
Chi andava a trovare Massimo Scaligero nel suo studio di Via Cadolini, dove quella torretta in cima al Gianicolo sembrava svettare nel cielo, sentiva un’atmosfera serena, accogliente e densa di spiritualità. Già mentre si saliva quella lunga scala che portava in cima, quell’impressione cominciava a manifestarsi, e quando lui apriva la porta c’era una luce che irradiava sia dalla sua persona che dall’ambiente.
Accadeva in generale a tutti, ma per persone molto sensibili questa sensazione era sentita in maniera ingigantita. Un giovane che da poco seguiva la Scienza dello Spirito e aveva partecipato a qualche riunione del sabato, una volta accolto nello studio aveva sentito un trasporto quasi mistico che l’aveva in qualche modo sconvolto.
L’appartamento era registrato a mio nome e accadde che una notte, circa alle tre, squillò il mio telefono. Tenevo l’apparecchio sul comodino con una suoneria molto bassa, e il secondo telefono era nella zona della cucina, quindi i miei genitori, che dormivano nella stanza attigua, fortunatamente non sentirono la chiamata. Avevo affittato lo studio senza che loro ne fossero a conoscenza, per evitare interferenze che sicuramente ci sarebbero state, e anche pesanti.
La chiamata veniva dalla Questura Centrale di Roma. Mi dissero che essendo io l’intestataria dell’affitto dell’appartamento di Via Cadolini 7, dovevo presentarmi subito in Questura, perché c’era stata un’effrazione, e il colpevole era lí, presso la sede centrale di Via san Vitale, in stato di fermo.
Mi vestii in fretta, ma c’era un problema non piccolo: non avevo la chiave di casa e neanche quella del portone .Mia madre, con il suo controllo stringente, e direi alquanto soffocante, non riteneva che dovessi avere delle chiavi mie.
Uscii lasciando accostata la porta, tirando il paletto perché non si richiudesse, e sperando che nessuno si alzasse di notte. Stessa cosa il portone. Lo lasciai aperto e accostato, nella speranza che nessuno a quell’ora tornasse o uscisse.
Arrivata velocemente in macchina alla Questura Centrale fui accompagnata nell’ufficio di un Commissario che mi spiegò la situazione. Avevano ricevuto telefonicamente una segnalazione da parte di un inquilino del piano di sotto a quello dello studio. Le persone che abitavano in quell’appartamento erano buoni amici, lei era una svedese e il marito un italiano. Avevano un meraviglioso e tranquillo bambino di pochi anni, e spesso mi intrattenevo a parlare con loro. Dunque sapevano bene che quello era uno studio e che mai nessuno aveva dormito lí, perché al massimo alle otto di sera andavamo via, e io accompagnavo “il professore”, come chiamavano Massimo, di cui avevano una grande stima.
Improvvisamente nella notte avevano sentito rumori provenire dall’alto, poi una musica ad alto volume. Io avevo una serie di dischi a 33 giri di musica classica, Bach, Beethoven, Chopin, Wagner, Brahms e altri, che ascoltavo mentre dipingevo. Spesso i dischi li sceglieva Massimo, sempre però la musica era tenuta a un volume molto basso e non certo disturbante. Quindi doveva esserci qualcosa di strano a quell’ora di notte. Cosí era partita la telefonata di segnalazione.

Il portone del palazzo veniva lasciato aperto a quel tempo, per cui non era stata necessaria una effrazione, mentre agli agenti di polizia presto intervenuti, una volta arrivati all’ultimo piano, si era presentata una scena assurda. Il ragazzo aveva forzato la porta, forse con una spallata dato che non c’era una serratura di sicurezza, poi aveva sparpagliato una quantità di dischi in terra e stava sprofondato in poltrona ad ascoltare la musica ad alto volume.
Alla richiesta di alzarsi e andare via dall’appartamento aveva opposto resistenza, dicendo che lui doveva restare lí perché era l’unico luogo che l’aveva fatto sentire bene dopo tanto tempo che soffriva di disturbi mentali. Dunque non aveva nessuna intenzione di muoversi. Gli agenti dovettero ammanettarlo e trascinarlo a forza per portarlo in Questura.
Il Commissario mi chiese di presentare una regolare denuncia contro il giovane, sia per l’effrazione della porta sia per il comportamento squilibrato che aveva mostrato, cosa che per l’epoca (ancora non era intervenuto il dottor Franco Basaglia a chiudere i manicomi) significava essere portato in una struttura dalla quale diveniva poi difficile sottrarsi.
Non me la sentii di sporgere una denuncia, ma feci solo un esposto. Un agente redasse un verbale che sottoscrissi e mi lasciarono andare. Non sono poi stata informata di cosa sia accaduto al ragazzo, che non venne piú alle riunioni. Però mi assicurarono che non lo avrebbero arrestato e sarebbe stato scortato da una pattuglia alla propria abitazione.
Tornai a casa con il timore che le porte si fossero richiuse, invece trovai sia il portone che la porta di casa ancora socchiusi. Sgusciai nella mia stanza e mi misi a letto senza far rumore. Nessuno si era accorto della mia assenza.
Ho raccontato questo episodio per far notare come l’atmosfera che si respirava in quello studio fosse molto particolare, e se per alcuni era solo rasserenante e corroborante, per una persona di estrema sensibilità e con problemi psichici poteva rappresentare qualcosa di cui non voleva piú fare a meno!
Quando il giorno dopo ne parlai con Massimo, mi disse che avevo fatto bene a non denunciare il giovane. Sarebbe stato riconoscente per il comportamento comprensivo e indulgente, e il ricordo dell’episodio e del pericolo evitato l’avrebbe forse aiutato a superare le sue crisi.
Chiamai un fabbro per risistemare la porta, ma non fu necessario cambiare la serratura. Lavorò solo sui cardini per ristabilire l’assetto che era stato forzato, e tutto tornò a posto. Sulla porta campeggiava sempre la scritta Pax et bonum e Silentium.
Il portone del palazzo da quel giorno venne chiuso ogni sera: i condomini furono attenti a non dimenticarlo, per evitare spiacevoli intrusioni.
E l’atmosfera di quel luogo continuò, finché c’era la presenza di Massimo, a irradiare la sua luce e la sua potenza salvifica.
Marina Sagramora
