Questa luce maieutica di ottobre
ogni leggenda anima, ricolma
della sua linfa vuote forme, e appare
freddo sui Rostri il corpo di Virginia
candido piú del marmo che l’accoglie,
salvo una rosa, un grumo di corolle
fiorito dove il sangue si è rappreso,
nel punto in cui la spada si nutrí
della sua carne, e il grido infranse l’aria
fiottando nell’iperbole vermiglia.
Intorno il pianto, di cui l’onda vibra
sovrastando la morta adolescente,
come il gladio e la mano che lo impugna
del padre che, negandola al decemviro
Appio Claudio, l’uccise pronunciando
al cospetto di popolo e Senato
l’invettiva tremenda, lei già spenta,
riversa alla pietà delle sue braccia:
«Libera e casta, o figlia, ti rimando
agli antenati sottoterra, meglio
la morte che l’oltraggio del tiranno!».
Il Foro è un mareggiare di plebei,
la grande folla pronta alla giustizia
sommaria, la vendetta è sulle bocche,
agita i cuori, suscita il tumulto.
Ma è troppo tardi, la fanciulla giace,
la sua anima ombra tra le ombre.
Porta con sé l’incanto del pudore
difeso con la vita. Ci rivela
questo, la luce eterica di ottobre:
un sorriso di donna appena in boccio
e il rimpianto dei giorni non vissuti.
Fulvio Di Lieto
