
Litiganti
C’è chi dice che gli opposti si attraggono; c’è chi dice che i contrasti servono a rinsaldare i rapporti; alcuni pensano che l’amore non è bello se non è …litigarello; altri sostengono, con un’affermazione piuttosto audace, che il diverso, il distante, il diseguale da quel che noi sentiamo di essere, sia una forma di complementarità tutta ancora da scoprire e perciò, in un primo momento, appare sospetta e da tenere in diffida, ma alla fine risulta utile se non indispensabile.
I dissidi, se vengono ricomposti, offrono una buona occasione di pace e di fratellanza; i conflitti, una volta appagata la loro voracità in fatto di sciagure e distruzioni collettive, si placano, favoriscono il ripristino, la ricostruzione; o, preferendo un termine straniero ormai dimenticato ma ancora pertinente, la perestroika.
È proprio cosí o sono delle ennesime bufale, un po’ scherzose, un po’ saccenti, che appartengono a quel modo piuttosto superficiale col quale riversiamo in contenuti di pensiero, le crisi irrisolte della nostra interiorità? È mai possibile che per star bene si debba prima farsi del male, patirlo fino in fondo, per poter dopo capire di aver preso un abbaglio, a causa del quale una parte dell’umanità ha dovuto sopportare esperienze spaventose e subire atrocità terribili?
No, ho la sensazione che si tratti di scuse tardive, inventate da un certo “senno del poi”, a giustificare coloro che, in molti gradi e in varie misure, si sono prestati e resi complici delle infamie avvenute. Giacché non sarà mai possibile dimenticarle del tutto, si cerca, con la complicità del tempo e della distrazione generale, di rigirare la frittata, mediante acconce spiegazioni, finalismi infaziositi e interpretazioni artefatte, che solo la fantasia di animi impenitenti possono produrre.
Personalmente sono convinto che non tutto il male venga per nuocere; ma da come stanno andando le cose di questo mondo, i casi sono due: o questa mia convinzione sorge da un ottimismo di superficie, speranzosa ma privo di fondamento, oppure quella porzione di male che “potrebbe” in seguito trasformarsi in bene è talmente piccola rispetto a tutto il male permanente, che non la si riesce a valutare nemmeno con la lente d’ingrandimento.
È interessante, dal punto di vista della psicologia di massa, osservare come le stesse scuse che vengono accampate, dopo i disastri compiuti dalla follia umana, vengano – ancor prima d’essere attuati – preparate in modo segreto, dalle funamboliche strategie diplomatiche, politiche e militari, e come queste vengano poi diffuse con tutti i mezzi di propaganda possibili e immaginabili, onde creare le premesse delle efferate intenzioni da perpetrare.
C’è una matrice comune che per qualche misteriosa via costringe l’umano ad escogitare motivi ai fini di compiere il male e, subito dopo averlo fatto, trovarne altri, ancora piú rocamboleschi e subdoli per giustificarsi agli occhi del mondo, spiegando le “inderogabili necessità” che l’hanno condotto a decidere i crudi interventi.
Che si tratti della leggendaria ragione che motivò l’ antica guerra degli Achei contro Troia, o ci si accorga, nell’epoca attuale, e dopo anni di convivenza territoriale, di occupare una porzione del pianeta rivendicata da una popolazione confinante, non cambia il nocciolo della questione. C’è un’in sofferenza, un’incapacità di sopportare che non si spiega se non costringendoci ad una supposizione estremamente grave e deprimente: al tempo corrente in particolare, esiste un certo numero di anime umane, di qualunque nazionalità, provenienza, fede, cultura, origine e latitudine, che si sono lasciate manovrare da forze avverse alla loro evoluzione, e di conseguenza, con estrema facilità, all’interno dei diversi ambiti in cui esse agiscono, tenderà ad innescarsi un incendio; con maggior frequenza là dove rancore, rabbia, senso di frustrazione e brama di vendetta hanno covato sotto traccia da anni.
Usando dei fiammiferi in una boscaglia si può a volte, sbadatamente, creare un danno notevole, ma se si gioca coi fiammiferi all’interno di una polveriera, non si potrà poi avere la sfacciataggine di accampare l’accidentalità del caso. Sempre che si riesca ad uscirne indenni.
Al contrario del bene, che è sempre slancio cordiale, impulso d’affetto, abbraccio generoso, spontaneità e immediatezza, il male ha bisogno di lunga gestazione; deve alimentarsi dell’inconsapevolezza e della irresponsabilità umane, per potersi ingrandire inosservato e, una volta certo della sua potenza, scatenarsi all’attacco come un virus irrefrenabile che colpisce chiunque e dovunque.

