Lo Stato giuridico deve stabilire dei princípi e proporli poi alla vita economica e alle attività spirituali, affinché sia possibile giungere a forme di sicurezza sociale, non eccessivamente costose ma efficienti, che tengano conto della dignità e della libertà di tutti. Già nel termine “assistenza” vi è qualcosa che suona come elemosina. L’uomo non deve avere in dono l’assistenza, ma ha diritto che la sua retribuzione gli consenta, entro limiti di pratico buonsenso, di affrontare le calamità della vita con un certo margine di autonomia, scegliendo egli stesso i provvedimenti che ritiene piú necessari alla sua salute ed evitando, il piú possibile, di mettersi in fila con un numero in un anonimo ambulatorio mutualistico.

Siamo convinti che una economia, operante autonomamente, possa pervenire a reperire i mezzi per risolvere questi problemi. Ogni qualvolta però essa tenta di debordare dai suoi compiti di produzione, di circolazione, di consumo delle merci e di organizzazione dei servizi, per imporre il suo peso al campo dei rapporti umani di giustizia, deve trovarsi di fronte a una ferrea barriera posta da uno Stato che ha il solo compito di costruire e di gestire solidi princípi giuridici.
Non ha piú senso allora parlare di sfruttamento, se lo Stato al quale aspiriamo, è in grado di imporre il giusto diritto alla vita per ogni uomo. Ovviamente questo non significa che tutti possano vivere come nababbi, dilapidando ricchezza. Dovrebbe essere evidente che non si può distribuire piú di quanto sia stato effettivamente prodotto e piú di quanto sia consentito dalle risorse esistenti. Una nazione che consumi al di sopra delle sue possibilità finisce per indebitarsi e paga la sua superficialità con l’aumento continuo del tasso di inflazione.
Indubbiamente l’intervento sindacale ha svolto una certa funzione positiva nel miglioramento delle condizioni delle classi piú umili. Condanneremmo però le categorie lavoratrici definitivamente a un gradino morale molto basso se non si facesse strada l’aspirazione a che la condizione di massa, di collettività anonima, venga superata per dar luogo a una figura di uomo cosciente e responsabile verso se stesso e gli altri. Parlare genericamente di democrazia e di partecipazione può essere entusiasmante, ma alle parole occorrerebbe far seguire sempre i fatti: in questo caso concreti provvedimenti sociali.
In questi ultimi anni spesso è stata fatta violenza sull’imprenditore per il rinnovo di onerosi contratti collettivi o per imporgli normative al di fuori della realtà economica, intimidendo anche i lavoratori piú consapevoli. Siamo convinti che la contrattazione personale, tutelata da un imparziale Stato giuridico, può ridare dignità a chi lavora e riportare la pace nelle aziende. Si restituirebbe cosí al contratto – inteso come una delle colonne portanti del diritto – la sua dimensione di reciproca assunzione di compiti e di responsabilità.
Il problema del lavoro dunque potrà essere avviato a soluzione, identificando prima la sua peculiare spiritualità, realizzando poi sul piano giuridico il principio che il lavoro non può essere pagato.
Argo Villella
Selezione da: A. Villella Una via sociale Società Editrice Il Falco, Milano 1978.
