e se qui ne deriva una controversia, allora credo ad Aristotele e non alla natura!».

Sistema nervoso centrale
Queste erano le osservazioni che Galileo sentiva all’epoca. Aristotele veniva consultato su tutto ciò che doveva essere scienza. Una volta uno studioso di stampo ecclesiastico voleva scrivere sulla questione dell’immortalità. Come si scriveva allora? Prendevano dalla dottrina della Chiesa ciò che volevano argomentare e aggiungevano ciò che credevano di poter citare di Aristotele per poter dimostrare la questione in esame come loro volevano dimostrarla. L’uomo in questione, che era un membro del clero, aveva consultato ogni sorta di brani con l’intenzione di riunire ciò che Aristotele considerava come opinione corretta sulla questione dell’immortalità. E questa è un’altra verità: poiché il religioso doveva presentare i suoi libri ai superiori, questi gli dissero: «È pericoloso, non potrà essere approvato, perché gli estratti di Aristotele potrebbero anche dimostrare il contrario». Allora l’autore replicò: «Se si trattasse solo di dimostrare ancor piú chiaramente che Aristotele intendesse qualcosa che era accettabile, allora l’avrebbe dimostrato con un altro argomento. Perché si potrebbe fare anche questo!».
In breve, Aristotele è stato usato e travisato in ogni modo. Partendo da questo, vediamo come Aristotele sia stato frainteso nell’epoca precedente a Giordano Bruno e Galileo, e facciamo l’esempio dell’origine di nervi che partono dal cuore. Si può capire cosa c’è dietro solo se si sa che Aristotele, che si situa alla fine della vecchia cultura greca, si trovava anche alla fine dell’epoca in cui prevaleva la vecchia coscienza chiaroveggente. Osservando il proprio tempo, Aristotele ha tramandato una scienza nata da una coscienza chiaroveggente, che vedeva il mondo spirituale al di là del mondo dei sensi. Questa coscienza portò alla realizzazione delle scienze antiche. E Aristotele, che non era piú in grado di sviluppare una tale coscienza chiaroveggente, ma aveva solo una coscienza intellettuale, fu l’ultimo a registrare quella che era la scienza antica, quella che si era sviluppata attraverso la civiltà greca come scienza antica. Si dovrebbe riflettere su questo. Non per niente Aristotele è il fondatore della logica nella storia! Questo perché il pensiero intellettuale e dimostrativo divenne il fattore decisivo. Aristotele è stato colui che ha preso gli insegnamenti antichi e li ha raccolti nei suoi scritti con un sistema logico, cosicché possiamo capirne alcuni solo se conosciamo cosa si è realmente inteso con essi. E quando Aristotele parla di nervi, non dobbiamo interpretare questo termine come lo concepisce la nostra epoca, né come lo faceva l’epoca di Galileo e Giordano Bruno, che è già abbastanza vicina alla nostra, dobbiamo bensí sapere quanto segue. Quando Aristotele parla del tracciato dei nervi, ha in mente quello che oggi conosciamo come la componente sovrasensibile della natura umana dopo il corpo fisico dell’uomo: vale a dire il corpo eterico sovrasensibile dell’uomo. Si tratta di qualcosa che, con l’evoluzione della coscienza dell’uomo, è andato gradualmente perdendosi rispetto a ciò che l’uomo può vedere. Neanche Aristotele lo vedeva piú, ma adottò questa concezione dai tempi in cui la coscienza chiaroveggente vedeva non solo il corpo fisico, ma anche l’aura eterica, il corpo eterico, che è l’effettivo costruttore e portatore di energia del corpo fisico.
Aristotele ha tratto il suo insegnamento dai tempi in cui il corpo eterico era visto nello stesso modo in cui oggi l’occhio vede i colori. E se non guardiamo al corpo fisico ma al corpo eterico, allora il punto di partenza di certe correnti che Aristotele ha basato su ciò che di solito intendiamo dietro il termine “nervo” non è il cervello ma la regione del cuore. Quindi Aristotele non intendeva i nostri nervi attuali, ma le correnti sovrasensibili, le forze sovrasensibili che emanano dal cuore, vanno al cervello e fluiscono nelle varie direzioni del corpo umano. Sono cose che solo la scienza spirituale può rendere comprensibili, attraverso il riconoscimento delle parti e delle membra sovrasensibili della natura umana.

