Paesi e città: passato, presente, futuro

Etica

Paesi e città: passato, presente, futuro

Il riassunto

 

Siamo ancora una colonia, ovvero una provincia dell’Impero d’Occidente, il quale mantiene delle basi NATO sul suolo italiano. Può anche darsi che gli Stati Uniti, sotto la guida di presidenti isolazionisti e patriottici, possano rinunciare al dominio diretto sull’Europa per rafforzare quello sulle Americhe. Tutte le manovre di Trump dalla Groenlandia alle pretese di dominio sul Canada, all’alleanza stretta con il presidente argentino, ai dispiegamenti di forze intorno al Venezuela, alla riconquista di Panama, fanno pensare che si andrà in questa direzione. L’Europa nel disegno dell’attuale amministrazione dovrebbe diventare una vacca da mungere fino allo stremo. Per cui gli europei dovrebbero assumersi l’onere di provvedere alla propria difesa, naturalmente comperando armi americane. Comunque, allo stato attuale siamo ancora una colonia.

 

Ai tempi di Roma, i fortilizi per le legioni si chiamavano castra stativa (accampamenti permanenti). La base di Aviano (PN), con le sue truppe statunitensi e le testate nucleari, è un castrum stativum contemporaneo, e in Italia ci sono circa 140 strutture militari della NATO, e qui resteranno fino a che lo scontro interno agli Stati Uniti non sarà risolto con la definitiva vittoria dei MAGA e l’estinzione del Deep State d’ispirazione democratica e globalista.

 

Imprigionati

Imprigionati

 

La guerra mondiale è stata vinta dai BRICS, quella interna all’Im­pero d’Occidente è ancora in corso, anche se poco visibile. Sono ancora in campo i globalisti, che miravano al dominio imperiale del­l’Occidente, e si scontrano strenuamente con i realisti-sovranisti, ormai vittoriosi in oltre due terzi del pianeta. I Globalisti – legati alla Gran Bretagna, alle lobby ashkenazite della Cabala e ai neocon statunitensi – imprigionati dalla realtà dei fatti, stanno giocando le ultime carte per preservare un progetto coloniale. L’arroccamento globalista è pericoloso, perché la Cabala è una bestia colpita a morte che si difende all’impazzata, senza piú calcolare la portata delle proprie dissennate azioni. La vittoria della Russia produrrà danni economici agli Stati dell’Europa che avevano scommesso tutto su Kiev, una guerra vile, combattuta con il sangue degli ucraini. Il problema piú grave, a parte lo sfacelo economico che genererà la perdita della guerra per gli Stati europei, sarà la mancanza di energia e materie prime provenienti da Est. Si tratta di danni che metteranno in crisi lo stato sociale europeo, un tempo vanto delle democrazie liberali imposte nel dopoguerra. Queste democrazie, in cambio dell’assoggettamento all’Occidente, durante la Guerra Fredda, avevano goduto di privilegi legati a un benessere diffuso. Oggi, con la sconfitta della fazione globalista, lo Stato guida – gli Stati Uniti – si ritira, come si è visto, verso una nuova fase isolazionistica. Le province europee finiranno per subire le conseguenze di una vera e propria rapina di risorse, attuata per sostenere il consenso interno nello Stato guida dell’Impero.

 

 

Seduta su due sedie

 

Seduta su due sedie

Seduta su due sedie

 

