
State buoni, se potete
È il titolo di un film del 1983, diretto da Luigi Magni, incentrato su uno scorcio di vita romanzata di san Filippo Neri. Quale interprete principale il regista scelse Johnny Dorelli; e devo ammettere che quest’ultimo ha saputo cavarsela egregiamente, anche se, prima di aver visto il film, nutrivo parecchi dubbi sulla sua prestazione, risultata poi convincente, in quel ruolo cosí particolare e atipico per un cantante-attore.
Ma non è questo l’argomento di cui desidero parlare; il titolo è un puro pretesto per richiamare la nostra capacità di vigilare su quel che oggi sta succedendo nel mondo: in pratica, trovare il riferimento che ci può collegare al contenuto di quel vecchio film, fortemente improntato all’attualità corrente: l’atmosfera cupa della Roma papalina della seconda metà del sedicesimo secolo, il lucicchío mistico di angosciate speranze e la cappa incombente di egoismi oppressivi, esercitati dai poteri allora vigenti, solo in apparenza diversi tra loro: pongono in risalto la missione di un prete povero, privo di risorse terrene, il quale lavora, opera e agisce come può per una direttiva interiore ben precisa.
Dove sta il riferimento? Sta nel fatto che esistono a tutt’oggi alcuni soggetti consapevoli, impegnati in compiti umanitari, di volontariato e di solidarietà verso il prossimo, i quali vengono angariati da molti altri soggetti, non del tutto consapevoli e forse proprio per questo tignosi e coriacei quanto i pidocchi di mare, la cui unica mira è quella di distruggere ciò che i primi si sforzano di creare.
“Degli idealisti tout court insomma!”, si dice in questi tempi; e, chissà perché, ogni volta che ho avuto modo di udire questo commento, ho provato la sensazione di avvertire in esso una punta di sprezzante ironia; l’aggettivo non espresso che ci gira attorno , è “uno stupido idealista”, o, se si vuole qualcosa di piú acculturato, “un utopista fuori moda”. Nel senso che, secondo la logica epocale, i giorni delle utopie sono definitivamente cessati: o si è pratici (materialisticamente, prosaicamente pratici) oppure si appartiene al club dei sognatori inutili, avulsi da ogni realtà.
E certo: nell’anno 2025 la forza delle idee non si misura a spanne, ma a toni e megatoni: i primi, sempre piú salienti e inaspriti, pongono le premesse dei disastri, i secondi, letali e inarrestabili, risolvono a valanga ogni problema; coi loro boati seppelliscono tutto, mettono a tacere querelle e querellanti, secondo un procedimento scientifico, perfettamente logico, perfettamente inumano.
La storia è prodiga di precedenti illustri. Si tratta però di specifiche caratterizzazioni, sparse nelle pagine dei dissidi, alla voce “Guerre, Battaglie e Azzuffamenti Vari”, quali forme esasperate di intolleranza: nessuno immaginava allora che avrebbero fatto scuola e che, nel segno di una improbabile sicurezza esteriore, i tormenti di poche anime esacerbate si sarebbero barattati con lo strazio di molti corpi innocenti.
«Non con l’oro, ma col ferro si riscatta la patria» (Marco Furio Camillo)
«Uccideteli tutti, Dio riconoscerà i suoi» (Arnaud Amaury)
«Tre giorni di sangue, garantiscono trent’anni di pace» (Maresciallo Radetzky).
Evidentemente, pur appartenendo al passato, l’alto ufficiale austro-ungarico ci vedeva lungo e intendeva bene alcune note riguardanti l’indole dell’uomo. Peccato che gli sfuggissero tutte le rimanenti, ma essendo un convinto militare, del tipo “Eisenhammer”, quella rimanenza, quand’anche palesatasi, non avrebbe modificato una virgola del suo marziale parere.
L’ho precisato poc’anzi: mi sono appropriato del film di Magni perché volevo che il discorso da storico politico si facesse psicologico e spirituale. In tale caso una connessione con quanto capita nei tempi odierni, risulta piú evidente. Ultimamente ho maturato la convinzione sulla quale ho voluto soffermarmi: in ogni essere umano esiste un idealista puro, nobile e coraggioso, e contemporaneamente, in qualche recondito recesso, costui viene costantemente contrastato da un irriducibile antagonista, quanto mai greve, scomodo e spesso odioso: un ribaldo di nome “ego”.
La lotta con noi stessi, in cui siamo immersi, tutt’altro che sportiva, qualunque sia la forma e la veste, prima di apparire esterna è intestina. L’avversario che crediamo venirci contro da fuori e di dover superare con la forza o con l’astuzia, è già dentro di noi da tempo immemorabile. Anzi, è parte integrante della natura umana. Ma è pressoché impercepibile; spesso lo si scambia per una vaga inquietudine, attribuita ora alla crescita, ora al ricambio, oppure alle tensioni sul lavoro, se non alle preoccupazioni per vicende private e fallimenti sentimentali.
La storia di Caino e Abele rappresenta il primo esempio di una strozzatura endogena fattasi poi esteriore, per l’incapacità – non dico di esame accurato – ma almeno di colloquio onesto e franco con la propria coscienza.