Le correnti eteriche
Ora, poiché, anche nei tempi che precedettero l’epoca di Giordano Bruno e Galileo, le persone non erano in grado di vedere in modo soprasensibile, non avevano idea che Aristotele intendesse le correnti eteriche; credevano che intendesse i nervi fisici e quindi sostenevano: «Aristotele ha detto che i nervi fisici emanano dal cuore». Questo è ciò che intendevano gli aristotelici. Ma chi sapeva cosa c’era scritto nel libro della natura non poteva certo ammetterlo da parte degli aristotelici. Da qui la grande disputa tra Galileo, Giordano Bruno e gli aristotelici, poiché nessuno capiva il vero Aristotele, nemmeno Galileo e Giordano Bruno, ovviamente, che non fecero alcuno sforzo per penetrare originale. Erano pertanto i grandi portatori di cultura per la loro epoca e dall’erudizione data dai libri indicavano il grande libro della natura, la natura che si estende davanti a tutto.
Ho già parlato in precedenza di un uomo, Laurenz Müllner, che stimo molto come filosofo, che è stato rettore dell’Università di Vienna nel 1894 e ha tenuto un discorso rettorale su Galileo. In questo discorso egli ha sottolineato che, nella sua grandezza assoluta, Galileo ha visto con la sua intelligenza le grandi leggi della meccanica, gli effetti spaziali, che catturano maggiormente l’attenzione e parlano ai nostri cuori quando, ad esempio, consideriamo la Chiesa di San Pietro a Roma. Quando questo imponente edificio agisce su di noi, ognuno sperimenta qualcosa che possiamo comprendere. Vorrei caratterizzarlo con un piccolo fatto che, in fondo, è significativo.
Lo scrittore viennese Speidel e lo scultore Natter si recarono una volta nella regione di Roma. Quando si avvicinarono a Roma, Speidel udí un’osservazione molto strana da parte di Natter, che in un certo senso era un genio. All’improvviso, Natter balzò in piedi e il suo amico non capí cosa gli stesse succedendo, ma sentí solo le parole: «Ho paura!». Si rese conto solo in seguito, poiché Natter rimase in silenzio, che aveva visto da lontano la Basilica di San Pietro con la sua cupola. Chiunque veda questo singolare edificio può essere colpito da una sorta di stupore per la distribuzione delle forze spaziali che è scaturita dal genio di Michelangelo. Laurenz Müllner ha poi richiamato l’attenzione sul fatto che è stato Galileo, questo grande pensatore, a dare all’umanità l’opportunità di pensare matematicamente e meccanicamente a distribuzioni spaziali come quelle che incontriamo nella bellissima struttura della cupola della Chiesa di San Pietro a Roma. Allo stesso tempo, però, va sottolineato che Galileo, che scoprí le leggi meccaniche, nacque quasi all’ora della morte di Michelangelo, il costruttore della Chiesa di San Pietro. In altre parole, fu dai poteri intellettuali di Michelangelo che nacque la distribuzione delle forze dello spazio che solo in seguito divenne accessibile all’intelletto dell’uomo.
Da questo esempio si può capire che ciò che si può chiamare conoscenza intellettuale può arrivare molto piú tardi del mettere insieme queste cose nello spazio. Se si considera davvero una cosa del genere dal punto di vista del pensiero, è piú probabile che si consideri possibile che la coscienza delle persone abbia subito un cambiamento. E che le persone avevano una certa chiaroveggenza, che il modo di pensare attraverso l’intelletto non risale a tanto tempo fa, ma che per certe necessità storiche questo modo di pensare è potuto sorgere solo nel XV, XVI e XVII secolo. Menti come Galileo e Giordano Bruno furono i primi a dare il via a ciò che sarebbe avvenuto in seguito. Da qui la loro forte opposizione agli aristotelici e, in particolare, a quelli che per primi hanno frainteso Aristotele, che poteva essere preso come espressione della scienza antica e poi lo hanno applicato alla natura. In questo modo abbiamo caratterizzato anche la visione del mondo di Galileo.
