Il male è la tenebra. Ma la tenebra che non riluce. La tenebra che riluce non è già piú male, ma il male che conosce la sua luce, cioè il principio superatore della tenebra. Perché la luce conosca la propria intima forza deve rilucere nelle tenebre, deve originarsi là dove è impossibile che nasca, per miracolo di volontà.
Il male non è il male conosciuto, perché conoscerlo significa illuminarlo, porvi il seme del miracolo, adempiere il male come realizzazione della sua istanza ultima, cioè che venga conosciuto, e con ciò, superato.
Il male può cessare se esaurisce la sua funzione, se è restituito alla sua realtà, che è la sua irrealtà. Percepire il male significa già penetrarne il tessuto con una luce che gli è estranea e quindi definitiva e risolutrice, la luce dell’Io che può tutto.

Il male percepito ha l’aspetto di un diamante: gioca la luce e la respinge, nel riflesso, pur lasciandosene attraversare, perché la pietra non è la luce, ne è la negazione, ma traspare fino al punto da lasciarsi compenetrare della luce, fino a diventare luce. Il diamante è il male percepito, perché è la tenebra minerale risolta, è la potenza del vedere che non ostacola se stessa, come l’occhio che non resiste al Sole, poiché nella percezione sensoria si ristabilisce l’armonia della luce che è identica nel Sole e nell’uomo.
L’esercito di Manes deve possedere un cuore di diamante, che abbia conosciuto il male umano, lo abbia percepito e sofferto fino a transustanziare il sangue in luce, la tenebra luciferico-ahrimanica in folgore michaelita.
È la via del Vajra, diamante e folgore, che è però la manifestazione nel regno sensibile naturale di una potenza di vita spirituale travolgente, che quando si manifesta nell’immanenza deve distruggere il supporto che rese possibile la sua manifestazione. Deve uccidere ciò che serviva solo ad occasionare la sua potenza divina. Gli Archetipi divini penetrano lo spazio con virulenza eterica dal piano della Buddhi, uccidendo continuamente la vita perché sorga una piú alta vita, quella dello Spirito.
Lo Spirito deve emergere sulle ceneri del sostrato che ne consente l’espressione. Il lampo, il tuono, il fulmine, dal capo degli Izari emanando come forze creatrici, il cui scatenamento nello spazio deve essere distruzione dello spazio. Cosí la luce può illuminare la notte nello squarcio del fulmine: cosí la natura obbedisce alla sopranatura.
Dall’avvento del Christo e dacché si è unito alla Terra il principio della Luce è interno all’uomo, non dovendo piú egli obbedire all’antico principio pagano della ricerca del Logos nel Trascendente, essendo le entità stesse in evoluzione. Col Christo si inaugura una realtà nuova, in cui sono posti i germi perché la folgore-diamante irradi dall’umano: dal piú intimo dell’umano, laddove l’uomo è compiutamente uomo.

Cosí il dramma della Grande Guerra vide la possibilità di un arresto della violenza, che poteva sfociare in una evoluzione dell’anima cosciente. Il potere di vita però che tese a manifestarsi non incontrò un supporto sensibile sufficientemente forte e dovette proiettarsi sul piano della Storia come essenza distruttiva, come una nuova Guerra civile europea e, per certi aspetti, mondiale.
Perciò le nuove forze della coscienza (Asi), non piú ispirate dall’antica chiaroveggenza (Vani) hanno nel loro rappresentante e capo il dio della Guerra cosí come della profezia e dell’ispirazione. Il potere di vita ispirativo si manifesta come distruzione. Tuttavia, anche le entità degli Asi di Asgard dovettero lasciare il passo al Christo come nuovo reggente della Terra.
Già prima della Grande Guerra avevamo cosí degli impulsi rispondenti alle alte potenze luciferiche celesti che si ahrimanizzarono e distrussero nella forma ciò che nella potenza li negava: per una nuova vita.
In questo senso il fascismo ed il nazionalsocialismo furono forze molto differenti. Mussolini manifestava sul piano dell’anima cosciente una potenza arcangelica legata alla nazione, mentre Hitler incarnò una potenza antica in modo medianico. Ancorché sia da escludere, come taluni sostengono, che questa potenza fosse asurica o ahrimanica, o avatarica visnuita, si può dire che l’entità di cui Hitler era portatore fu la rappresentante di un mondo tramontato che non portava impulsi cristiani, ma tutt’al piú pagano-cristiani nelle forme migliori. Tutta la nuova politica del nazionalsocialismo puntava non all’edificazione, ma alla restaurazione di un tipo umano passato, attraverso forme rituali di massa che tendevano a creare un culto razziale. Questa religione laica in certa misura vi fu anche nel fascismo, ma non con quest’anima conservatrice. Nonostante il formale ateismo di Mussolini, egli voleva edificare un tipo umano nuovo, e qui sta il carattere rivoluzionario che lo avvicina molto piú al giacobinismo italiano e alle concezioni di una fondazione di una democrazia di massa, che ad un’essenza totalitaria. Il fascismo fu prima un movimento che un regime, e per quanto Gabriele D’Annunzio fosse per molti versi in competizione con Mussolini, realizzava l’istanza fascista come essenza metafisica, condivisa dagli Arditi, che in nuce già possedevano le forze spirituali presenti nel fascismo e in Mussolini. L’istanza mazziniana del martirio per la Patria come mistica attiva, l’amore per la morte e lo spirito poetico e dinamico, si ritrovano in entrambi. Slancio che è presente anche nei samurai, che furono i santi cavalieri reincarnati, e nel simbolo del sakura, il fiore di ciliegio che subito appassisce, o della libellula, che sempre avanza senza paura. Perciò tra Italia e Giappone c’è un legame spirituale e karmico.

