In questo scritto tenteremo di descrivere il rapporto dell’uomo con gli Dei e il Sacro, nei secoli che precedettero l’Era Cristiana, nell’Umbria e piú in generale nel Centro Italia.
L’uomo di quei tempi aveva un rapporto, un contatto diverso con i Mondi Spirituali, aveva una forma di veggenza istintiva, naturale, che è andata poi spegnendosi per lasciare il posto a facoltà che si fondarono sempre piú su se stesso e sulla ragione.
Si diventava sempre piú un “Io”, ma si spegneva cosí la visione data dalla veggenza naturale. In ogni manifestazione della Natura e nella vita di tutti i giorni l’uomo dell’antichità vedeva esprimersi la Divinità.
Di quei popoli, di quelle genti del IX, X secolo a.C. e precedenti, non esistono in pratica scritti o documenti che testimonino usi e costumi, la loro storia è stata spesso scritta secoli dopo. La trasmissione del sapere, specialmente il piú alto, avveniva oralmente, dai Maestri ai discepoli, creando cosí guide che dessero le direttive nell’agire in tutte le sue manifestazioni.
Storici come Plinio, Varrone, Tacito spesso raccontano di fatti già troppo lontani dal loro tempo, e va anche tenuto conto che la Storia di quei popoli è stata il piú delle volte scritta dai vincitori, come ad esempio il De Bello Gallico di Giulio Cesare, che narrando delle conquiste sui popoli delle Gallie ne parla da vincitore e ne descrive usi e credenze spesso inesatte o volutamente manipolate, filtrate da un giudizio e una critica non imparziale. Ciò è quello che è successo anche per la Storia delle popolazioni italiche, come gli Etruschi, ad esempio.
Il colpo di grazia è stato inferto infine dalla Chiesa, nei secoli dopo l’Editto di Costantino, che in termini di manipolazione e repressione di quello che veniva considerato “paganesimo” fu spietata, nel tentativo di cancellare ciò che di autentico vi era nel rapporto tra l’uomo e le Divinità che per millenni avevano fatto parte del suo credo e della sua vita di ogni giorno.
Del resto che la Storia sia quasi sempre stata scritta dai vincitori è stato uso corrente nei secoli anche piú recenti, e dura tutt’oggi.
Torniamo ora ai popoli di quei tempi, potrà sembrare una premessa forse troppo lunga, ma se non si fa luce e si inquadra con chiarezza il contesto dei secoli di allora non si può dare la giusta luce del rapporto dell’uomo col Divino. Va tenuto sempre presente che non si può parlare e descrivere l’uomo e l’umanità che risale al V, VI, VII fino al X a.C. e ancor prima, paragonandolo a come oggi l’uomo pensa o prova sentimenti e sensazioni: a quei tempi l’individuo non fondava se stesso su un Io ben definito come lo è per l’uomo d’oggi.