Chi governa con saggezza un popolo ha l’obbligo di evitare scenari catastrofici come quelli in atto, affinché le crisi non sconquassino totalmente la propria nazione. Molti dei tentennamenti della nostra Presidente del Consiglio sono determinati dalla volontà di rendere meno traumatico il cambiamento in corso. Meloni è stata costretta a sedersi su due sedie. L’Italia non è una colonia americana, ma non si deve dimenticare che quasi il 60 % degli scambi commerciali italiani avviene con Paesi europei, e anche l’indotto turistico ha un impatto economico enorme. Se lo scontro con l’Unione Europea dovesse acutizzarsi, per esempio, potrebbero venire creati degli ostacoli al turismo di cui l’Italia vive. Lo Stato italiano è in bilico anche se in condizioni migliori degli altri paesi europei. Perdipiú alla presidenza c’è un globalista-progressista come Sergio Mattarella e il governo non può permettersi avventure. Se la Meloni avesse assunto una posizione netta e filorussa come quella di Viktor Orbán – ammesso e non concesso che fosse sopravvissuta fisicamente e politicamente a un simile affronto a Germania, Francia e Gran Bretagna – avrebbe spinto l’economia italiana in un vicolo cieco. Viviamo una vera e propria guerra nei segreti corridoi dei palazzi del potere. Tra decenni, a bocce ferme, verremo a sapere quali inimmaginabili ricatti si sono dispiegati in questi anni. L’unico dato visibile sta nel mondo dell’informazione mainstream, che ci rivela i reali rapporti di forza. L’ambiguità teatrale della Meloni ci mantiene in una situazione che non potrà durare in eterno: è evidente che da brava proconsole attende ordini dall’Imperatore su quando e come muoversi.

 

 

Il futuro di città, paesi e borghi

 

Tenendo conto di questo contesto geopolitico ed economico e visto che in simili condizioni è praticamente impossibile creare un modello sociale rivoluzionario e oppositivo al neoliberismo imperante, possiamo ora affrontare il problema dell’abbandono dei piccoli centri. Il problema è stato sollevato da un lettore, Saverio M., che ci ha posto una domanda precisa sull’accentramento metropolitano. Questa la domanda: «Un tema a me molto caro sta prendendo piede, in particolare nel post pandemia, ancora troppo poco se ne parla, ma qualcosa inizia a muoversi piú concretamente (vedi lettera aperta al Governo e Parlamento da parte dei Vescovi delle aree interne). Mi riferisco all’accentramento della popolazione in mega city, aspetto che fatica ad essere riconosciuto in Italia ma che a ben vedere è già una realtà consolidata. Certamente alla base ci sono molti aspetti di natura “cogente” salari piú alti, esternalità positive, tuttavia, riconoscendo due elementi fondamentali dell’essere umano, ossia la relazione e la volontà, mi chiedo: come possiamo decifrare questo fenomeno da un punto di vista della Scienza delle Spirito?».

 

Il lavoro manuale

Il lavoro manuale

 

Possiamo rispondere che non esiste piú un mondo rurale idilliaco. Il rapporto tra città e campagna, ovvero tra metropoli e paesi periferici ed ultraperiferici, è un tema appassionante anche per chi segue la Scienza dello Spirito. È interessante notare come Rudolf Steiner – nelle conferenze di sociologia e nel ciclo sulla Questione sociale – indicava come la vita metropolitana spinga l’uomo verso il materialismo e la frenesia, mentre le piccole comunità contadine custodiscono ancora un legame vivo con la natura. Oggi quello spirito si è ridotto anche nei piccoli borghi e nelle campagne, che hanno perso il loro carattere bucolico. Detto questo, è importante comprendere che il punto centrale non è dove si vive – città, campagna o piccolo borgo – ma il modo in cui ci si relaziona con la realtà. Chi svolge un lavoro manuale, come un meccanico, un idraulico o un falegname, spesso ha una percezione piú diretta e concreta della realtà rispetto a chi vive immerso in astrazioni, come manager amministrativi, burocrati, politici, intellettuali o persone che si muovono in ambienti spiritualistici o finanziari. Questo vale per la città come per i piccoli centri. Va però detto che nei piccoli borghi i lavori manuali non sempre sono totalmente demandati a specialisti, molte persone hanno l’orto, altre sanno svolgere piccole riparazioni o costruirsi una casa. Questo aspetto è fondamentale, poiché un rapporto sano con la materia garantisce un equilibrio che l’intellettualità astratta non può offrire. Nei paesi, forse, è piú facile vivere in sintonia con la realtà comunitaria, ma la tecnica e l’informatica, grazie agli smartphone, raggiungono ormai ogni luogo. Anche la vita rurale e l’agricoltura intensiva sono subordinate alla tecnologia. La lezione da trarre è chiara: l’evoluzione ci invita a guardare la realtà con la forza dell’Io, con consapevolezza, abbandonando ogni visione sognante.

