Pensieri, parole, fatti

Considerazioni

Pensieri, parole, fatti

 

A quale dei tre dare il nostro maggior affidamento?

 

Si dice che la verità stia nei fatti e non nelle parole. Personalmente ne sono convinto. Ma i fatti sono tuttavia interpretabili; ciascuno di noi, cosciente o incosciente che sia, tende ad adattarli alle esigenze del proprio mondo interiore, per riproporli poi secondo tale metro.

 

Scripta manent

 

Verba volant, scripta manent; il che dimostra che pure nel­l’antichità le parole avevano un peso non molto determinante: se non venivano fissate su carta o papiro o perga­mena, nessuno era disposto a crederci.

 

Anche il detto pacta sunt servanda, spiega abbastanza bene che all’epoca (ma non soltanto in quella) incombeva la necessità di stigmatizzare l’impegno assunto inquadrandolo sotto forma di inciso popolare, affinché venisse percepito come autorevole; evidentemente la tentazione di sgarrare prevaleva sull’inibizione etica.

 

Tutto questo solleva una questione consequenziale piuttosto interessante: come la mettiamo quando il tema dei pensieri, parole e fatti, riguarda la vita piú intima, piú interiore dell’essere umano?

 

In altre parole, una preghiera, una meditazione, una riflessione rivolta al mondo superiore, un atto di volontà dedicato, potrebbe subire il medesimo andamento? Decadere da quel livello in cui soltanto può ritenersi valevole?

 

Una promessa, un impegno assunto da Sempronio nei confronti di Tizio o di Caio, non viene vissuto nello stesso modo con cui Sempronio giura a se stesso o agli dei di lasciar perdere il vizio del bere, o che altro: in questo secondo caso, il non mantenere la parola data tende a trasformarsi in un fardello psicologico pesante da portarsi dietro, accampando scuse o ritardando la consegna.

 

È tuttavia una fatica che si può sopportare, magari finisce per dimostrarci ancora una volta quanto sia dura l’esistenza: una credenza comune che sorge dal fatto di non aver mai avuto la minima intuizione di esser stati noi stessi a causare l’effetto. Come? Con un pensiero incompleto, con una parola scorretta, con un agire sempre e solo di rimessa.

 

Quando però andiamo a toccare la sfera piú elevata di cui disponiamo (ne disponiamo sempre piú d’una, ma diciamo che sul momento si cede all’opportunità di credere che ce ne sia una sola) le cose si complicano: noi siamo contemporaneamente Sempronio, Tizio e Caio, tutti assieme, senza distin­zioni di sorta, e la logica (anche quella piú ridotta) ci fa capire che buggerare uno dei tre vale quanto buggerare gli altri due; con l’aggravante che alla fin dei conti se ne esce piú tonti di prima, perché, nella fattispecie in esame, la martellata cade sempre sul dito che ci appartiene.

 

Barare richiede una certa professionalità (disperata quanto vuoi, ma sempre fondata sull’agile destrezza del moto egoico); con gli altri, le cose sono piú semplici, nel senso che ci si fa scudo di un convincimento, piuttosto capzioso ma efficace, in cui ti chiedi: «Ma chi sarà mai costui al quale ho dato la mia parola e ho fatto questa promessa? È un uomo come me; oggi è cosí, e domani sarà altrimenti; siamo tutti “variabili” e quindi le condizioni per cui quanto è stato detto ieri, adesso sono sparite: la situazione è cambiata. Quindi – a buon diritto – posso concedermi di non mantenere l’im­pegno. Se l’altro capirà, va bene e se non vorrà capire, peggio per lui!».

 

Non cediamo qui alla tentazione di credere che queste cose capitino soltanto nell’intricato gioco delle alte sfere delle diplomazie internazionali. Certamente esse sono l’alimento primo d’ogni insana politica e d’ogni politicante che non si rispetti; ma sono pronto a scommettere tutto quello che pos­siedo (non molto in realtà, ma per ora mi è abbastanza utile) che una simile camurría può capitare in ogni dove e a tutti i livelli, perché all’anima dell’uomo, impastata di materialità, riesce sempre piú difficile liberarsene.

 

Quindi chi desidera intrattenere colloqui interiori, discutendo del piú e del meno con la propria coscienza, o addirittura è capace di passare a livelli superiori, ove l’interlocutore è in genere molto piú impersonale di quanto lo si possa immaginare, si trova di fronte ad un bel problema di natura tecnica; e, prima ancora, spirituale.

