Questo scritto è la trascrizione di una riunione di gruppo tenuta dall’Autore, Mario Iannarelli, piú di 10 anni fa. Fin dove è stato possibile, si è cercato di conservare la sua semplicità espositiva, che la fece accettare con un serio interesse.
Premetto che, data la sua natura peculiare, sul contenuto del libro di Rudolf Steiner La Filosofia della Libertà, sin dalla sua prima pubblicazione sono circolati molti giudizi, ma anche molti pregiudizi, molti pensieri apparentemente veri, che però non corrispondono alla realtà.
Per iniziare, si farà una specie di gioco, poi vedremo di capire perché ho deciso di operare in questa maniera.

Jacques-Louis David «Morte di Socrate»
Sulla lavagna ci sono due frasi, e nella prima, che potremmo chiamare premessa superiore, è scritto: «Gli uomini muoiono».
Non si badi piú di tanto al significato intrinseco delle frasi, potrebbero essere altri di qualsiasi tipo. Intanto ho scelto queste, perché un certo Aristotele le ha usate a suo tempo.
Nella seconda frase c’è scritto: «Socrate è un uomo».
Ora, se noi mettiamo il mio nome Mario al posto di Socrate, potremmo ripetere: «Gli uomini muoiono» e «Mario è un uomo».
Fino a questo punto, il nostro pensare queste frasi è stato passivo o attivo? Per rispondere chiediamoci: le prime due considerazioni sono dei “dati”, o sono il prodotto di un’elaborazione del pensare?
La vostra risposta è stata: «Sono dati».
Sí, sono certamente dei dati, dati di fatto. Nella nostra esperienza umana ci troviamo di fronte al dato di fatto, realissimo, che gli uomini muoiono, gli uomini muoiono tutti. Un altro dato di fatto è che Mario è un essere umano. Questi sono due dati che ci vengono incontro, e in fondo hanno piú un contenuto di percezione che di elaborazione di pensiero. Se ora aggiungo un terzo pensato, vedremo che le cose cambiano, perché io posso dire: «Mario morirà».
Ma, Mario morirà non è un dato di fatto. Nessuno di voi ha di fronte il cadavere di Mario. Però noi, con assoluta sicurezza, possiamo darci il giudizio che Mario morirà. Perché? Perché ci possiamo fondare sulle due prime frasi, che sono dati di fatto, ovvero «Gli uomini muoiono», e «Mario è un uomo». Se gli uomini muoiono tutti, ed è vero perché è un dato di fatto, come lo è Mario è un uomo, allora Mario sicuramente morirà. Questa terza frase, che potremmo chiamare giudizio, non sorge perché si ha, come per le prime due, la cognizione sperimentata di un dato di fatto, ma sorge perché, per formulare la terza frase si è dovuto attivare il proprio pensare. Per il giudizio finale, il pensare si è mosso libero da ogni percezione di un dato sensibile, che ancora non c’è. Mario morirà non è un dato di fatto attuale, è “solo” un prodotto del pensare, ma un pensato che appare del tutto vero, che si è prodotto perché ci si è attivati, non si è stati osservatori passivi dei dati. Gli uomini muoiono, Mario è un uomo, e anche se non adesso, però morirà sicuramente, è evidente che si è prodotto un elaborato di pensiero, ed è altrettanto evidente che lo si è potuto fare solo attivando il pensare con la propria volontà, mentre prima era solo sorto come copia passiva accanto ai dei due dati. In questo caso si è attivata una delle tre forze dell’anima che chiamiamo pensare, e con questa si è elaborato un pensato che è: «Mario morirà».
Mario morirà è un giudizio possibile solo mettendo in relazione ideale le due premesse iniziali, ed è indubbio che tale rapporto, quale nuovo elemento aggiunto, è nato solo grazie all’attivazione del pensare, non è un “dato”, ma un “prodotto” del pensare. In termini tecnici questo si chiama sillogismo, ed è il fondamento di ogni pensare, il fondamento delle leggi della logica che noi dobbiamo ad Aristotele. Il sillogismo non può non richiamare il concetto di “Logos”. Mario morirà, circoscrive, determina queste tre frasi, ma mentre le due prime si sono accolte passivamente, l’altra, la terza, è una elaborazione del solo pensare, è una sua attivazione che porta a tale giudizio. Si può aggiungere che l’unione di vari giudizi porta a una conclusione.