Oh, Galileo è stato, nel senso piú assoluto del termine, colui che ha introdotto per primo nell’umanità il tipo di pensiero scientifico rigoroso, si potrebbe dire il tipo di rapporto tra scienze naturali e matematica, che ha dato il tono a tutto il periodo successivo fino ai giorni nostri. Cosa c’è di speciale in Galileo? Galileo – da questo punto di vista un figlio del suo tempo – disse per primo, con audace coraggio, quanto segue. Vi assicuro che queste parole possono essere usate per descrivere i sentimenti di Galileo, perché per capire tutta l’anima, tutto lo stato d’animo di Galileo, bisogna descrivere quello che lui sentiva in questo modo: «Noi siamo qui, come esseri umani sulla Terra. La natura si estende davanti a noi con tutto ciò che può dare ai nostri sensi, alla nostra comprensione, che è legato allo strumento del cervello. Attraverso la natura – cosí dice Galileo in innumerevoli passaggi dei suoi scritti – parla un divino-spirituale. Noi uomini guardiamo la natura con gli occhi e la osserviamo con gli altri sensi. Ma ciò che i nostri occhi percepiscono, ciò che si sente attraverso i nostri sensi, è pensato nella natura da entità divino-spirituali. Dapprima vivono i pensieri degli esseri divino-spirituali, poi vengono – emergendo dai pensieri degli esseri divino-spirituali – le cose sensibili della natura come rivelazioni dei pensieri di Dio, e infine viene la nostra facoltà percettiva, soprattutto il nostro intelletto, che è legato al nostro cervello. Allora ci mettiamo lí a decifrare come le lettere diventino un libro e come nasca ciò che l’autore intendeva, cioè ciò che i pensieri divini espressero nella natura».

Anche Galileo aderiva al punto di vista di tutti i grandi spiriti dello sviluppo mondiale, cioè che nei fenomeni della natura, nei fatti della natura, c’è qualcosa di simile a dei caratteri, delle lettere, che esprimono lo spirito delle entità divino-spirituali. Lo spirito umano è quindi lí per leggere ciò che le Entità divino-spirituali hanno scritto nelle forme dei minerali, nel corso dei fenomeni naturali, persino nel corso dei movimenti stellari. La natura umana è lí per leggere ciò che lo Spirito divino ha pensato. Solo che, nel senso di Galileo, lo Spirito divino si differenzia dallo Spirito umano, in quanto per lo Spirito divino tutto ciò che esiste per il pensiero è pensato in una volta sola, senza limiti di spazio e di tempo, in un istante.
Se prendiamo in considerazione un solo campo, quello della matematica, ci rendiamo conto di quanto fosse strana questa idea. Si pensi che, se qualcuno ora usa l’intera matematica, nella misura in cui è già stata studiata, dovrà sforzarsi a lungo prima di padroneggiarla. Chi è seduto qui deve sapere come la comprensione da parte dell’uomo delle idee matematiche dipenda dal tempo. Ora Galileo pensò tra sé e sé: «Ciò che l’uomo coglie nel corso di lunghe epoche è presente per il pensiero divino in un istante, non è limitato dallo spazio e dal tempo. Lo Spirito umano – pensava tra sé e sé – non deve soprattutto credere di poter afferrare rapidamente lo Spirito divino con la sua mente, che è legata allo spazio e al tempo; deve cercare di osservare passo dopo passo, di osservare i singoli fenomeni pieni di luce. Non deve credere di poter sorvolare sui singoli fenomeni, di poter tralasciare ciò che Dio ha concepito come ragione dei fenomeni». Galileo diceva a se stesso: «Si mette male con i pensatori che non vogliono arrivare alla verità attraverso l’osservazione rigorosa di ciò che si stende nella natura davanti alla nostra intelligenza, ma che vogliono arrivare rapidamente alla verità attraverso le loro speculazioni, sfiorando le singole cose».