Harukichi Shimoi, il poeta che si fece Ardito
Per comprendere come oggi il movimento del Nippon Kaigi, considerato di estrema destra, sia vicino all’anima di popolo italiana, si dovrebbe considerare come Mussolini fu a suo tempo ben accolto e stimato in Giappone e come Harukichi Shimoi, giapponese che entrò negli Arditi, si affiancò a D’Annunzio nell’impresa di Fiume perché vedeva in lui l’inverarsi del perduto spirito nipponico, della filosofia del bushido e la via dei samurai. Questi nessi occulti andrebbero studiati attentamente.
Non è il caso di irrigidirsi comunque nelle definizioni, avendo oggi i significati di ‘destra’ e ‘sinistra’ un valore puramente libresco o al piú demagogico, ma a conferma dell’aspetto rivoluzionario di Mussolini, piú vicino al socialismo anti-parlamentare che alla cosiddetta ‘destra’, gli Arditi che inneggiavano motti come “A noi” e “Me ne frego” si schierarono sí a favore dell’impresa fiumana e di Mussolini, ma anche con forme piú anarchiche antifasciste, come nel movimento degli Arditi del Popolo.
Da tutto ciò possiamo osservare come vi sia una evoluzione in senso dell’anima cosciente che tese a manifestare nel flusso dell’immanenza la Volontà dell’Arcangelo italiano.
Come recita un canto degli Arditi: «Se tu vuoi trovar l’Arcangelo, da fante travestito, ricercalo a Manzano, e troverai l’Ardito». Questo reparto dei reparti d’assalto venne fondato il 29 luglio, stesso giorno della nascita di Mussolini, in questo caso le ricorrenze hanno una valenza occulta.
Forze di natura differente si sono cosí manifestate nel fascismo movimento (il regime deviò in senso ahrimanico, come ogni dittatura del ‘900, anche se l’ahrimanesimo regimentario fascista fu in certo senso progressista, in quanto con la Repubblica Sociale si posero le basi per l’Italia repubblicana e anti-monarchica) e nel nazionalsocialismo, generando una dinamica di incontro-scontro.
Sulle divergenze insanabili basti pensare a tutta la politica primariamente anti-britannica mussoliniana, in confronto agli atteggiamenti permissivi e inspiegabilmente tolleranti di Hitler verso gli inglesi, non ultimo ed esemplificativo il caso di Dunkirk, dove risparmiò le vite di migliaia di soldati e ne permise il ritorno a casa incolumi.
Quanto al male che l’umanità ha sofferto a seguito di queste realtà è necessario separare la sfera giuridico-morale umana da quella del retroscena occulto.
Occultamente non è possibile concepire la vita spirituale senza partorirla di continuo, attraverso serie di angosce, dolori, tragedie, e chi non le conosce non può prender parte alla schiera di quelli che dovranno lavorare alla redenzione del male.
I figli del Diamante: quel diamante che sta nelle profondità della terra, come carbonio, che piú va in basso e piú subisce la pressione che in lunghi millenni ne prepara la luce.
Al centro della Terra sta l’egoismo umano, come nucleo dell’Inferno. Il cono di Terra rovesciato che è la mineralità che espelle da se stessa il paradiso terrestre, lo estromette, e si ipsa nell’egoità, attorcigliandosi nella propria autoreferenzialità, cieca, incapace di vedere la luce del Primo Amore, che è la Terra.
Il Primo Amore dimenticato dall’uomo, perché ha perduto l’essenza adamantina della Terra, l’ha resa adultera, fuori dell’unione sacra che le spettava, separando la luce dalla tenebra, il mondo degli dei da quello degli uomini. Non si può mettere ordine in ciò che prima non si mescola, e nel principio della mescolanza l’uomo deve separare il bene dal male; ma questa separazione non è pari, in quanto esiste una luce che permette di vedere cosa si stia separando, esiste un principio in base al quale si separa, e non si può dare principio senza un soggetto che lo pensi e lo organizzi e ne disponga.