Caino e Abele
Fin qui la mia analisi può essere condivisibile; mi accorgo però che è ancora troppo generica e poco indicativa; non evidenzia nulla di nuovo, nulla che non si sia già detto, scritto, gridato ai quattro venti o mormorato sottovoce. La storia di Caino e Abele ricorda a sufficienza dove e quando si sia generato il guasto dei rapporti umani.
Ma io invece, vorrei usare la rassegna di brutture che infesta la nostra epoca, come una piattaforma per erigerci sopra alcune riflessioni; senza questa base non mi sarebbe stato possibile svolgerle. In questo momento in cui la confusione, il caos e la paura tentano di dominare la scena, impedendo all’uomo di sviluppare qualsiasi moto di pensiero al di fuori di quello ordinario, in quanto è attaccato alle sue angosce con la tenacia di un naufrago aggrappato al tronco galleggiante, mi giungono abbastanza ordinate e precise due semplici intuizioni.
A dire il vero non sono certo di poterle chiamare intuizioni, mi pare che appartengano piú alla categoria delle supposizioni; tuttavia, nell’elaborarle, ho trovato in esse una concretezza cosí realistica, che mi fa ben sperare in una loro possibile derivazione da un livello superiore.
La prima: ogni accadimento può essere incontrato e interpretato in modo diverso da quanti l’abbiano vissuto; quindi la “rappresentazione” divide sempre la platea, almeno in due parti.
La seconda: quanto sopra non accade soltanto per una pluralità di spettatori o sperimentatori; accade anche nell’interiorità di ogni singolo essere. Il fatto che egli non se ne accorga, alimenta l’equivoco e spiega, almeno parzialmente, il perché egli cerchi sempre le causa, i motivi e le ragioni della discrepanza a partire da fuori, ossia dagli altri, o dall’altro.
A tale proposito mi ritorna alla mente la sentenza (acuta, anche se cupa) tratta da un passo de I Promessi Sposi, nel quale il Manzoni narra la vicenda della Monaca di Monza: «…invece che cercare lontano, si sarebbe dovuto scavare vicino». Purtroppo non tutti, al momento del bisogno, dispongono delle pale che, assieme a vanghe, picconi, zappe e badili, sono gli attrezzi indispensabili per ogni genere di escavazione e sterramento.

Un incidente finito bene
Alcune settimane or sono, camminavo per una via del centro cittadino piuttosto trafficata (era quasi l’ora di punta) assieme alla badante di mia moglie, la quale è costretta alla carrozzina a seguito di una invalidità da malattia. Siamo stati cosí spettatori occasionali di una scena insolita che ci ha colpito entrambi, ma in modo differenziato. Un signore di mezza età, piuttosto tarchiato e pesante, cercava di salire sul bus, proprio nell’istante in cui questo richiudeva le porte e ripartiva. In tale situazione, quel tale era rimasto incastrato nella porta del bus perché, nella fretta di salire, aveva maldestramente allungato il braccio con cui trasportava la sacca della spesa. Richiudendosi le ante, il braccio e la spesa erano rimasti impigliati; il che non sarebbe stato grave perché le porte erano provviste di acconcia guarnizione di gomma; ma questo era bastato a trascinare il malcapitato per una decina di metri, mentre gridava, assieme a molti altri, dentro e fuori del bus, onde intimare all’autista di arrestarsi. Fortunatamente, tutto è finito bene; solo un po’ di spavento e qualche con testazione a posteriori, un po’ pepata, tra l’infortunato ma illeso, e il conducente, che non si capacitava dell’accaduto e si difendeva accusando l’altro del gesto imprudente e autolesionistico.
Forse perché scaricato della tensione appena accumulata, mi sono lasciato andare in un commento del tipo: «Ma guarda quel cretino! Se l’è proprio cercata! È possibile essere cosí stupidi?».
La badante, una signora di mezza età di origine rumena, molto brava nel suo lavoro ma totalmente priva di ogni asprezza critica, anche perché devota ai suoi princípi religiosi e vissuta per gran parte degli anni nella semplice, faticosa vita dei campi, a contatto con la natura, ha invece esclamato, letteralmente piangendo di gioia: «O benedetto Padre Eterno! L’uomo è salvo! Come sono felice!».
Questo nel tentativo di descrivere l’esperienza della mia prima intuizione/supposizione.