Ma Galileo diceva questo per ragioni diverse da quelle di oggi. Galileo non voleva limitare la mente umana alle osservazioni, perché avrebbe negato che dietro ci fosse la grande mente con i “pensieri primordiali”, bensí perché questa mente divina gli sembrava cosí grande, potente e sublime in quanto tutto ciò che c’è in termini di “pensieri primordiali” è presente in un istante, mentre la mente umana ha bisogno di un tempo infinito per decifrare diligentemente le lettere per arrivare gradualmente dietro ai singoli pensieri. È per umiltà che Galileo ammoniva i suoi contemporanei su come la mente umana sia profondamente inferiore alla mente divina: «Non potete piú vedere dietro le cose, non perché gli uomini non possano farlo, ma perché il tempo per farlo è scaduto».
L’osservazione, l’esperienza e il pensare con la propria testa, questo era ciò che Galileo presentava come fattore determinante per i suoi contemporanei. Era in grado di farlo perché in un certo senso la sua mente era completamente organizzata matematicamente, perché aveva un modo di pensare veramente matematico. È meraviglioso, ad esempio, quando sentiamo dire che Galileo ha avuto notizia che in Olanda è stato scoperto qualcosa, come i telescopi, attraverso i quali si può vedere il cielo piú lontano. Bisogna ricordare che a quei tempi non c’erano i giornali. Galileo sentí dire da alcuni viaggiatori che in Olanda era stato scoperto qualcosa come i telescopi. Quando sentí una cosa del genere, non si diede pace e inventò da solo un telescopio. Fu con questo telescopio che Galileo fece le sue grandi scoperte, che erano in linea con quanto era stato da poco introdotto dal sistema mondiale copernicano.

Galileo mostra il suo telescopio nel 1609
Per capire bene quest’epoca, bisogna considerare insieme due cose: una è che la gente non comprendeva piú nulla della vecchia scienza sovrasensibile e che Galileo era un precursore della nuova scienza. La seconda è che, per quanto riguarda gli astri, era significativo che Copernico, immediatamente prima, avesse dato un nuovo volto al mondo pensando in modo diverso ai movimenti dei pianeti intorno al Sole. Basta mettersi nei panni della gente di allora e nella mente di coloro che, come esseri umani, avevano creduto per migliaia di anni: «Qui, su questa Terra, stiamo saldamente in piedi nello spazio!». E ora questo pensiero veniva praticamente ribaltato: la Terra si muoveva intorno al Sole a velocità enorme! Questo pensiero ha letteralmente sconvolto la gente. Non ci si deve stupire della forte impressione suscitata da un’idea del genere, che in effetti ebbe un effetto profondo su tutti, sia che fossero oppositori sia che fossero favorevoli. Per menti come quella di Galileo, il motivo per cui Copernico era arrivato a questa visione era particolarmente determinante. Vediamo perché Copernico era arrivato particolarmente a questa visione del movimento dei pianeti intorno al Sole. Fino ad allora esisteva un sistema mondiale che non era stato compreso perché in realtà era concepito spiritualmente. Cosí com’era inteso, questo sistema mondiale tolemaico era un’idea del tutto impossibile. Si doveva infatti immaginare che i pianeti descrivessero movimenti molto complicati, cerchi e ancora cerchi nei cerchi. Era soprattutto a delle idee tremendamente complicate che ci si doveva dedicare. Era questo che non piaceva a quelle menti. Fondamentalmente, Copernico non ha fatto nessuna nuova scoperta astronomica. Si è solo detto: «Prendiamo l’idea piú semplice di come possiamo spiegare i movimenti!». Egli ha riposto l’intera visione del mondo nella semplicità di questa idea. Era qualcosa di magnifico quando il Sole era collocato al centro e i pianeti si muovevano intorno ad esso in cerchi o, come ha dimostrato in seguito Keplero, in ellissi. L’intera visione era grandiosamente semplificata! È questo che ebbe un effetto particolarmente convincente su Galileo. Egli, infatti, sottolineava sempre che la mente umana è in grado di riconoscere la verità nella semplicità. Non è il complicato, ma la semplicità che è bella e il vero è bello!