Allora esisteva l’appartenenza al clan, o alla tribú, o comunque al sangue, alla consanguineità; il fondarsi su se stesso come individuo avviene in modo graduale. Solo con Roma ciò ha compimento, si iniziò a dire “civis romanus sum” affermando il proprio status e i diritti ad esso collegati, sia a Roma che nelle provincie dell’Impero.
Entriamo ora nel merito del tema, iniziando a descrivere il Sacro che millenni prima del Cristianesimo ha pervaso il Monte Subasio, il Sacro Subasio, per poi passare a conoscere un po’ meglio nel dettaglio le Divinità che in quei secoli venivano adorate su questo monte e in generale nell’Umbria e nel Centro Italia.
Ciò che comunemente circola è il credere che il Subasio, o Assisi, siano sacri solo dall’avvento di San Francesco, al piú dei Benedettini che tempo prima in quei luoghi e in tutta l’Umbria fondarono cenobi e abbazie, quasi sempre su luoghi dove preesisteva un tempio dedicato ad una Divinità. Mostreremo invece come il Sacro vi fosse radicato da secoli, millenni prima, ed andremo a presentare Divinità note e meno note che formavano questo Pantheon.
Il Monte Subasio, e i vicini Tezio, Monte Acuto e i Martani, furono terre di transumanza, pascolo delle greggi, vennero coltivati e transitati per secoli, se ne ricavava legname e fin dall’antichità vi sorsero castellieri, spazi delimitati, spesso fortificati, dove all’interno potevano sorgere capanne e trovare riparo e rifugio uomini e armenti.
Non entreremo a descrivere questi argomenti, pur interessanti, poiché non è il fine di questo articolo, importante è però far notare che sullo stesso Subasio sorsero piú d’uno di questi castellieri databili già all’VIII, VII a.C., e su questo monte sorsero luoghi di culto, tempietti spesso con stipe votiva dove venivano offerti oggetti votivi in bronzo o in terracotta destinati alle Divinità del luogo.
Anche l’attuale toponomastica del Monte Subasio cita località come il Castelliere o la Macchia di Pale, dove quest’ultima rimanda alla dea Pale che poi andremo a descrivere. Infine va detto che le fonti presenti sul Monte sono state sempre oggetto di culto, passate poi in epoca cristiana ad esser dedicate il piú delle volte ad attributi della Vergine Maria o a diversi Santi. Una per tutte la fonte nei pressi di San Silvestro di Collepino, fonte ritenuta dotata di poteri taumaturgici per le partorienti e chi allattava, che ancor prima che in epoca cristiana era dedicata a Diana-Artemide.
Diamo ora inizio alla descrizione delle maggiori Divinità che per secoli, a volte millenni accompagnarono i popoli Italici del Centro Italia, fino alla venuta di Roma. Saranno brevi “pennellate” poiché di loro esistono già studi e testi ben dettagliati ed estesi, quel che è importante è la visione d’insieme di tempi e luoghi dove essi sono collocati.

Stele marmorea di Giano sui monti dell’Umbria (opera moderna)
Giano è sicuramente uno degli Dei Italici per eccellenza, è il Culsans degli Etruschi, origina il mondo e la vita degli uomini, dio degli inizi, il seminatore (Janus Consivio).
Molto in auge tra gli Italici, mutuato poi in Roma tra gli Dei piú importanti, da lui Januarius (Gennaio) il mese che inizia l’anno, Giano insegna la Religione e i Riti, anche Janua Coeli (Porta del Cielo) è un attributo poi passato alla Vergine Maria.
Nelle Marche, Fabriano sembra derivi il nome da “Fabri Jani”, i fabbri di Giano. Vicina è anche la località chiamata “Gola di Jana”. In Umbria troviamo Torgiano e Giano dell’Umbria, mentre a Roma il Colle del Gianicolo, secondo la tradizione, deriverebbe il nome dal dio Giano che vi avrebbe fondato un centro abitato conosciuto col nome di Ianiculum.

Giove italico
Giove, il sommo signore del cielo, deriva il suo nome da Iuppiter “Splendente Padre”, lo Iupater Grabovius (roccioso) degli Umbri, citato piú volte nelle Tavole Eugubine, è Tinia per gli Etruschi.

Tempietto e Fonte del Clitunno
Va ricordato, sempre in Umbria Giove Clitumno e il suo culto presso le Fonti omonime, culto curato prima da un collegio di sacerdoti, in seguito da sacerdotesse.
Poi Giove Pennino, che dà il nome al monte vicino Nocera e da qui a tutto l’Appennino, e infine le località di Montegiove e Giove nel Ternano. Sappiamo poi quanta importanza ebbe la Divinità in Roma dove assurse a primo tra gli Dei.

Marte italico
Marte, il Laran etrusco, uno degli Dei simbolo dei popoli italici, da lui prendono nome in Umbria i Monti Martani, Massa Martana. È raffigurato come guerriero nei bronzetti votivi rinvenuti, con lancia, scudo ed elmo crestato. Sua sposa era Neria, o Nerea, da cui il fiume Nera in Valnerina. Anche Marte, come del resto i prossimi che andremo a citare, avranno una presenza determinante nel Pantheon di Roma. Di lui, come delle altre Divinità, non si vuole qui dare spiegazioni degli attributi e della loro funzione, ma solo citarli come presenti nei culti italici da millenni.
Venere, Herentas degli Italici, la Turan degli Etruschi, dea dell’amore e della bellezza, nel Ciclo Troiano si narra dell’amore di Venere per Anchise da cui poi nacque Enea, eroe capostipite della stirpe romana. Suoi epiteti furono Genetrix (Generatrice) e Victrix (Vincitrice).