La luce solare taborica della Trasfigurazione di Raffaello
L’anima dell’uomo è carica del male della Terra, la sua astralità è in comunione col corpo astrale della Terra, il suo corpo eterico è in connessione con la Terra e al centro della Terra stanno le forze piú oscure. Dunque è proprio lí che risplende il Christo. Dal centro di ogni sfera planetaria il Christo irradia, anche dal centro del Sole, ancora, dunque dal centro dell’Uomo.
Il cuore del Sole è il cuore della Terra, e l’uomo ha tre cuori, come vi sono tre Soli. Il Sole fisico, il Sole spirituale ed il Sole Christo, che è la forza di Michele che incontra l’uomo.
Non c’è male che non sia dominato dal Logos, non c’è tenebra in cui non abbia rifulso la luce. L’uomo deve attuarlo, col coraggio di guardare in faccia il male, senza rifuggirlo. Il dolore piú profondo, l’avversione, la disperazione che ogni giorno è compagna del cuore umano, sono il nulla che può annientare la luce, se manca la forza di tenere aperti gli occhi. Guardando, si riaccende quella luce.
Ogni volta che per quotidiani eventi l’anima si chiude nel risentimento, nella stizza, nell’irritazione, prevalgono forze corporee su quelle spirituali, e le piú dinamiche forze spirituali si aprono il varco distruggendo le resistenze del vincolo animico-corporeo col dolore. Il dolore è il risultato di un prevalere del vincolo sulle dinamiche dello Spirito. Per vincere questo stato di cose è necessario affidarsi al Logos; non con l’antica devozione ma con la nuova: una devozione che non cerca il suo primo passo fuori ma nell’atto stesso della sua volontà. Un iniziare a muoversi che non chieda ad altri di farlo per lui: l’inizio della responsabilità dell’uomo. Finché accuso mio fratello di una serie di comportamenti sbagliati che secondo il giudizio umano vanno condannati, mi muovo nel cervello fisico. Il cervello, che con i suoi automatismi è garante della sopravvivenza biologica e delle agevolazioni pratiche della vita di ogni giorno. L’indispensabile serie di pensati e sistemi di pensiero orientano la vita. Questo pensiero, questo sentire soggettivo, questa psiche sono però d’ostacolo a chi voglia superare il male.
Il male non si supera con la psiche ordinaria, perché esso sorge proprio dalla soggezione dell’anima alla psiche ordinaria. Il male è questa ordinarietà: è la serie delle ribellioni dell’anima a ciò che trascende l’anima pur essendogli intimo. L’anima che continuamente lotta per affermare qualcosa, o desiderare qualcosa, o soffrendo per la mancanza, o l’attaccamento.
Il male è lo Spirito che ha dimenticato chi è. Serve avere una fiducia piú potente di qualunque realtà, di quella che a noi sembra la realtà, perché ne presenta i crismi, le caratteristiche secondo logica. Dobbiamo renderci conto che ogni attacco verso il proprio simile è una scusa, che serve a nascondere una insufficienza di forze. Stiamo tradendo il Logos, perché il suo rifulgere è sempre lí, a portata di mano, sempre disponibile ed inesauribile, ma lo crediamo lontano, nel dolore.
Il Logos non è lontano. È il nostro stesso iniziare ad assumerci tutta la responsabilità del male, oltre le ragioni. Se ci radichiamo nel Logos possiamo annientare i “ma”, i “però”, la sequela di motivazioni o pseudo-motivazioni che ci spingono a dire: «ho ragione io», «ha torto l’altro», che sul piano interiore non vede contesti e situazioni, ma trova il filo che collega malessere a malessere, risentimento a risentimento, e trova che il capo di questo filo è una identità che non è la nostra, un essere che non siamo noi: che quell’avversione non ci corrisponde, se siamo nell’essenza il Logos che preghiamo. Allora si vede l’ente ahrimanico come quel male che andava conosciuto, e che muoveva noi, prima dell’altro. Che è identico in me e nell’altro come controimmagine dell’io che ci accomuna. Vedere di essere manovrati da uno Spirito di Avversione ci libera e ci porta all’unico atto veramente capace di liberazione: accettare lo statuto interiore: «non vi sono colpevoli che me, io sono carente, mio fratello non ha peccato. Sono io Caino, che uccide Abele». Solo cosí la durezza del cuore si fa strumento della luce e non vi oppone piú resistenza, ma la lascia transitare. La durezza del diamante diviene veicolo della Luce.
Il Logos ha nella sua mano l’intero Cosmo, perché il Cosmo sensibile è interno al Logos, non il contrario. Dobbiamo riuscire ad estinguere ogni sentimentalismo finché questa verità diviene una certezza improntata all’azione. Possiamo superare il male. Il Logos ha già risolto ogni dramma, per cui non serve aggiungere alcun dramma.

Aprire il varco al Miracolo è l’azione del pensiero che supera la propria dipendenza dalla natura fisica, che agisce come non vi fosse vincolo, scegliendo ciò che la natura non vorrebbe scegliere: di vedere l’altro come puro, come buono, nonostante il vincolo imponga di vederlo come cattivo, ispirato da una cattiveria che non è in lui, ma in noi. Il Miracolo è l’irrompere di forze vitali altissime in una immanenza che non gli si oppone, ma le sceglie, accogliendole, lasciandole operare.
Il Vajra oggi, dall’avvento del Christo, non è l’antico fulmine, ma la nuova folgore unita alla Luce novella dell’Io, non è la luce del passato astrale, ma dell’eterico solare che riceve le sue forze dall’Io Superiore.
L’Uomo che Cerca