 

 

I problemi delle metropoli

 

Caos automobilistico

Caos automobilistico

 

Le città mangiano il tempo degli uomini, le metropoli sono cronofaghe. I grossi centri metropolitani impongono spaventose perdite di tempo per svolgere attività sanitarie, burocratiche e lavorative. Il caos automobilistico è convulso e i mezzi pubblici sono insufficienti. Moltissimi pendolari che giungono dall’hinterland e dai centri limitrofi creano ingorghi spaventosi. Tra i drammi delle città rileviamo i costi per una sana alimentazione, soprattutto per coloro che non dispongono di un reddito dignitoso, ovvero la stragrande maggioranza dei cittadini che sono costretti a consumare del cibo degradato, non organico e biologico, cibo privo di elemen­ti vitali.

 

Cibo degradato e cibo biologico

Cibo degradato e cibo biologico

 

Le grandi città, e ancor piú le megalopoli, sono ferocemente classiste. Esse ripropongono il divario fra plebe e il patriziato delle zone ZTL, dove prevale, si noti bene, la cultura politica progressista e il globalismo. Le periferie, dove vive la povera gente, pagano lo scotto dell’immigrazione selvaggia incentivata dai progressisti nei decenni precedenti.

 

In realtà il dato piú evidente viene spesso ignorato: in quest’epoca si sono incarnate tante, tantissime anime. Non sta all’uomo determinare il numero dei nati, questo è un retaggio del Divino. Favorire gli aborti e forzare politiche demografiche come quelle cinesi che impedivano la nascita del secondo figlio è un gesto criminale. A noi basti sapere che al mondo oggi siamo tantissimi ma anche che la fertilità sta declinando con il declino del globalismo. Il crollo demografico ancora oggi ci appare “impossibile” a causa di un errore di pensiero determinato dal materialismo spinto della nostra epoca, tant’è che anche l’economia dovrebbe progredire aumentando il PIL. Sono tutte idee preconcette che sarà bene riconsiderare. Decrescita e calo di fertilità non sono affatto scenari inattuali.

 

Rudolf Steiner – nelle conferenze di sociologia e nel ciclo sulla Questione sociale, sottolinea come la vita metropolitana intensifichi il materialismo e la frenesia, mentre le piccole comunità agricole mantengono ancora un rapporto vivente con la natura e con il ritmo cosmico. La sua idea di Tripartizione sociale nasce anche da questa polarità.

 

Friedrich Nietzsche – pur non essendo “spiritualista” in senso stretto, nel Cosí parlò Zarathustra contrappone la solitudine creativa in luoghi elevati e naturali alla folla della città, vista come degenerazione e massa anonima che soffoca lo Spirito.

 

Lev Tolstoj nelle opere tarde e nei suoi scritti morali critica la vita urbana come artificiale e corruttrice, contrapponendole la purezza etica e spirituale della campagna, dove la semplicità consente un piú diretto rapporto con Dio.

 

William Blake Jerusalem «Il Guardiano»

William Blake Jerusalem «Il Guardiano»

 

William Blake – nei suoi poemi e incisioni oppone “Jerusalem” (la città santa interiore) alla Londra industriale, che considera infernale; nelle sue visioni la campagna è custode di un’innocenza primordiale.

 

Henry David Thoreau – in Walden, vive e scrive l’esperienza dell’allontanamento dal caos della città per ritrovare nella natura rurale una vita essenziale, capace di nutrire lo Spirito.

 

Gandhi – nelle sue riflessioni politiche e spirituali (Hind Swaraj), contrappone la città industriale, che aliena e rende schiavi, al villaggio indiano, nucleo di autonomia spirituale e comunitaria.

 

Martin Heidegger – nelle conferenze su Costruire, abitare, pensare, elogia il ritmo del villaggio e della vita contadina come piú vicino all’essere, mentre la metropoli è segnata da sradicamento e dimenticanza dell’essere stesso.

 

Ivan Illich – negli anni ’70, con opere come La convivialità, critica la città industriale e moderna, contrapponendole le piccole comunità rurali come luoghi dove le relazioni restano umane, spirituali e non mediate da apparati tecnici.

