La posta dei lettori

Redazione

La posta dei lettori

letterinaSeguo da qualche tempo l’antroposofia, che una mia amica mi ha fatto conoscere. Avendo io una situazione molto difficile dal punto di vista della salute, cercavo risposte a quello che un sacerdote mi ha detto, ovvero che quello che mi accade è: “in remissione dei peccati”. Ma io mi chiedo: che peccati ho fatto? Quando tutto intorno ci sono persone malvagie che però si godono la vita? C’è una logica nel fatto che io sto piú a letto che in piedi, con dolori ricorrenti? Per ora nell’antroposofia non ho trovato vere risposte.

 

Dorina F.

 

 

Non possiamo chiedere risposte immediate a un tema tanto complesso e delicato come quello della sofferenza, del karma e della reincarnazione. C’è un senso logico in tutto quello che ci accade, anche se per il momento non ne sappiamo il perché. Quello che il karma ci porta incontro non è mai punitivo e ingiusto, ma può essere la conseguenza di qualcosa che è accaduta in passato e che torna a bilanciare un conto rimasto in sospeso. Non parliamo solo di questa vita, ma anche di quelle passate, per questo dobbiamo conoscere il tema della reincarnazione, che può chiarirci quanto ci accade ora e che ha le sue radici in un tempo lontano, riverberandosi nel presente. Il sacerdote con la “remissione dei peccati” dice qualcosa che può essere giusto ma che non spiega: condensa in una formula qualcosa di reale, che può avere ragioni e scopi diversi. Prima della nostra incarnazione, quando eravamo ancora nel mondo spirituale, abbiamo visto quello che si preparava per noi, per grandi linee, che sono appunto le linee del karma. La visione richiede un’accettazione, perché noi siamo liberi di accogliere o rifiutare un destino umano che può apparirci troppo pesante. In genere però si accetta, e questo può essere anche dovuto al desiderio di contribuire al bene comune, alla salvezza di tanti che ciecamente vivono senza collegamento cosciente con il mondo spirituale. Nei momenti di grandi rivolgimenti come guerre o rivoluzioni che si verificano in varie zone della Terra, c’è un maggiore diffondersi di sofferenze negli uomini. La spiegazione può anche riassumersi in “remissione dei peccati”: sta a noi approfondire e capire cosa significa questa espressione simbolica, sia in generale che nel nostro caso personale. Si soffre come pareggio delle nostre eventuali azioni negative pregresse, ma anche per bilanciare il male che si compie nel mondo, donando se stessi in sacrificio, secondo la Via che il Cristo ci ha mostrato. Egli l’ha percorsa prima di noi, accettando il massimo del dolore che un essere umano possa sopportare e offrendolo in espiazione per aiutare l’umanità a risollevarsi dal gorgo in cui stava precipitando e dove tuttora rischia di precipitare, seguendo la perversa influenza degli Ostacolatori. Le risposte della Scienza dello Spirito verranno se le letture dei testi dei nostri Maestri e un serio lavoro interiore saranno seri e assidui, e forse ci sarà anche un aiuto a risolvere le sofferenze fisiche.

 




 

letterinaÈ da giorni che sto apprezzando il concetto di resa, di abbandono al divino. So che anche Massimo Scaligero ne parlava, ma non ricordo piú cosa diceva, cosa ha scritto. Conosco bene la resa dei mistici, ho letto piú volte il libro di De Caussadde sull’abbandono alla divina provvidenza. In questo caso però ci vuole molta devozione, che io proprio non ho. Mi manca ormai da molto l’atteggiamento di devozione, trovandomi invece a mio agio nella conoscenza. Sono indeciso se intraprendere questa che considero una grande sfida, per cui vorrei prepararmi prima bene…

 

Mauro M.