Parlando del secondo caso, mi richiamo invece ad un fatto personale, intimo, sperimentato oramai molte volte, sí che oggi mi è piú facile trarne una componente utile ai miei accorgimenti. Durante lo svolgimento degli esercizi della disciplina antroposofica, in particolare riguardanti concentrazione e meditazione, mi sono spesso imbattuto in ostacoli o impedimenti, anche piccoli, di poco conto, che tuttavia cercavano di scombinare la corretta prosecuzione dell’intento. Nel ripensarlo – dopo aver in qualche modo ultimato gli esercizi – mi sono ritrovato a colloquiare con me stesso, sdoppiato su due posizioni antitetiche e anche un po’ logoranti, dal momento che mi pareva inutile perdere del tempo per cavillare sulla validità di quanto avevo appena finito di fare.
«Quel che è fatto, è fatto!» mi dicevo.
«Sí, certo. Ma sei sicuro di averlo fatto bene?» mi ribattevo dall’altro lato.
«Cosa vuoi dire con “fatto bene”? Faccio quello che posso!».
«Sí, ma è tutto qui quello che puoi?».
«Senti: ci sono certe volte in cui li faccio meglio e altre in cui li faccio peggio; l’importante è fare. Non importa come».
«Eppure dovresti sapere che un esercizio fatto male è peggio che non farlo; addirittura controproducente».
«Queste sono insinuazioni provocatorie per cercare di farmi desistere. Invece io vado avanti nonostante le tue critiche».
«Però non sei sicuro di aver ragione, è vero? Di’ la verità, lo sai che a me puoi dirla».
«La verità è che nonostante la tua presenza, io vado avanti nel mio programma».
«Sempre che non sia fatica sprecata, tempo e risorse buttate via. Quelle cose che tu vorresti fare, o le fai bene, o è meglio non farle».
«Ora tocca a te, dire la verità: tu vuoi farmi desistere, vero? Ma io non ci casco».
«Va là, va là; se sei qui a colloquiare con me, significa che ci sei già cascato…».
«Pensala come ti pare, non ti ascolto piú!».
«Già. Fino alla prossima volta; e poi vedremo chi è che la spunta!».
Quanto ho riportato potrebbe andare avanti all’infinito; sospendo però qui il dialogo col mio alter ego, perché credo di aver già fornito sufficienti elementi per comprendere come funzionino le cose nei piú nascosti anfratti della (mia) interiorità umana. L’inizio di un dialogo con se stessi è sempre problematico, per questo forse si perde la voglia di proseguire fino a renderlo proficuo.
Dal primo esempio sorgono dunque le varie diversità d’opinione: nascono gli equivoci, i fraintendimenti, le incomprensioni; fino a degenerare in dispute, litigi. faide e scontri, che a loro volta fatalmente decadono in avversioni, risse, sommosse, rivolte, conflitti, e finiscono per provocare guerre, massacri e stermini.
Dal secondo caso non provengono migliorie; nell’universo di un singolo individuo la distonia endogena, fuori controllo, degenera in ansie, fobie, squilibri e instabilità psicofisica; nel tempo si rivela devastante, riduce l’ essere umano a diventare scorbutico, misantropo, ossessivo e paranoico, a provare la perenne insopportabile sensazione d’avere l’intero mondo contro di sé.
Per cui, come conseguenza, costui riterrà lecito usare ogni mezzo, ogni arma, ogni espediente per difendersi preventivamente, trasformando il classico “mors tua vita mea” dei tempi andati, in un apriori incombente, partorito dalla sua stessa natura che egli si costringe a vivere incontrandola solo come infida, malvagia e ostile.
A concludere questa breve disamina, basterà sommare le negatività del secondo modus con quelle del primo, e il quadro che si profilerà, come visione globale del mondo e senso basico della esistenza umana, è proprio quello che vediamo squadernarsi ogni giorno davanti al nostro sguardo sempre piú vacuo, sempre piú attonito; sempre piú mancante di un valore spirituale da poter conservare. Almeno come ricordo.

La sirena incantatrice
Ma non lo farò; né lo voglio fare; una conclusione del genere sarebbe totalmente falsa. Raccomando a chiunque di non lasciarsi ingannare ancora una volta dalla paura, dall’impazienza e dalla frustrazione; arrestare la ricerca del meglio, inteso come possibilità di perfezionamento, alla prima delusione, è il canto delle Sirene del Mondo delle Parvenze, che conduce al naufragio.