 

Ernst Friedrich Schumacher – in Small is Beautiful (1973) sviluppa un pensiero di tipo quasi spirituale-economico: la grande città e l’industrialismo distruggono l’anima, mentre i piccoli centri e la “tecnologia intermedia” permettono una vita sostenibile e piú vicina all’essere umano integrale.

 

 

Nasceranno molti meno italiani

 

Oggi e domani

 

Per quanto riguarda le situazioni urbanistiche, dobbiamo ricordare che la storia delle città e dei borghi non riguarda una singola generazione, ma investe i secoli, se non i millenni. Pertanto, non ha molto senso preoccuparsi in modo angoscioso per l’abbandono dei piccoli centri periferici o dei paesini in stato di degrado. I flussi che portano le popolazioni a spostarsi dalle città sono fenomeni periodici e spesso legati a eventi drammatici. Le crisi storiche – da quella dell’Impero Romano fino ai conflitti del Novecento – hanno spesso innescato un ritorno alla terra, alle periferie rurali, dove si trovavano cibo, sicurezza e radici. Con la marginalizzazione politica ed economica dell’Europa, e la rapina di risorse che sarà probabilmente attuata dallo Stato guida del­l’Impero d’Occidente (gli Stati Uniti), diventa sem­pre piú verosimile che vengano meno le risorse ne­cessarie a mantenere il tenore di vita delle classi medie cittadine, soprattutto nelle grandi aree metro­politane, dove la vita è diventata eccessivamente costosa. In questo contesto, è prevedibile un ritorno verso i centri di medie dimensioni, dove la vita costa meno, dove magari i nonni hanno conservato una proprietà di famiglia o un orto, o dove è ancora pos­sibile vivere in modo autosufficiente.

 

Tuttavia, l’istituzione familiare è oggi fortemente ostacolata da una propaganda globalista e gender, che tende ad atomizzare la società. I dati sono eloquenti: il 23,3% delle famiglie italiane è costituito da nuclei monogenitoriali e circa l’11% da genitori separati con figli. Il dato piú impressionante, però, è un altro: in Italia, circa il 97% dei nonni non vive nella stessa casa dei nipoti, mentre solo il 3% con­vive con loro. E tutti comprendono quanto i nonni siano determinanti nell’educazione. Nei piccoli centri questi problemi esistono, ma risultano in parte compensati da fattori di coesione, prossimità e relazioni sociali piú strette. Possiamo quindi affermare che, in generale, la qualità della vita risulta piú alta nei piccoli e medi centri, mentre declina agli estremi opposti: da un lato, nelle grandi metropoli sovraffollate, stressanti e costose; dall’altro, nei piccolissimi comuni delle aree interne, ormai in stato di semiabbandono. Come spesso accade, “in medio stat virtus”: vivere in centri di medie dimensioni, con un nucleo familiare allargato e i nonni vicini, rappresenta oggi una delle poche situazioni in cui è ancora possibile migliorare concretamente la qualità della vita.

 

 

Contrastare il degrado delle metropoli

 

Adriano Olivetti

Adriano Olivetti

 