 

 

Nell’agenda di Massimo Scaligero che abbiamo pubblicato prima a pagine separate e poi riunite in un solo documento in pdf (che può essere richiesto in redazione se si è interessati), è trattato questo particolare tema, come si può leggere al link: www.larchetipo.com/2021/06/ascesi/salvazione-di-luce-e-di-fuoco/ in cui Massimo parla del suo abbandono alla Shakti, alla Madre. Diciamo però che questa parte ascetica cosí avanzata è veramente per pochi, soprattutto in quest’epoca: è un punto di arrivo, non di partenza. Dopo un lungo percorso di lavoro interiore si può arrivare al vero abbandono al Divino, prima potrebbe essere una recitazione che si fa a se stessi. Noi dobbiamo operare secondo quello che i Maestri ci consigliano, e sia Rudolf Steiner che Massimo Scaligero parlano di pratiche che mirano a destare in noi l’autocoscienza: questo è ciò che richiedono i tempi.

 




 

letterinaHo incontrato da poco tempo l’antroposofia, e dopo molte letture adesso sto cercando di mettere in pratica, anche se in maniera ancora poco esperta, quello che Steiner e Scaligero consigliano: gli esercizi. Per ora solo la concentrazione e l’atto della volontà. Poi con il tempo inserirò anche gli altri, magari alternandoli. Per un periodo della mia vita ho seguito un Maestro indiano di Yoga, e ho fatto delle meditazioni per risvegliare i chakra. Evidentemente non ero molto adatto a quella disciplina, perché non ho avuto alcun risveglio. Vorrei sapere se con gli esercizi del­l’antroposofia posso arrivare a risvegliare i chakra.

 

Attilio d. B.

 

 

Il non essersi sentito “adatto” a quelle meditazioni yoga è stato molto positivo. Ciò che era giusto per una struttura psico-fisica dell’antica India, e in generale dell’epoca che precede la venuta del Cristo sulla Terra, non lo è per l’uomo attuale. Gli esercizi della Scienza dello Spirito aiutano a raggiungere l’autonomia dal pensiero dialettico e dai legami che inevitabilmente ci siamo costruiti con l’attuale educazione materialistica. Il lavoro interiore ci permette di divenire coscienti della riflessità del pensiero e di iniziare a risalire la corrente di quel pensiero riflesso fino a liberarci, anche se pochi attimi all’inizio, dalla mediazione cerebrale, ritrovando la fonte del pensiero puro: il Logos. E i chakra si risveglieranno, inavvertiti, ma non per darci immaginazioni o le tanto ricercate siddhi, quei poteri psichici che dovrebbe fornirci un maggiore potenziale da utilizzare nella vita pratica, ma sarà un inavvertito e armonioso sviluppo della nostra interiorità.

 




 

letterinaA quale età si può cominciare a parlare di antroposofia ai figli? Ho una figlia adolescente, di 14 anni, e un bambino di 11. Mia figlia sa che io seguo qualcosa di cui però non parlo in casa, perché mio marito si irrita se faccio qualche accenno anche minimo all’antroposofia perché è cattolico osservante e non ammette “eresie”. Alle domande di lei finora non ho ritenuto opportuno dare delle risposte, e cosí al piccolo, che mi fa spesso domande molto precise, e sembra anche piú interessato della sorella. Che devo fare?

 

Non c’è un’età minima per dare delle risposte L’importante è che ci siano delle domande. La base dell’antroposofia è profondamente cristiana e non contrasta con la religione cattolica, solo che amplia quelle conoscenze dogmatiche, aggiungendo due temi fondamentali che è indispensabile in quest’epoca conoscere: la legge del karma e la reincarnazione. E i giovani sono pronti a ricevere questa conoscenza, che può spiegare la fonte di tanti avvenimenti, di tante apparenti disparità, delle malformazioni o le malattie alla nascita ecc.: tutte domande che i bambini si pongono già nella prima infanzia e che il cattolicesimo risolve in genere dicendo che la “divina Provvidenza è imperscrutabile”. Risposta sbrigativa e non certo esauriente. E dunque, se le domande dei figli ci sono, rispondere è giusto, con la dovuta delicatezza, e magari non in presenza del censore cattolico…