Il non voler ammettere di essere spaccati in due è l’origine di tutte le assurdità intellettive e comportamentali, alle quali assistiamo di continuo, fingendo spesso di scandalizzarci ove non siamo direttamente coinvolti.
I due centri di potere che ci attraggono di continuo ora di qua ora di là, convivono, né possono fare a meno uno dell’altro (devono convivere per sopravvivere e per mantenere integra l’unicità della condizione che li accomuna nella tensione di una insofferenza reciproca, simile a quella dei due antagonisti nel romanzo e nel film Duello nel Pacifico).
Da tale convivenza forzata, sorge una serie di dinamiche senza fine: ossia nell’umano esistere, ben che vada, i contrasti e i litigi, inframezzati da armistizi e strette di mano con riserva mentale, sono all’ordine del giorno: si crea cosí in ogni individuo una sdoppiatura, alla Giano Bifronte: una ambiguità non risolta, in quanto necessaria alla spinta evolutiva, e pertanto fatalmente durevole.

Parafrasando la tragedia di Pirandello si potrebbe parlare di una collettività di otto miliardi e mezzo di personaggi – a tutt’oggi – in cerca di Autore. Forse non lo cercano nemmeno piú; perché quando uno smarrisce l’oggetto della ricerca, perde pure il senso del ricercare. Tuttavia da questo aspetto cosí complicato e irritabile in quanto sofferente, esce l’interiorità umana, afflitta ma caparbia quel che basta; per cui, col tempo, abituatasi a questa contrapposizione, è arrivata al punto di non avvertirla quasi piú. Il dissidio interno è divenuto un fardello, un fastidio esistenziale sopportabile, un costo da pagare che rientra nel generale desiderio di vivere, anche se questo vivere lentamente decade nel vivacchiare: il che solitamente accade quando uno dei due centri cruciali è prevalso, e l’altro – al momento soccombente – ne ha accettato il dominio; ma, lungi dal sopportare la sudditanza, attende a denti stretti il momento propizio per riprendersi il potere di guida e di conduzione.
Nulla di nuovo sotto il sole: il moderno politico dei vari governi, in fondo, si è assestato su questo modello, mediante una formula, che vorrebbe armonizzare il bianco col nero, il buono col cattivo, il pacifista col guerrafondaio, nel nome di un ipotetico sentimento d’unitarismo popolar-collettivo; al quale vien poi affidato il democratico privilegio di approvare (o disapprovare), mediante suffragi e referendum, ciò che lui stesso, con coscienza, ma anche senza, ha pur contribuito erigere.
Si crede, dopo tanto lunga convivenza con questa dualità, sempre in fermento, di essere tuttavia unici, tutti d’un pezzo, coerenti; mentre la verità è che si procede dando uno strattone a destra e poi correggendolo con uno a sinistra. Anche cosí, ci si continua ad illudere di avanzare in linea retta: ed è vero, se gli strattoni di parte siano uguali tra loro per cadenza e intensità; equilibrio matematicamente molto difficile da raggiungere. Magari un andamento che ricordi la dirittura (che non vuol dire rettitudine) potrà a volte venir svolto, ma sarà solo per una mera compensazione di eccessi e di difetti.

Soren Kierkgaard
Chissà se Kierkgaard filosofava in tal senso quando si espresse nella sua «Grandezza e terribilità di essere uomo!».
Magari un giorno futuro, in un’evoluzione ampia, positiva, correttamente impostata, i giudici dei tribunali chiederanno ai rei come desiderino venir giudicati e quale sentenza siano disposti ad accettare, ma – per ora – dubito fortemente che il Potere, di qualunque ordine e grado, sia disposto a cedere anche una minima parte di sé a beneficio di coloro che vuol mantenere in subordine (subordine che include servitú e a volte schiavitú).
Il fatto costituirebbe una contradictio in terminis cosí scandalosa che la sola ipotesi farebbe cadere in uno scomposto imbarazzo i leader di questo mondo, e imporporare le loro guance imbiancate, per quanto addestrati a soffocare sul nascere, ogni eventuale fremito d’intima verecondia.
Ecco perché ho voluto riprendere il titolo del film con la frase attribuita a san Filippo Neri «State buoni se potete!», e dal momento che oggi mi sento in vena chiosare gli antichi moniti, aggiornandoli alla gravità attuale, qui direi: «Siate buoni se potete!». Perché quello “State Buoni” sa tanto di temporaneità, di riparazione occasionale, mentre invece il mio dito punta sull’essere buoni, non per una o due o cento volte, ma per l’aver trovato in noi la stabilità e l’armonia originarie, risultato di un superamento di quel contrasto dicotomico interiore, che da tempo ha assunto l’aspetto di crisi epidemica sul punto di cronicizzarsi.
Siate buoni se potete: la voce di san Filippo Neri si attua come non mai: in effetti, risulta evidente – nettamente evidente – che l’umanità contemporanea proprio non riesce ad essere buona; è capace di tutto e di piú; anche di stare buona, per qualche effimero momento; ma non di esserlo. Anzi, a questo non ci pensa proprio!