Ammettiamo ora che il processo di svuotamento delle città av­venga in modo molto lento senza un crollo delle nascite. Nelle me­tropoli sarà allora necessario riordinare la vita di quartiere, che do­vrà inevitabilmente sostituire i grandi Comuni, oggi spesso occupati dalla partitica e dalla corruzione. Il modello olivettiano, pensato originariamente per una “comunità-fabbrica” come Ivrea, può essere adattato ai quartieri urbani, a condizione che si traduca in piccole reti autogestite, dove il municipio non è piú soltanto un ufficio amministrativo, ma diventa un centro civico polifunzionale, capace di tenere insieme lavoro, cultura, servizi e solidarietà. Il modello di comunità immaginato da Adriano Olivetti fu idealmente ispirato alla Tripartizione sociale di Rudolf Steiner, nella sua biblioteca si contavano almeno trenta opere del Maestro dei Nuovi Tempi, tra cui I punti essenziali della questione sociale – O.O. N° 23), che affronta il problema dell’organizzazione della società in chiave spirituale. Il modello olivettiano conserva un’impostazione etica e realistica, che lo rende accessibile anche a una classe politica poco avvezza al pensiero strutturato. In un contesto in cui i politici italiani appaiono spesso deboli di comprendonio, avere come riferimento una figura “bi-partisan” come quella di Olivetti – radicata in una cultura valdese e in una formazione laica e progressista – potrebbe normalizzare il pro­getto di Comunità, portandolo fuori dalle aspettative ideologiche. Unire lavoro, cultura e vita sociale in un disegno armonico, che mette la persona al centro, rappresenterebbe un palliativo spirituale e sociale per città degradate. In un piccolo municipio di quartiere tutto ciò si tradurrebbe nella creazione di consigli comunitari in cui cittadini, scuole e associazioni decidono insieme, superando l’inerzia e l’ottusità della burocrazia. I servizi dovrebbero integrarsi tra loro: biblioteche, spazi culturali, laboratori artigianali e poli di salute dialogherebbero con le attività economiche locali, sostenute in forma cooperativa o artigianale. La sparizione dei piccoli negozi potrebbe essere compensata da luoghi ritiro delle grandi reti di distribuzione, poiché l’impero d’Occidente difficilmente rinuncerà al dominio della grande distribuzione di Amazon che è la piú grande piattaforma di e-commerce al mondo. Il Celeste Impero cinese ha inoltre le sue reti di distribuzionecome Temu, che punta su prezzi bassissimi, prodotti spesso senza marchio o di qualità variabile. Il ritorno a piccoli negozi di prossimità sarà quindi difficilissimo se non impossibile, perché il peso economico-politico dei due imperi non lo permet­terebbe. L’urbanistica però potrebbe diventerebbe partecipata, con scelte condivise su verde pubblico, viabilità e recupero degli spazi dismessi. L’educazione si estenderebbe alla cultura diffusa, alla musica e alla bellezza, intese come forze rigenerative. Infine, la solidarietà si incarnerebbe in forme di mutualità concreta: dal microcredito alle banche del tempo, fino a modelli di cura condivisa, rafforzando il tessuto comunitario in un tempo che sembra volerlo dissolvere. È un progetto lucido e vitale, capace di assorbire le spinte distruttive del presente. Naturalmente, questa visione troverebbe terreno ancora piú fertile nei piccoli centri, dove il legame con la terra, la storia e le relazioni è piú profondo e meno contaminato. Ma servirà una figura carismatica per attuare un progetto simile e questa figura dovrà essere supportata dall’aiuto dell’Arcangelo del popolo italiano.

 

 

Gli esseri spirituali della casa

 

Cosa ci dicono gli Esseri elementari

 

Ritorniamo ora alla questione dei borghi. Per comprendere davvero la vita di un paese in abbandono, è necessario sí guardare in alto, verso quegli spiriti arcangelici che sorreggono e organizzano la storia dei popoli, ma occorre anche scendere in profondità e riconoscere l’azione di altri esseri: gli elementari e gli spiriti della natura. Chi si interessa di Scienza dello Spirito sa bene quanto il clima spirituale delle mega-city sia deteriorato. In questi ambienti urbanizzati e artificiali la presenza degli esseri elementari si riduce. A reggere ciò che resta di un’atmosfera sana e umana sono gli spiriti della casa, che difendono con tenacia, quasi come in un bozzolo protettivo, quel tenue clima luminoso entro cui potrebbe – e dovrebbe – svilupparsi la vita familiare. Su questo tema, esiste un interessantissimo volume pubblicato nei Quaderni di Flensburg per l’editrice Novalis, dedicato proprio agli esseri elementari e agli spiriti della natura. Ma ciò che colpisce in modo particolare è che l’opera prende in esame anche gli spiriti della casa, trattandoli non solo come presenze benefiche, ma anche come forze che accompagnano le fasi della vita di un edificio: vi sono infatti spiriti della crescita, che favoriscono l’espansione e l’armonia domestica, ma anche spiriti del declino, che seguono il logorarsi, l’impoverirsi e infine l’abbandono. Da questa prospettiva, i piccoli centri abbandonati – i borghi silenziosi e dimenticati – diventano luoghi esemplari, veri e propri specchi spirituali di un processo di svuotamento che non è soltanto demografico o economico, ma anche eterico, animico, anche se invisibile ai piú. Riconoscere queste dimensioni non significa indulgere in fantasticherie, ma entrare con piú consapevolezza nei ritmi profondi della vita dei luoghi: ogni pietra, ogni tetto, ogni soglia, racconta un dialogo – a volte interrotto – tra l’uomo e le forze invisibili che lo circondano.