 

Ci sentiamo sempre spettatori, alcune volte interpreti, talune protagonisti; ma, salvo casi ecceziona­li, non siamo mai disposti a riconoscerci come registi né tanto meno come autori delle nostre vicende.

 

Macchina buffa

 

Ricordo d’esser stato proprietario molti anni or sono di un’automobile usata, di cui per amor patrio non rivelerò la marca, la quale andava abbastanza bene, ma aveva un difetto preoccupante: in alcuni momenti non rispondeva piú ai co­mandi; ovvero, rispondeva sí, ma a modo suo: volevo ascol­tare l’autoradio, si accendevano gli antinebbia; mettevo la freccia, si apriva un finestrino; suonavo il clacson, entrava in funzione il lettore CD. Questo per dire che anche in una strut­tura in cui ogni servizio attivo funziona bene per conto suo, se non c’è un coordinamento superiore, è come se non fun­zionasse nulla: anzi, è peggio, perché conferisce l’illusione che in fondo le cose potrebbero andare avanti cosí, senza interventi e correzioni di sorta, mentre invece la verità è che se sali su una mac­china del genere non sarai mai sicuro di uscirne indenne.

 

Per cui – l’ho imparato a mie spese, nel senso piú concreto – quando non c’è un “comando” capace di sovraintendere a 360° l’intero apparato nella totalità delle sue procedure nonché funzioni, il fatto che ogni singola parte del meccanismo possa agire a dovere, perde di significato; per quanto moderno e sofisticato possa essere il marchingegno, il suo difetto lo rende inaffidabile.

 

Tradotto in linguaggio piú consono al tema, ci si domanda, allora: “come mettersi nella condizione migliore per toccare argomenti non dialettici?”. Intelletto, cuore e anima sono sempre indispensabili, né potrebbero venir eliminati, grazie al cielo; ma tuttavia possono formare delle composizioni in cui il prevalere di uno, come del resto una sua carenza, incidono in modo negativo sul risultato.

 

Nell’essere umano le cose sono alquanto piú complicate di un elaboratore di dati: qui tutte le fun­zioni (prendiamo in esame soltanto quelle classiche, del pensare-sentire-volere) sono interfuse, si com­penetrano l’un l’altra, e noi, dobbiamo ammetterlo, non ci siamo sforzati molto per cercare di distin­guerle ed isolarle, come ampiamente prescritto da tutti gli esercizi spirituali indirizzati ad una migliore conoscenza di sé.

 

Ma proprio in questa complessità si possono trovare soluzioni che nessun meccanismo al di fuori dell’organizzazione umana, sarebbe capace di offrire. Trent’anni fa, durante un tentativo di esercizio yoga, mi sono procurato una lesione ad un legamento del ginocchio destro. Il fisiatra cui m’ero rivolto, nel rimproverarmi per la mia tardiva richiesta d’aiuto, testualmente mi ha sentenziato: «Cosa aspettavi?

 

Che col passar del tempo il tuo ginocchio si riparasse da solo? Se un rubinetto sgocciola, devi so­stituirlo, o almeno cambiare la guarnizione. Cosí è per il corpo; se non fai nulla, le cose peggiorano inevitabilmente».

 

Non è proprio cosí; anzi, non lo è affatto. Consigliato da altro esperto (un massaggiatore sportivo, non vedente, a quel tempo molto conosciuto in regione) eseguii per diversi mesi gli esercizi da lui consigliatimi, e alla fine guarii, senza bisogno di effettuare l’intervento che invece, a detta del cura­tore patentato, sarebbe stato indispensabile.

 

Massaggio al ginocchio

 

Cos’era accaduto? Un miracolo? Un “Per Grazia Ricevuta”? Confesso di non aver pregato, né svolto particolari meditazioni sul mio tendine. Semplicemente ho avvertito nella modalità indicatami dal massag­giatore un qualcosa di “simpatico”, di genuino, di giu­sto; qualcosa che mi suscitava interesse, piacere, e sol­leticava in me una curiosità ingenua, quasi infantile. Mi sono detto: “Facciamo come dice il vecchietto e vediamo un po’ quel che succede . Ho la sensazione che sia uno che sappia quello che dice”. Ero entrato in un clima di buona disponibilità (o, per meglio dire, di giusta attesa).

 

In realtà – ora comprendo – il primo medico cui mi ero rivolto portava in sé un qualcosa di scostante, di antipatico; egli non vedeva me, vedeva un ginocchio malato e tirava fuori dalla sua esperienza pro­fessionale la cura che in questo caso andava secondo lui applicata. Era un saccente di medicina, non un guaritore.