Questa cosa, che forse appare astratta, dovrebbe in qualche modo, magari pian piano, divenire una realtà sperimentata e vissuta da ciascuno di noi, prendendo coscienza che abbiamo una forma del pensare che potremmo definire, a ragione, passiva, perché prende solo atto dei dati. Questa parola “dato”, che è anche un participio verbale, comporta che qualunque esso sia, ce lo troviamo davanti bello e fatto, è dato e preso passivamente dal pensare, si può dire in modo naturale. L’altra attività del pensare, quella della terza frase invece, è una risposta del soggetto, che attiva il pensare e porta piú avanti la conoscenza attraverso la costruzione di nessi ideati sui primi due dati. Il nostro soggetto non è rimasto passivo spettatore, ma si è attivato interiormente col proprio pensare.
Ho cercato di dire tutto ciò usando volutamente espressioni diciamo povere, ma forse piú dirette.

Adesso, proseguo leggendo una meditazione di Rudolf Steiner. Prima la leggo, poi cercherò di commentarla insieme a voi. Che nessuno si faccia scrupolo di intervenire con domande in qualsiasi punto, in ogni momento, o anche per contestare quello che andrò dicendo. È solo cosí che noi potremo convincerci di qualche cosa, ed eventualmente cambiare idea. Questo non deve avvenire perché qualcuno ci dice le sue verità, poiché questo significa rimanere passivi di fronte a pensieri altrui. No! I pensieri altrui devono essere dei dati che stimolano l’io a pensare, ad attivarsi per giungere a potersi dire: “questo elemento nuovo non posso assumerlo ancora come vero e reale, ma come notizia l’assumo in me, per poi sottoporla a successiva, autonoma analisi pensante. Il confronto di tale nuova notizia con la vita, se fatto con serietà e perseveranza, mi potrà dare la sicurezza di aggiungerla alle mie conoscenze autodimostrate, o di buttarla alle ortiche”.
Questo deve essere il metodo di fondamento del nostro studio del libro La Filosofia della Libertà. Ci dovremo riuscire in ogni momento. Se non lo faremo con la nostra massima buona volontà – faccio qui un’affermazione un po’ strana – le cose andranno male. Poi, se necessario, seguiterò a dire su questo punto.
Ora, come annunciato, leggo una breve meditazione di Steiner, poi cercherò di spiegare perché l’ho scelta:
«Se io parlo del Cristo, allora ne parlo sapendo che Egli ci aiuta, perché è un’entità agente in modo vivo. Egli ci aiuta, sentiamoLo fra noi ed Egli ci aiuterà. Ma noi dobbiamo imparare a parlare il Suo linguaggio, e oggi il Suo linguaggio è la Scienza dello Spirito, cosí è per oggigiorno. E dobbiamo, per quanto sta a noi, avere il coraggio di testimoniare il piú ampiamente possibile questa Scienza dello Spirito davanti a noi stessi e davanti agli altri».
Allora, perché ho scelto questa meditazione? Perché il suo contenuto ha da essere necessariamente presente nei tempi in cui viviamo, in cui abbiamo bisogno di un infinito coraggio per affrontare le prove della vita. In essa ci sono le parole che ci dicono: «Ma noi dobbiamo imparare a parlare il linguaggio del Cristo, e oggi il Suo linguaggio è la Scienza dello Spirito» È scritto cosí, e per coloro che hanno una visione di Steiner coerente con la realtà, sanno che parole del genere, mai e poi mai sarebbero state da lui proferite, se esse non fossero l’assoluta verità. E noi dobbiamo prenderne atto. Ma come impariamo a parlare il linguaggio del Cristo? Ci rispondiamo: studiando la Scienza dello Spirito! Perfetto. La Scienza dello Spirito, però, è distribuita su circa 360 volumi, è un’impresa che veramente ci fa piegare le ginocchia, perché solo leggere 360 volumi, con i contenuti che hanno, è già un impegno per tutta la vita, e forse anche per altre. Però, un giorno chiesero a Steiner: «Di tutta la sua opera, tra qualche secolo cosa rimarrà?». E lui rispose: «Nella forma in cui io l’ho data oggi all’umanità, solo una cosa, solo un testo rimarrà, solo un contenuto: il contenuto della Filosofia della Libertà».
È un’affermazione veramente abissale, che dobbiamo interpretare. Nel divenire dei tempi, la coscienza umana cambia, e con essa cambia necessariamente anche la capacità di conoscere, la forma del conoscere. È chiaro che tutti gli eterni e immutabili contenuti di verità non potranno mai cambiare, ma ciò che metamorfoserà nel tempo sarà la forma, la modalità del conoscere umano. Ogni forma di conoscenza ci viene data in funzione del livello di evoluzione della nostra coscienza. Ogni nuova capacità e forma di conoscenza è avvenuta, sta avvenendo, e avverrà in certi momenti della storia, quindi è chiaro che l’attuale forma dovrà mutarsi in noi. I contenuti però sono stati, sono e saranno sempre uguali, perché sono quelli della realtà e l’unica realtà reale è quella dello Spirito, che è anche questa mattonella che sto calpestando, perché anche questa è Spirito. Per quanto la cosa possa sembrare paradossale e assurda, è Spirito, è Spirito che ha preso questa forma minerale dell’essere. Ciò si è avverato, perché agli uomini serviva anche un fondamento minerale per poter svolgere la loro opera su questa terra.