Questo sarebbe, ed infatti è, l’errore piú grande in cui si può cadere, quando lo sconvolgimento dello status quo, interno o esterno che sia, ci attanaglia alla gola e ci costringe a qualunque reazione, purché immediata, che ci faccia uscire dalla strettoia, o peggio, dalla trappola in cui ci siamo cacciati.
Non voglio girarci attorno: la trappola è l’aver perduto la fiducia nel proprio pensare, l’aver tagliato i ponti con l’ Io superiore, l’aver perduto ogni possibilità di avvertire la presenza e la forza dello Spirito agire comunque, al di sopra dell’ umana confusione, al di sopra della tragedia esistenziale.
C’è sempre un filo conduttore: chi vuole lo chiama Divina Provvidenza, ma chi ama e indaga nelle sempre verdi praterie della metafisica, sa che è il pensare: il nostro pensare, coltivato nel silenzio e nella vigile riservatezza dei momenti che abbiamo deciso di dedicare alla concentrazione e alla meditazione; primi passi, umili ma ineguagliabili, per svincolarci dalla supina adesione all’effimero, al deperibile, alle sensazioni e alle rappresentazioni, ai miraggi e alle chimere, alle illusioni e alle allucinazioni.
Chi, cosa c’è in noi che stabilisce di volta in volta il valore e il senso degli eventi? La disparità di vedute è una condizione ragionevole, ha una sua logica; ma non è certo quella d’indurci a credere che ognuno di noi sia libero di pensare quello che piú gli piace e che tanto, anche non facendolo, nulla cambierebbe.
La mancanza di una direzione univoca, indirizzata alle Forze del Principio, dovrebbe rendersi evidente, nel contemplare, oggettivamente, le differenze del pensare, sentire e volere emergenti dagli esseri umani. Non si dà moltitudine senza un minimo comun denominatore; non esiste il molteplice di per sé, non v’è scissione se non in vista di un ritorno all’unicità; esiste bensí la nostra provvisoria incapacità, la scarsa attitudine, e l’indolenza per tutto ciò che non ci offre un risultato immediato, concreto, materiale su cui appoggiarci e magari sederci. Su di esso ci si blocca, credendo di aver raggiunto qualcosa di definitivo, dopo il quale diventa giustificato concederci ai piaceri della distrazione, degli svaghi e dei relax.
Le innumerevoli, talvolta distopiche, interpretazioni delle vicende umane possono indurre a surrealismi, creare deviazioni, depistaggi e costringerci nell’errore per lunghi periodi. Ma quando qualcuno di noi diventa capace di contemplare una siffatta pluralità di vedute, di opinioni, di credenze, di tendenze (che andranno poi ad influenzare scelte e decisioni anche essenziali ) e lo sa fare, libero dalla tentazione di riduzioni soggettive, non potrà piú sottrarsi alla considerazione che esse siano il riflesso di quanto ha sentito agitarsi dentro di lui, nel segreto della sua anima: che siano i frammenti sparsi di un “se stesso” perduto, per il quale è giunta l’ora di dar vita all’attuazione dell’idea primaria, all’essenza che egli vuol ricostruire, ricomporre, recuperare: richiamo di un potenziale ricongiungimento: motivo e scopo per il quale è venuto al mondo.
L’indeterminatezza delle varietà, i flussi e deflussi delle monadi, gli sciami dei frammenti cosmici, la danza delle particelle, sono soltanto il polo negativo di una unicità tutta da ricostruire; essa già opera dentro di noi, ci spinge oltre i nostri immaginari limiti. Si presenta come un mosaico gigantesco finito in pezzi, spersi nello spazio e nel tempo; proposto dal karma ad una stirpe di restauratori che, nonostante le ripetute vite terrene, ancora non hanno capito di esserlo: di poterlo diventare.

Riaccendere la luce dell’universo
Non sono riflessioni astratte, anche se al momento lo sembrano. È necessario custodirle nell’anima, mantenerle vive affinché un giorno possano fiorire.
Allora, disparità e divergenze, disaccordi e contrapposizioni, scontri e conflitti d’ogni genere, provocati nell’intento di far trionfare le proprie – minuscole e mai complete – ragioni, vedute, tendenze e finalità, non troveranno piú motivo d’insorgere, ove l’anima umana s’illumini di quella luce, o sostanza di vita delle forme create, che pulsa eterna dal cuore dell’universo.
Quella luce nell’ uomo, e soltanto per lui, si è arrestata: finché il riaccendersi divenga evento della sua libertà.
Angelo Lombroni