 

Il vecchio cieco invece, possedeva una marcia in piú: ha saputo percepire la mia anima dolente, afflitta, preoccupata; ha individuato, fra tante, la via di guarigione adattata a me, consapevole che sarei stato in grado di percorrerla fino in fondo, con l’attitudine che ci voleva: un’aspettativa fiducio­sa, impegnata a compiere ogni giorno, con calma e regolarità, un piccolo passo avanti, senza mai cedere alla tentazione di lasciar perdere e di tornare indietro. Non posso affermare che questo abbia suscitato in me una specie di coraggio, però, se proprio coraggio non era, ci sono andato vicino.

 

Ginocchio con raggi guaritori

 

In quell’occasione, credo addirittura d’essermi trovato al di sopra del livello in cui il coraggio e la paura attendono il momento buono per aggredirti; dico questo, perché il coraggio può sempre venir mani­polato dall’esaltazione egoica e la paura può nascere da una codardía occultata e mai risolta.

 

Qui, per contro, sperimentavo il potere di una ferma decisione cen­tralizzata da cui usciva dolce e costante un mulinello dinamico sanifi­catore; si espandeva su tutto il mio corpo fermandosi in modo partico­lare sulla zona del ginocchio malato.

 

Sapevo che sarei guarito perché questo era quel tipo di conoscere/ sperimentare che fa guarire.

 

L’armonia è una componente della saggezza della Natura, che l’essere umano ha a sua disposi­zione: questa possibilità viene tuttavia negata e stravolta dalle esigenze dell’anima legata alla cor­poreità e alle categorie sensibili della realtà apparente.

 

Costretta da questi vincoli, l’anima perde il ricordo della sua naturale predisposizione all’armonia, alla creatività, alla beatitudine, pur sempre presenti come possibilità e recuperabili in esclusiva nel mondo terrestre; di conseguenza, anche quando si rivolge a temi metafisici e/o spirituali, essa, inconsapevolmente, li rinnega col suo solo modo di volerli, in quanto tale volere ha già perduto la sua spontaneità, la sua freschezza originaria, e cova piuttosto la brama di impadronirsi delle forze evocate per sfruttarle a proprio piacere.

 

In parole diverse, il punto fermo del centro è “saltato”; il coordinamento manca; e le applicazioni rispondono al comando confuse e contrastanti. Il che equivale a non rispondere affatto; a tenere l’incauto sperimentatore prigioniero dell’illusione d’essersi applicato in modo corretto.

 

Pensieri, parole e fatti sono gli ingredienti quotidiani che segnano la strada del nostro conoscere; possono tuttavia generare una grande confusione interiore ove non siano guidati da quella corrente armonizzatrice che troppo frequentemente l’anima obnubila e che proviene dal nostro Io.

 

Una volta constatato, il problema da risolvere di continuo, in ogni ora della nostra giornata, diviene quello di osservare con vigile attenzione la posizione assunta dall’anima nei confronti dell’Io.

 

Pensare sentire volere

 

Cose molto interessanti possono cosí venire alla luce; penetrare nella nostra conoscenza. Non saprei dare indicazioni tecniche piú dettagliate, né del resto questa era l’intenzione con cui ho iniziato il presente scritto; ma ci tengo ad evidenziare che “Pensieri, Parole e Fatti”, in fondo, non sono altro che il rovescio della medaglia di “Pensare, Sentire e Volere”.

 

Sottolineo ancora, ove ce ne fosse bisogno, che il pen­sare non è il pensare genericamente usato dall’uomo; bensí il pensare in grado di riconoscersi come primo conduttore di attività dello Spirito, e quindi arto dell’ Io, congiunzione non mediata tra l’Io e l’anima; cosí il sen­tire non può rimanere quel groviglio indecifrato di senti­menti, spesso contrastanti, che attanaglia l’anima, impe­dendole di essere ciò per cui essa è sorta; parimenti il volere deve diventare il propellente per mettere in atto azioni la cui finalità non è soddisfare gli infiniti pruriti psicofisici, ma dissolvere una volta per tutte l’oscurità della materia in pura luce spirituale.

 

Quando il Coordinatore di questa triade è l’Io, tutto il mondo del necessario e dell’urgente che si condensa attorno al vissuto della corrente karmica, rendendolo irriconoscibile (e interpretabile solo a suon di spiegazioni dialettiche, tanto estenuanti quanto inconcludenti) in questo caso si rischiara; s’illumina di consapevolezza lucida, obiettiva, ultraterrena: l’anima umana allora si riapre come un fiore al sole di un’altra primavera.

 

 

Angelo Lombroni