Minerva etrusca
Minerva, Menrva per gli Etruschi e Tecum per gli Italici. Nel panorama celtico del Nord Italia era Belisama, sposa di Beleno, l’equivalente di Apollo per i Celti. Dea della sapienza fino ad ascendere piú tardi, presso i Romani, al rango di terza divinità della Triade Capitolina. Assunse l’immagine di una splendida fanciulla dai biondi capelli e gli occhi chiari, armata di lancia, elmo e scudo, detto anche “egida”.

Mercurio etrusco
Mercurio, Turms degli Etruschi, dio dei commerci e delle guarigioni, messaggero degli Dei tra gli uomini, possedeva calzari alati con i quali volava rapidissimo dall’Empireo alle terre dei mortali. Assunse la funzione di psicopompo, cioè di guida delle anime nell’oltretomba, fu riconosciuto come padre della Scienza Esoterica che da lui prese il nome di Ermetismo (Mercurio-Hermes). Suo simbolo il “Caduceo” il bastone alato attorno al quale sono avvolti due serpenti.

Apollo, dio del Sole
Apollo, Aplun nel mondo etrusco, Belenus o Beleno per i Celti. Famoso a Delfi il suo Oracolo, essendo la divinazione una delle sue piú importanti funzioni.

Asclepio
Apollo è l’antitesi del caos: dio della razionalità, dell’ordine, dell’armonia, della bellezza e dell’arte, guidava il Carro del Sole al paese degli Iperborei, è la divinità solare per eccellenza. Padre di Asclepio, o Esculapio, dio della medicina, raffigurato togato e con un bastone su cui è avvolto un serpente.

Diana
Diana, una delle divinità piú autenticamente italiche. Dea del mondo selvaggio e incontaminato, identificata con Artemide, sorella di Apollo, patrona della caccia e delle solitudini montane. Gli Etruschi la chiamavano Artumes o Aritimi. Veniva definita anche “Nume delle Selve”, “Regina dei Boschi”. Animale sacro a Diana era il cervo. Famoso a Nemi, presso il lago omonimo nei Colli Albani, il santuario di Diana Nemorensis, che sorgeva presso un bosco sacro. Diana nelle sculture e nella bronzistica viene raffigurata con una corta tunica e con in mano arco e faretra. Mentre Apollo, il fratello, è rappresentato con il capo radiante di raggi solari, Diana ha una falce di Luna tra i capelli, essendo quest’astro associato alla Dea. Infine con l’epiteto di “Lucina” veniva invocata dalle partorienti e dalle donne che allattavano. E qui si inserisce una nota importante poiché, poco sopra Collepino, borgo nel comune di Spello, esiste ancora nei pressi dell’Eremo di San Silvestro una fonte, ritenuta dotata di poteri taumaturgici, le cui acque avrebbero aiutato le partorienti e le donne che allattavano, e che prima dell’avvento del cristianesimo era dedicata a Diana.

Vesta
Vesta rappresentava per gli Italici il fuoco benigno, il focolare domestico al centro della casa, era protettrice del sacro legame che univa sangue e suolo. A Roma, nel tempio a forma circolare a lei dedicato, un collegio di sacerdotesse, le Vestali, custodiva il Sacro Fuoco a garanzia della vita stessa della città e dello Stato.

Saturno
Saturno, descritto anche come Crono, divinità italica per eccellenza, sconosciuto ai miti ellenici, gli Etruschi lo conobbero come Satres. Considerato dio dell’agricoltura e dell’Età dell’Oro, la Saturnia Tellus. Nei miti italici fu padre di Pico e capostipite dei Latini, stirpe autoctona con la quale si fuse la gente troiana di Enea. Insieme a Giano, Saturno governava quelle terre e insegnò a chi le abitava l’agricoltura, e nella veste di Cronos regolava il corso e la periodicità del tempo. Suo simbolo era la falce poiché, come scrive Macrobio nei Saturnali: «il tempo tutto miete, taglia e ferisce». A lui erano dedicati i Saturnali, un periodo di feste e riti che a Roma si svolgevano dal 17 al 23 dicembre.