Perché non si osserva, non si valuta la portata di questo dualismo interiore che vive in noi da millenni; altrimenti non si spiegherebbe questo trionfo spropositato degli egoismi umani, che non vogliono vedere nulla che stia al di là della punta del naso, che non si risparmiano rabbie furiose, odi inestinguibili, critiche furibonde; che commettono tutte le efferatezze possibili e immaginabili in nome di titoli e slogan di cui non si sono formati neppure un abbozzo d’idea.
Trionfa l’egocentrismo, il potere acquisito a qualsiasi prezzo, e la cecità assoluta sul dove stiamo andando; a meno che non si tratti di qualcosa che possa ulteriormente comprimere, umiliare, e degradare le già infiacchite forze dello spirito umano, costringendole all’impiego materialistico, e cancellando ogni memoria della loro origine e provenienza.
Costi quel che costi, sempre tuttavia scriteriatamente, si cerca il predominio materiale, la proprietà sulle cose, sugli oggetti; il lusso, l’esibizionismo sfacciato, la sopraffazione dell’altro, che non viene neppure considerato come un altro, appartenente cioè alla “tribú dei-noi-stessi”, come sarebbe logico tra abitatori del medesimo pianeta; ci si impegna piuttosto affinché il cosí detto altro-da-noi venga di volta in volta accusato di una sua qualche (antipatica oppure mostruosa, cancellare quello che non interessa) difformità nel protocollo genetico stabilito dal moralismo di maggioranza, al fine di far emergere in tutta la sua dirompente chiarezza il motivo in base al quale diventa giusto, doveroso, forse anche sacrosanto, criticarlo, denigrarlo, isolarlo, deriderlo, sprezzarlo, spaccargli la testa, distruggergli la famiglia, la casa, la città, la nazione, il culto e le tradizioni.
Il tutto per una maggior sicurezza e stabilità della società civile, quella battezzata e vaccinata coi crismi del codice etico vigente; un Testo Unico redatto da politicanti, banchieri, tycoon d’industrie belliche, informatiche e farmacologiche; a cui si sono consociati i maghi della tecnologia progressista e i persuasori occulti della psicanalisi di massa.

A questo ci ha condotto l’aver mal interpretato il segreto della dicotomia interiore e del suo ruolo nell’avventura terrestre; ogni essere umano, in quanto umano, è dotato di un “multiforme ingegno” che lo pone alla guida di tutte le varietà create.
Ma se il risultato di questo potenziale primato trova il suo ultimo compendio in quel tragico sospiro pirandelliano che risponde al: “Chi sono io veramente?” col ben noto: “Uno, nessuno e centomila”: allora significa che qualcosa dell’idea iniziale è andato storto.
In effetto, dal momento che la capacità multiforme ingegno è schematicamente riassumibile in due polarità opposte e rivali, sparisce la possibilità di riuscire a comprenderle e di far lavorare all’unisono le loro contrapposte tendenze. Il non essere all’altezza del livello assegnato, per carenza di impegno conoscitivo e mancata assunzione della responsabilità etica del compito, precipitano l’anima dell’uomo nel baratro oscuro del dubbio e dell’ oblio.
A questo punto, chiunque sappia qualcosa della Scienza dello Spirito, e sia anche in grado di usarla nell’amore per la verità, può contestare una ad una le considerazioni qui riportate; tutte infatti sono fondate sull’esperienza sensibile; tutte sono parimenti integrabili alla luce di una conoscenza superiore.
I dubbi, le incertezze, le omissioni, sono forme proditorie della paura, che le forze avverse all’evoluzione, mettono in atto incessantemente affinché non abbia a compiersi quel che l’umano fu chiamato a compiere.
Per questo, ogni tanto, qua e là, nelle saghe, nei miti, nelle leggende, ci si può imbattere ancora in qualcosa di fondamentale, una traccia che brilla di luce eterna; qualcosa di immediatamente comprensibile a tutti i livelli, anche se non facilmente spiegabile. Qualcosa che sa infondere il coraggio per andare avanti.
È l’incontro con il Vero: con quel vero che entrambi i nostri fulcri interiori, centrifugo e centripeto, riconoscono per Vero: assolutamente vero: nel momento in cui tale fatto si dà, afelio e perielio devono tacere. Questo il motivo per cui non si danno spiegazioni; la verità contemplata, non le richiede.
In un raccontino Zen, il figlio adolescente del pescatore rivela un giorno al padre i propri turbamenti esistenziali: «Padre, mi chiedo cosa ci faccio io al mondo, che cosa rappresento in questa mia vita di pescatore? Ogni notte ci alziamo, mettiamo in acqua la barca e andiamo a pescare; torniamo a riva e durante il giorno vendiamo il pesce; poi mangiamo e dormiamo. Ma questo non mi dice: chi sono io? Sono Pesce? Sono Alga? Sono Barca o sono Rete? Corrente o Vortice? Piú ci penso e piú mi ci perdo».
Rispose il padre: «Tu sei semplicemente il Mare, figlio mio».
Angelo Lombroni