A causa della bellezza, e della bellezza nella semplicità, molti di quei tempi adottarono l’idea del sistema mondiale copernicano. E in particolare Galileo trovò in Copernico ciò che cercava in termini di semplicità e bellezza. Era lí e vedeva quello che quasi nessuno voleva credere: vedeva le lune di Giove! Sí, l’occhio di Galileo vide per primo le lune di Giove, che orbitano intorno a Giove come i pianeti orbitano intorno al Sole, un piccolo sistema solare: Giove con le sue Lune come il Sole con i suoi pianeti. Questo era adatto a confermare un sistema di mondo costruito interamente sull’idea di mondo dei sensi. Fu Galileo, ad esempio, che vide particolarmente le idee di Copernico su scala ridotta per il mondo dei sensi. Questo lo rese un pioniere della nuova scienza. Fu lui ad avere per primo l’idea che ci sono montagne sulla Luna, che ci sono macchie solari e che ciò che passa sopra le stelle come una striscia di nebbia è un mondo disseminato di stelle. Insomma, avvenne tutto ciò che si può definire una scrittura “documentata” della sapienza di Dio espressa nel mondo dei sensi. Questo fu ciò che ebbe un effetto cosí speciale su Galileo. Il periodo, che voleva essere completamente immerso nella contemplazione del mondo dei sensi, ebbe qualcosa di molto speciale per Galileo e per la sua mente, costruita sulla matematica. E cosí Galileo è stato colui che, in un certo senso, ha dato il primo impulso all’umanità per dire: con la nostra coscienza normale non possiamo vedere oltre questo manto dei sensi. Il sovrasensibile non esiste per nessun senso umano, né per la mente umana. La mente divina lo racchiude al di fuori dello spazio e del tempo. La mente umana è legata allo spazio e al tempo. Atteniamoci quindi a ciò che è dato nello spazio e nel tempo per la mente umana! Poiché Galileo è stato in grado di fare cosí tante cose grandi, è anche filosoficamente – se cosí si può dire – uno dei piú importanti precursori del recente sviluppo spirituale dell’umanità. Che meraviglia, quindi, se in Galileo vediamo allo stesso tempo lo spirito che ora voleva chiarire anche a se stesso come i fenomeni dei sensi si relazionano effettivamente con l’uomo e la sua vita animica. Si dice spesso nelle cronache popolari che Kant ha, per cosí dire, sottolineato per primo che il mondo che ci circonda è solo un’apparenza, che non si può accedere alla “cosa in sé”. Galileo aveva già sottolineato questa idea in modo leggermente diverso da Kant, solo che vedeva l’idea onnicomprensiva del divino-spirituale ovunque dietro le cose dei sensi e supponeva per umiltà che l’uomo potesse avvicinarvisi solo in lunghi periodi di tempo, non in linea di principio. Tuttavia, Galileo disse: «Quando vediamo un colore, per esempio il rosso, esso ci fa un’impressione. Il rosso è nelle cose?».

Galileo ha usato un paragone molto significativo, dal quale si evince anche quanto sia sbagliato il pensiero, ma non è questo il punto, bensí cogliere il pensiero come pensiero del tempo. Diceva: «Prendete una piuma e solleticate la pianta del piede o il palmo della mano di una persona: la persona sente il solletico. Domandava poi: «Il solletico è nella piuma? No, essa è qualcosa di completamente soggettivo». Nella piuma c’è qualcosa di completamente diverso. E cosí come il solletico è qualcosa di soggettivo, anche il rosso che c’è nel mondo è qualcosa di soggettivo. Galileo paragonò i colori, persino i suoni, al solletico che si esercita sulla pianta del piede con la piuma.
Se consideriamo questo, possiamo persino vedere in Galileo ciò che è nato come filosofia degli ultimi tempi, perché la filosofia degli ultimi tempi dubita della possibilità che l’uomo possa in qualche modo penetrare dietro il rivestimento del mondo dei sensi.
Rudolf Steiner (1a parte, continua)
Conferenza tenuta a Berlino il 26 gennaio 1911 – O.O. N° 60.
Risposte della Scienza dello Spirito ai grandi problemi dell’esistenza.
Traduzione di Angiola Lagarde. Da uno stenoscritto non rivisto dall’Autore.