Re Pico
Pico, dio italico, figlio di Saturno, re dei Latini dell’Età dell’Oro, dio oracolare e vaticinatore. Nella mitologia italica è uno dei personaggi piú caratteristici. Re saggio e giusto, viene raffigurato con in mano il bastone ricurvo degli àuguri, indossa la toga e ha attributi guerrieri, re veggente e profeta, a lui è sacro il picchio dal cui volo i sacerdoti del tempo traevano auspici fausti o infausti. Gli Àuguri erano infatti tra i sacerdoti coloro che traevano oracoli dal volo degli uccelli.

Ercole etrusco
Ercole, altra divinità italica molto celebrata, specialmente nell’Abruzzo con l’epiteto di Ercole Curino. Famose le sue “fatiche” che rappresentano la vittoria delle virtú sulle forze infere.

Giunone Moneta
Giunone Ammonitrice, o Juno Moneta, da cui “moneta” nell’uso corrente, il suo tempio era infatti a Roma vicino alla zecca. Dea dell’abbondanza e del rigoglio, le sue feste erano in giugno, venerata dai Sabini e Falisci.
Le Camene divinità italiche, poi passate ai romani, che ispiravano la poesia.

Pale
Pale, altra dea italica molto adorata in Umbria e nel Centro Italia, dea del mondo agro silvo pastorale, dea dei pascoli e delle greggi. Insieme a Cerere e a Fortuna formava la Triade divina che sovrintendeva alla ricchezza e fertilità della Terra; altri epiteti con cui è nota sono: Montana, Silvestre e Pastoria. Le feste di Pale, chiamate Palilia, venivano celebrate il 21 aprile, giorno nel quale la tradizione vuole sia stata fondata Roma. Sopra Foligno vi è il Monte di Pale, sulla cui cima sorgeva un tempo un sacello dedicato alla dea. Anche sul Monte Subasio esiste una faggeta chiamata “la Macchia di Pale”, segni della presenza del culto della dea in questi luoghi.

Cupra
Cupra è un’altra importante dea dell’Italia Centrale, specialmente per i Piceni, gli Umbri e i Sabini, Cupra è l’aspetto benevola della femminilità che accudisce e protegge. Il piú famoso tempio a lei dedicato stava nell’attuale borgo di Cupra Marittima. Altri importanti luoghi di culto in Umbria erano a Colfiorito, l’antica Plestia, e a Gualdo Tadino. Un suo santuario è stato pure rinvenuto nell’area adiacente l’attuale duomo di San Rufino ad Assisi.

Angizia
Angitia, o Angizia, popolare tra le popolazioni dei Marsi. Il nome deriva da “angus”, serpente. Dea infatti dei serpenti, il serpente visto come simbolo di rinnovamento (il cambio della pelle) e di guarigione (il caduceo). Angizia insegna l’uso delle erbe e le loro proprietà. Il suo culto è tuttora vivo a Cocullo, in Abruzzo, nella Festa dei Serpari ora dedicata a San Domenico.

Stemma di Cascia
Porrina, di lei pochi sanno che Roccaporena, vicino Cascia, prende il nome dalla Sibilla Porrina, dove questa è raffigurata sullo stemma di Cascia come una vergine che tiene in una mano un giglio e nell’altra un serpente. Il suo culto è assimilabile a quel- lo di Angizia e dimorava in una grotta sopra Roccaporena, dove aveva funzioni di oracolo e di vaticinio. Sembra sia la stessa grotta dove Santa Rita si ritirava in preghiera e che tuttora è luogo di culto della stessa.
Silvano, i Fauni e i Satiri, creature divine delle selve, sovrintendevano al mondo agreste e pastorale. Silvano è in special modo custode delle energie primordiali della Natura.

