La lingua italiana

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La lingua italiana

Italiano

 

Una cosa che appassionava molto Massimo Scaligero era la lingua italiana. Non solo la possedeva in maniera egregia dal punto di vista formale, grammaticale e sintattico, ma considerava la padronanza della lingua importante come identità sociale e come adeguato abito mentale. Avendo io letto sin dall’infanzia una grande quantità di libri, quando ho conosciuto Massimo mi sentivo del tutto preparata a superare i trabocchetti che la nostra lingua presenta. Credevo quindi di essere all’al­tezza nell’aiutarlo a correggere le bozze dei suoi libri, ma nel tempo mi sono dovuta rendere conto che molte erano le mie lacune, che con pazienza Massimo riempiva senza farmi pesare l’ignoranza che andavo dimostrando.

 

Quello che lo sconcertava allora, e parlo degli anni Sessanta e Settanta, erano tutti gli anglicismi che stavano snaturando la nostra bella lingua italiana. Immagino, vedendo cosa sta accadendo attualmente, cosa ne penserebbe e direbbe oggi. Non siamo stati capaci di creare vocaboli italiani all’attuale tecnologia, come se avessimo dimenticato che il latino e il greco possono fornire la base di ogni definizione. E nel linguaggio corrente ci siamo dimenticati il “va bene” o il “d’accordo” o tante altre simili espressioni, per utilizzare quell’okay che risuona ovunque, persino dalla bocca di pargoli della prima infanzia.

 

Hair fashion

 

I negozi anche della piú lontana periferia cittadina o dei piú piccoli paesi hanno titoli altisonanti, sempre strettamente anglofoni: il parrucchiere è un hairdresser o uno stylist, e il suo negozio è un hair salon o un beauty shop; il negozio di abbigliamento è un clothing store, ed è inutile fare una lunga lista, ce n’è per tutti i piccoli e grandi locali e centri commerciali. Persino nella loro classificazione, a seconda del tipo di gestione applicata, non siamo stati capaci di dare delle denominazioni nostrane, ma si dividono in Temporary Shop, Free Standing Store, Flagship Store e Concept Store.

 

Don't forget the Lyrics

 

Alla Tv sorgono sempre nuovi spettacoli di intrattenimento: X Factor, The Couple, Temptation Island, Cash or Trash, Little Big Italy, Don’t Forget the Lyrics, Like a Star e anche qui potremmo continuare a lungo. Naturalmente gli spettacoli si possono vedere in streaming o su Raiplay. Sembra che i nostri “creativi” non sappiano inventare spettacoli senza doverli prendere all’estero.

 

Un giorno domandai a Massimo quale lingua avrebbe prevalso sulle altre in futuro. Ero sicura che sarebbe stata l’inglese, dato che già le contaminazioni erano a buon punto. Lui tacque per un po’, poi disse che l’inglese non poteva esprimere ciò che l’uomo avrebbe acquistato di sensibilità e sviluppo interiore nei secoli a venire. Pur conservando a lungo le lingue locali, in un lontano futuro disse che esisterà una lingua unica con la quale ci si esprimerà comprendendosi tutti. Quella lingua avrà caratteristiche simili al latino e anche in parte al tedesco, che molto ha preso dal latino come declinazioni e coniugazioni. Sarà però molto piú ricca e profonda delle lingue attuali, per potersi adattare a un diverso tipo di umanità.

 

Conoscere tante parole italiane

Ampliare il nostro vocabolario

 

Per il momento, e sicuramente per un lungo tempo ancora, dovremmo cercare di sviluppare e approfondire la nostra lingua, utilizzando anche una quantità di vocaboli andati in disuso, sostituiti, oltre che da vocaboli stranieri, anche da espressioni piú grossolane e semplificate. I nostri giovani, anche quelli diplomati o laureati, pur conoscendo un elevato numero di parole, utilizzano un lessico che non ne comprende piú di duemila, di fronte alle cinquantamila che dovrebbero costituire il patrimonio linguistico adatto ad esprimersi in maniera precisa e adeguata.

 

Solo arrivando a possedere il “corrispettivo relativo” del linguaggio possiamo ampliare anche il nostro pensiero. Noi pensiamo in parole, e dato che cerchiamo di giungere, con la nostra disciplina interiore, al pensiero libero dai sensi, dobbiamo prima riuscire a pensare nel giusto modo e senza le approssimazioni dovute a una forma di pigrizia che deve essere vinta.

 

Un altro aspetto filologico che è stato da tempo trascurato, se non dimenticato, è la poesia. E non solo quella lirica o sociale o di sfogo psicologico, ma quella epica, che formava la base culturale anche di persone semplici, che imparavano e recitavano interi brani della Divina Commedia, della Gerusalemme liberata, dell’Iliade e dell’Odissea di Omero, o dell’Eneide di Virgilio. Quelle parole, cariche di sfumature e di drammaticità, s’imprimevano nella mente e costituivano un patrimonio, oltre che linguistico, anche animico, di una ricchezza inimmaginabile per i ragazzi del nostro tempo, che traggono le loro ispirazioni dai telefonini su piattaforme social tipo TikTok.

 

L'assetato

L’assetato

 

Credo di aver scritto questo già altre volte, ma ritengo utile ripeterlo. Parlando di poesia con Massimo, già allora deprecavo il lento e a mio parere inesorabile allontanamento che se ne faceva. Espressi a lui il mio rincrescimento per quello che reputavo un segno irrevocabile di abbandono della poesia da parte delle nuove generazioni. Ma lui fece una previsione che contraddisse il mio pensiero. Era suo convincimento che nel futuro le persone avrebbero avuto un bisogno assoluto di poesia, come l’assetato sente il bisogno irrefrenabile di bere, e sarebbero tornate alla poesia per una irrinunciabile necessità interiore.

 

Questa previsione è consolatoria, anche se forse riguarda un’epoca ancora lontana, almeno da quanto appare evidente guardando l’ambiente che ci circonda, certo non assetato di poesia. Non ancora, ma se la previsione è giusta, e non possiamo dubitarne dato il Maestro che l’ha formulata, se ne potranno scorgere i prodromi già in un periodo vicino a noi.

 

 

Marina Sagramora