 

 

I principali paesi abbandonati in Italia

 

Borghi abbandonati

Borghi abbandonati

 

In Italia esiste un patrimonio nascosto che non si trova sulle rotte turistiche piú battute: i borghi abbandonati. Sono villaggi sospesi tra passato e presente, dove le voci di chi li abitava sembrano ancora riecheggiare tra case in pietra, vicoli silenziosi e piazze deserte. Visitarli non significa soltanto osservare delle rovine, ma ascoltare storie congelate nel tempo, sentire la forza della natura che lentamente si è ripresa gli spazi, lasciando alle volte l’eco di ciò che è stato. Dalla Basilicata alla Sardegna, dalla Calabria al Friuli, vi sono borghi che raccontano di frane, terremoti, guerre e spopolamenti, ma anche di resilienza e memoria. Possiamo usare un motore di ricerca o l’intelligenza artificiale, ovvero Chat GBT o Grok, per aiutarci  a trovare i borghi abbandonati piú vicini a noi. È bene visitare per diporto questi luoghi, in quanto ci costringono ad accettare nel profondo dell’anima l’idea di impermanenza.

 

 

Presa di possesso degli spiriti naturali

 

Con l’abbandono di un centro abitato, gli spiriti naturali si impadro­niscono delle strutture edificate dall’uomo. Ci troviamo cosí di fronte a un corpo d’edificio pietrificato, che corrisponde al mondo minerale. Su quel corpo silenzioso e inerte le forze vegetali e animali ricominciano a operare, riappropriandosi del campo, in un lento ma inesorabile processo di riconquista. È importante notare come in quel silenzio assoluto determinato dall’assenza umana emerga con forza una particolare aura di mistero, percepibile in modo vivido dal nostro sentire. Si tratta di una esperienza sottile ma potente, capace di farci cogliere la “memoria” spirituale di qualcosa che esiste, anche se non può essere rilevato dai sensi fisici.

 

Casa disabitata

Casa disabitata

 

Chi da bambino si è trovato a entrare in una casa disabitata o in una fabbrica abbandonata, sa bene quanto possa essere intensa questa percezione: un misto di attrazione e inquietudine, quasi una soglia tra due mondi. È interessante osservare come l’atmosfera ani­mica cambi a seconda dello stato di conservazione degli edifici. Nei fabbricati dove è ancora presente una co­pertura, un soffitto intatto, si avverte una presenza piú densa, piú viva, come se lo spirito della casa fosse an­cora lí, in attesa. Nei ruderi aperti al cielo, invece, dove il tempo, la pioggia, la neve, il sole e il firmamento han­no preso il sopravvento, la memoria dell’azione umana si dissolve piú rapidamente. La luce stessa cancella, di­lava, purifica, benedice.

 

 

Il problema del cemento

 

Metropoli in rovina

Metropoli in rovina

 