Epona
Epona è una divinità importante nella cultura delle popolazioni celtiche del Nord Italia, mutuata poi tra gli dei italici, protettrice degli animali e in special modo dei cavalli e quindi degli stessi cavalieri. È rappresentata tra due cavalli con una cornucopia in mano come simbolo di abbondanza e prosperità.
Ancaria dea tutelare di Ascoli Piceno. Era la “Donatrice di ogni grazia”. Da lei prende il nome il Passo di Ancarano che collega il Piano di Santa Scolastica e la Valle del Campiano nel comune di Norcia e nei cui pressi, vicino ad una sorgente, è stato rinvenuto un santuario di altura datato al VI a.C. dedicato alla dea.
Altre divinità solo apparentemente minori ma che erano presenti nel quotidiano dei popoli italici sono ad esempio Termino, il dio dei confini, Giuturna, ninfa delle sorgenti, Carmenta, che vaticinava in versi poetici, Libero e Libera, patroni della fecondità, Flora, dea della fioritura in Primavera, Marica, dea delle acque delle paludi, Vertumno, che presiede all’alternarsi del ciclo delle stagioni, Pomona, che sovrintende alla maturazione dei frutti tra l’Estate e l’Autunno, Bellona, divinità guerriera, Tiberino, il dio del sacro fiume Tevere e Angerona, dea del Solstizio d’Inverno.
Questi solo alcuni, non va dimenticato che in quei tempi ogni azione dell’uomo era sotto la guida e la cura di una divinità specifica, anche nelle piú piccole cose all’apparenza insignificanti.
Non si può non accennare alla figura delle Sibille, che nel mondo italico sono le profetesse che vaticinano e interpretano gli oracoli. La Sibilla è la donna che riceve in sé il dio, per rivelarne la volontà. È assimilabile alla Pizia delfica. La Sibilla Appenninica dimorava nell’antro della montagna omonima, appunto il Monte Sibilla, sulle montagne tra Umbria e Marche, monte che dà il nome al gruppo dei Sibillini. A lei è legata la leggenda del Guerin Meschino, il cavaliere che nell’antro della Sibilla, attraverso un percorso iniziatico, supera le prove e accede alla conoscenza. La conoscenza è ciò che eleva l’uomo e l’affranca dal giogo della materia. Fu Andrea da Barberino nel 1410 a pubblicare questa storia, l’incontro e le vicende del cavaliere con la Sibilla Alcina.
Sempre sulla presenza della Sibilla nell’Appennino va detto che la grotta dove questa soggiornava era già da prima dedicata al culto solare di Cypria Cybele. La Sibilla era profetessa, guaritrice ed intermediaria tra il divino e l’umano. Nelle comunità di quei luoghi la Sibilla sovrintendeva anche alle tecniche agricole, all’allevamento e all’artigianato. Le popolazioni locali avevano fiducia nella sua saggezza ed esperienza e a lei chiedevano consiglio. Forse l’ultima delle Sibille fu Angeruta, alla quale lo stesso cardinal Farnese, verso la fine del XV secolo, passando per Visso, chiese un colloquio, come racconta nelle sue Cronache Cipriano Piccolpasso, biografo del cardinale. Da lei ebbe la profezia del suo futuro pontificato e della data della sua morte, cose che puntualmente si avverarono.
Terminiamo questo scritto descrivendo le Ninfe, esseri divini, se non propriamente dee, che sovrintendono gli aspetti della Natura; le Naiadi sono le Ninfe delle sorgenti, le Driadi le custodi degli alberi, vi è infatti il detto: “Gli Alberi sono le Porte per accedere allo Spirito del Mondo”; poi le Oreadi, Ninfe che abitano le grotte dei monti, e infine le Nereidi, Ninfe degli abissi marini. Solo piú tardi appaiono quelli che sono definiti “Esseri Elementari”, come gli Gnomi che abitano le profondità della Terra e curano ciò che germina e cresce in essa, ed hanno pure a che fare con i metalli e le pietre preziose, il loro è l’Elemento Terra. Le Ondine sono esseri che vivono e operano nelle fonti e nelle sorgenti, nei corsi d’acqua e nei loro dintorni, il loro Elemento è l’Acqua; le Silfidi hanno come Elemento l’Aria, sono affini agli uccelli e al loro volo, e infine le Salamandre, Esseri del Fuoco, Fuoco inteso come elemento che origina la Vita.
Davide Testa
Video:
Il Sacro Subasio
https://youtu.be/OsmS6Nty86w?si=Gz53qXK5QwwD9085
Dei del Monte Subasio