Adesso termino di fare affermazioni che, per chi le ascolta per la prima volta potrebbero apparire astratte o campate in aria, e inizio a leggere qualche brano da un’altra conferenza di Steiner, dove sentiremo qualcosa che, forse, corroborerà ciò che io molto semplicisticamente ho cercato di trasmettervi. Lo faccio perché noi, con questo lavoro dovremmo avere un approccio totalmente differente da quello che abbiamo potuto avere con esperienze precedenti. Sperimentare il testo di Filosofia della Libertà è una prova di destino, una vera prova karmica, come fa parte del Karma delle persone se e come incontrare il Quinto Vangelo commentato da Steiner, c’è chi ha questa esperienza e chi no, e i legami tra Il Quinto Vangelo e La Filosofia della Libertà sono tanti, tanti. Naturalmente non è questo l’occasione di parlarne, posto che ne sia capace.
Un altro pensiero, un altro concetto che voglio darvi prima di proseguire, è che il corpo umano, per stare eretto, per potersi reggere sulla verticale – cosí rappresentando nella sua figura la corona della Terra, cioè l’Io – ha bisogno dello scheletro, senza non potrebbe assumere la postura eretta. Però, in fondo, lo scheletro è il simbolo della morte, basti notare che le ossa sono quasi già morte anche mentre viviamo. Non a caso il simbolo della morte è lo scheletro, infatti le ossa restano praticamente uguali anche dopo la morte, però è lo scheletro che consente al nostro corpo di avere la sua figura.

Marina Sagramora «Vegetale, animale, uomo: la croce della vita»
L’essere umano è l’unico che può volgere lo sguardo dalla sua testa al cielo e alle stelle, gli animali, con la spina dorsale orizzontale e la testa appesa a essa, hanno lo sguardo rivolto a terra.
Allora, come l’Io umano ha avuto bisogno di questa figura e quindi del suo scheletro per potersi manifestare su questo piano dell’essere, quello fisico minerale, anche l’Essere umano-solare Antroposofia ha bisogno di uno scheletro, di una figura in cui incorporarsi, anche se non fisicamente. Dovremmo arrivare a pensare, che lo “scheletro” dell’Essere Antroposofia è il libro Filosofia della Libertà.
Chi segue l’Antroposofia e non si conquista i pensieri posti in questo libro, in fondo è paragonabile a un corpo senza scheletro. Questi non sono giudizi miei, vi prego di tenere sempre presente che, quando faccio certe affermazioni, esse non sono mai mie opinioni o ipotesi, a meno che io non lo dica come premessa, ma qui si tratta di ciò che ci è stato comunicato dal Dottore, non sono mie elaborazioni personali.
Allora, leggerò e mi permetterò in certi punti di commentare brevemente. Chi vuole, chi ne sente il bisogno, intervenga in ogni momento, noi qui siamo un laboratorio, e non è una frase fatta, quindi dovremmo essere tutti attivi, non ci sono né docenti né discenti, in quanto il contenuto de La Filosofia della Libertà non è un contenuto di sola conoscenza, il contenuto di questo libro è soprattutto vita di pensiero vivente.
Deve esserci chiaro che, o almeno in certi punti la faremo diventare vita vivente in noi, o faremo un altro atto dei tanti della nostra vita, che sono consistiti nel porsi passivamente di fronte a una reale possibilità di crescita spirituale. Faremmo un altro grave atto di omissione per scarsa buona volontà e scarsa coscienza di responsabilità, e nel nostro tempo, l’infinita somma dei peccati di omissione si sta pagando con dolore sempre crescente. Qui, in questo nostro libero lavoro comune, dovremo cercare di attivare, almeno in certi momenti, un pensare liberamente attivo, e non potremo riuscire a renderlo tale con un pensare che rimanga passivo, incapace di svellersi dai decrepiti percorsi sempre piú meccanicamente seguiti. Consideriamo che, in piú di un secolo, anche i cosiddetti addetti ai lavori che si sono accostati a questo testo, non ne hanno tratto nulla, perché non lo hanno letto con le dovute qualità e capacità assolutamente necessarie.
Mario Iannarelli (1. continua)