Il problema che si porrà in futuro – di là dalla nostra presente in­carnazione, che è poca cosa se confrontata con il ritmo della Storia – non riguarderà piú i piccoli borghi, ma le grandi città, le metropoli. Sarà una conseguenza inevitabile del declino dell’Europa e del calo demo­grafico che colpirà anche l’Italia. Chi piú di ogni altro sa tratteggiare la relazione profonda tra gli esseri umani e gli spiriti dei luoghi sono le antiche tradizioni spirituali, le quali insegnano che la realtà percepita è solo una parte – e nemmeno la piú essenziale – della realtà esistente nelle cose. La Scienza dello Spirito afferma che in molti luoghi possono permanere tracce di energie, o spiriti della natura, cosí che nessun posto è mai davvero “morto”. Anche ciò che sembra inanimato conserva un pensiero nell’Akasha, una memoria silente. Il nocciolo della questione è che ovunque il cemento ha sostituito la pietra. Ma il cemento, essendo pietra polverizzata e riassemblata in forma artificiale, ha prodotto sof­ferenza nei princípi elementari della pietra stessa (si veda, a questo proposito, nei già citati quaderni di Flensburg Cosa ci dicono gli esseri elementari, pag. 80 e seguenti). Una rappresentazione vivida e com­piuta della tristezza devastante che emanano le costruzioni abbandonate in cemento si ritrova nella cinematografia post-apocalittica, che raffigura società distrutte da guerre, catastrofi o collassi ecologici. Il film piú rappresentativo del genere è senza dubbio “Fuga da New York”, ma ancora piú eloquente e dolorosa è la distruzione di Gaza, che parla direttamente al cuore.

 

Non è difficile comprendere che, nella bruttezza degradata delle strutture cementizie dismesse, possano albergare forze ostili, spiriti oscuri della natura che si nutrono proprio della disarmonia e del disfacimento. In questi ambienti, infatti, la criminalità, le comunità di tossicodipendenti o gruppi di clandestini spesso coinvolti in attività illegali, trovano un habitat favorevole alle loro nequizie.

 

A questo punto, la nostra preoccupazione per i borghi periferici va completamente riconsiderata. Con il calo demografico ormai previsto e tracciato, il vero problema non saranno i piccoli paesini – che anzi potrebbero persino tornare a vivere – ma le periferie delle grandi città, che rischiano di diventare una cintura venefica attorno ai nuclei vitali della civiltà. Dal duomo di Milano c’è una cintura di 12 km prima della campagna, se la popolazione del capoluogo lombardo si riducesse avremmo dieci chilo­metri di luoghi selvaggi o ostili da varcare prima di raggiungere il centro direzionale.

 

 

Una metropoli produttiva

 

Milano, ipotesi futuribile

Milano, ipotesi futuribile

 

Abbiamo preso l’esempio di Milano, metropoli industriale che con ogni probabilità manterrà una centralità direttiva in un mondo operoso, dove, tra un secolo, le intelligenze artificiali svolgeranno la maggior parte dei lavori manuali e tecnici. Rap­portiamo ora l’idea di questa megalopoli a uno sce­nario futuro in cui, dal punto di vista demografico, abbia un collasso di fertilità. Milano oggi conta cir­ca tre milioni di residenti, ma nelle ore lavorative assorbe quotidianamente almeno un milione di per­sone in piú. Il lavoro crea un rapporto ordinato con la realtà, la presenza umana è in fondo moralizzatrice in quanto portatrice di senso. In futuro le cose andranno diversamente: la separazione tra una componente evoluta e un’umanità incattivita sarà sempre piú netta, soprattutto se progetti di comunità e la Tripartizione sociale non si affermeranno. Il male colpirà in particolare le orride periferie ce­mentificate, perché l’uso dell’intelligenza artificiale e dei robot assolveranno praticamente tutti i mestieri materiali e gli operai scompariranno; all’essere umano resterà il ccordinamento dirigenziale degli algoritmi e degli automatismi. Per allora si presume che il settore “fai da te” non sia estinto, quindi ci sarà molto piú tempo per piccole riparazioni e un con­tatto con la materia. I quartieri dormitorio in stato di abbandono potrebbe diventare il detonatore di enormi problematiche legate all’ordine pubblico, alla logistica e alla ristrutturazione urbana. Ciò che intendiamo dire è che la nostra nostalgia per i borghi periferici in declino rappresenta, in confronto, un falso problema: i veri drammi si manifesteranno nei centri urbani dismessi del futuro. L’enorme massa di costruzioni in cemento potrebbe essere in parte riscattata e beneficata da un verde spontaneo e selvaggio, poiché la natura trova comunque i suoi spazi; tuttavia questo processo dovrà essere pia­nificato, incentivato e controllato con intelligenza e lungimiranza. Altrimenti, la bruttezza e il degrado di questi anfratti urbani genereranno condizioni favorevoli al banditismo, alla marginalità, all’illegalità diffusa. È quindi prevedibile che le forze dell’ordine, in futuro, dovranno avvalersi di strumenti tecnologici avanzati per presidiare e contenere tali situazioni. In altre parole, ci si può aspettare l’introduzione di robot-poliziotti o dispositivi simili, capaci di operare in ambienti urbani ostili, dove la presenza umana non sarà piú sufficiente a garantire sicurezza e ordine sociale. La soluzione di recupero delle rovine dovrà essere bella, poiché la bellezza aiuta la moralità dell’uomo.

 

 

Non dobbiamo essere ostili nei confronti della tecnica

 

Questi scenari cupi e distopici non devono spaventarci. Il mondo, e l’Italia con esso, si avvieranno verso una graduale spiritualizzazione, anche grazie all’arrivo di nuove generazioni e alla fine del Kali Yuga. Non sarà un paradiso terrestre – né è giusto che lo sia – ma, col tempo, si potranno riconvertire le periferie urbane disabitate, quelle cinture di cemento oggi abbandonate. I quartieri dormitorio, come Quarto Oggiaro o Rozzano, una volta svuotati per carenza di abitanti, potrebbero trasformarsi in grandi conglomerati di placche cementizie, intervallate da strade alberate e sentieri bo  schivi. Chi le at­traverserà, a piedi o in volo, vedrà colline di cemento immerse nel verde.

 

Alberto Burri «Il Cretto di Gibellina»

Alberto Burri «Il Cretto di Gibellina»

 

Un esempio esiste già: il Cretto di Burri, o Grande Cretto di Gibellina, un’opera di arte ambientale realizzata da Alberto Burri tra il 1984 e il 1989, completata nel 2015. Non è un’opera che invita al piacere estetico: riproduce la pianta della vecchia Gibellina, distrutta dal terremoto del Belice, con crepe che evocano strade ed edifici, un “sudario” di cemento in memoria della tragedia. Pensiamo che quartieri periferici dismessi possano es­sere riconvertiti in macro strutture di cemento colato, coperte da pannelli solari per rispondere a un bisogno crescente di energia. Le intelligenze artificiali, infatti, consumano moltissima elettricità: si stima che, entro il 2030, negli Stati Uniti possano assorbire quasi il 10% dell’energia totale, e le criptovalute ne richiederanno ancora di piú. Per soddisfare questa domanda, i pannelli solari di nuova generazione, detti thin-film, saranno fondamentali. Questi pannelli, sottili pochi micrometri, usano materiali semiconduttori depositati su substrati flessibili come plastica o tessuto. A differenza dei rigidi pannelli in silicio cristallino, pesanti e fragili, sono leggeri, pieghevoli e si adattano a superfici irregolari, come le colline di cemento che immaginiamo.

 

Periferie di Milano rigenerate

Periferie di Milano rigenerate

 

Queste col­line, ricoperte di pannelli lucenti, diventeranno non solo fonti di energia solare, ma anche grandiose ope­re d’arte. Circondate da boschi e sentieri verdi, for­meranno un paesaggio unico. Chi arriverà in aereo­taxi, magari scorgendo il Duomo di Milano con la sua Madonnina, vedrà sotto di sé un’immensa opera d’arte, lucente e sostenibile, che protegge il cuore storico della città, fondendo tecnologia, natura e bellezza. Il tutto come solo gli italiani sanno fare.

 

L’Arcangelo Michele sconfigge il Drago-città

L’Arcangelo Michele sconfigge il Drago-città

 

Noi sappiamo di avere l’aiuto dell’Arcangelo che sovrintende a quest’epoca, l’Arcangelo Michele, che ci aiuterà a sconfiggere il Drago che avvolge nelle sue spire le città, le metropoli e le grandi megalopoli.

 

Rudolf Steiner ci invita a recuperare il nostro rapporto con gli esseri elementari che agiscono nella natura e influenzano positivamente il nostro karma. Sta a noi trovare la forza e la volontà di compiere i passi necessari perché questo accada.

 

 

Salvino Ruoli