Diciotto castagne

Botanima

Diciotto castagne

Diciotto castagne

 

Prima di entrare a descrivere il Castagno e i suoi preziosi frutti, voglio iniziare con una nota che riguarda la Valle da cui origino, la Valseriana, nel territorio montano della Bergamasca, dove si situa l’episodio delle diciotto castagne che dà il titolo all’articolo.

 

Diciotto castagne è il titolo di un libro scritto dall’amico Mario Curnis, originario di Nembro, un paese della Valseriana, un libro che raccomando a chi voglia leggere la storia e la vita di lui, uno che da povere e umili origini, attraverso l’attività di lavoro svolta e la grande passione per l’alpinismo, ha saputo trarre una filosofia e una saggezza di vita che lo ha accompagnato fino ad oggi, all’età di quasi novant’anni.

 

Mario Curnis

Mario Curnis

 

Mario è stato per la generazio­ne come la mia, maestro e capo­scuola negli anni ‘70 nel formare giovani che, come nel mio caso, si avvicinavano all’arrampicata e all’alpinismo in tutte le sue forme. Il suo curriculum poi lo pone tra i grandi della montagna.

 

L’episodio delle diciotto castagne si situa in un tempo appena prima e appena dopo il secondo conflitto mondiale, in cui povertà e famiglie numerose andavano di pari passo nelle valli alpine, e non solo. Le diciotto castagne erano in pratica il “pranzo”, insieme ad un pezzo di pane o polenta, che la madre di Mario poteva dare ai figli che se lo portavano sul posto di lavoro; piú era l’età del figlio piú erano le castagne, e a Mario ne toccavano diciotto.

 

Nel suo libro si troverà non solo la sua vita e le sue imprese, ma pure la filosofia che ha ispirato il suo andar per monti e l’aspetto umano condito da tanta saggezza che sempre lo ha ispirato, anche nei momenti piú difficili, e che pure tuttora lo contraddistingue.

 

Castagno secolare

Castagno secolare

 

Questo preambolo per introdurre la storia di un albero, il Castagno, che ha improntato per secoli le colture arboree e il paesaggio delle valli della Bergamasca e non solo.

 

I suoi frutti generosi, racchiusi in un riccio spinoso, sono stati per secoli, millenni, com­pagni di vita dell’uomo, e spesso una delle poche fonti di sostentamento per le classi piú povere. Verremo ora a conoscere piú da vicino la sua storia.

 

Il Castagno (Castanea sativa) deriva il nome dal greco “kàstanon”, molto diffuso in Italia, non è di origine autoctona ma vi è stato importato dall’Oriente in epoca romana.

 

È un albero che raggiunge talvolta i 30-35 metri di altezza ed è eccezionalmente longevo. Se ne conoscono esemplari che superano i mille anni e di diametro ragguardevole.

 

Ricci di castagna

Ricci di castagne

 

Come si diceva, un tempo costituiva la base del­l’economia di molte regioni collinose e delle vallate alpine, per il legname adatto a molti usi, tra i quali le travature dei tetti, e per le castagne, usate largamente come alimento in molte forme.

 

Oggi la sua coltivazione è fortemente regredita, sia perché soggetto a due gravi malattie come il mal dell’inchiostro, una infestazione fungina epidemica comparsa all’inizio dell’Ottocento, e il cancro della corteccia, sia per il venir meno del suo ruolo un tempo fondamentale nell’economia di tante regioni.

 

Mi siano ora consentite alcune note personali. Nella Valseriana, e precisamente tra i paesi di Pradalunga e Albino, da dove la mia famiglia proviene, la coltivazione del Castagno ha dato per secoli da vivere alle genti del posto. Per noi da ragazzi, ancora negli anni Sessanta, era una festa quando in Autunno si potevano raccogliere le castagne dai ricci caduti dall’albero, che poi finivano in padella come caldarroste, chiamate bòrole, in dialetto, o bollite, e allora erano i peladèi.

 

I biligocc

“Biligocc”

 

Le piú grandi venivano selezionate e tra­sformate in “biligòcc” che cosí descrive Anto­nio Tiraboschi, storico bergamasco della metà dell’Ottocento: «Sono castagne bislessate col guscio ed affumicate perché prosciughino, e si conservino per mangiarle senz’altra cottura».

 

Loro caratteristica era quella che venivano le­gate assieme fino a formarne grandi “collane”, che venivano vendute nelle fiere nei giorni della festa di Sant’Antonio abate nel mese di Gennaio.

 

Tisana di Castagno

 

Altri modi di con­sumare le castagne era farne farina per il castagnaccio, una torta dolce, ma anche polente. Pane e un piatto di minestra a base di erbe e una ciotola di caldarroste, una fetta di formaggio e un poco di polenta era il pasto in passato di tanti che vivevano sui monti di lassú.

 

Abbandonato a se stesso e trascurato dall’uomo, anche se dal punto di vista forestale mantiene sempre un ruolo considerevole, sembra tuttavia che il Castagno fatichi a reggere la concorrenza delle specie indigene, e quindi la sua area di diffusione è ovunque in regresso. Solo pochi coltivatori appassionati curano ancora i loro castagneti, proseguendo una tradizione che altrimenti andrebbe irrimediabilmente persa.

 

Prima di passare a raccontare qualche aneddoto su quest’albero va pure fatto un accenno al suo uso fitoterapico.

 

Del Castagno si usavano le foglie e la corteccia dei rami; la corteccia, in decotto per uso esterno, per pelli fragili, delicate e arrossate; le foglie, ricche di tannini e fitosterine, in infuso o tintura, hanno la proprietà di calmare la tosse asmatica e disinfettare le vie respiratorie. L’acqua di cottura delle bucce delle castagne era poi un ottimo dopo-shampoo per esaltare i riflessi dorati dei capelli biondi. La polpa cotta e setacciate dei frutti si usava quale crema semifluida per detergere il viso e farne applicazioni emollienti e schiarenti in forma di maschere.

 

Giungono a maturazione in ottobre le castagne, denominate dai latini “Ghiande di Zeus” (Iovis glandes) poiché anche quest’albero evocava il dio supremo, come la quercia.

 

Il millenario Castagno dei Cento Cavalli

Il millenario Castagno dei Cento Cavalli

 

Celebre per le sue dimensioni il “Castagno dei Cento Cavalli” situato sulle pendici dell’Etna, nel territorio di Sant’Alfio, cosí detto perché nel XVI secolo Giovanna d’Aragona, sor­presa da un temporale, trovò riparo con tutto il suo seguito sotto le sue fronde.

 

A quest’albero Giovanni Pascoli dedicò in “Myricae” una poesia, in lode del legno e dei frutti che hanno scaldato e sfamato generazioni di contadini e montanari.

 

Le castagne hanno poi anche ispirato modi di dire e proverbi: “Prendere in castagna”, “Cavar le castagne dal fuoco” e “Meno di una castagna”, termini entrati da tempo nel lessico popolare.

 

Infine, per concludere, le castagne in alcune regioni d’Italia come il Piemonte, la Toscana e il Veneto, venivano consumate la vigilia del giorno dei Morti, e a Venezia veniva recitata questa filastrocca dove la richiesta di castagne è fatta dalle anime del Purgatorio.

 

 

Sacco di castagne

 

«Benedetti quei penini

che vien zo da sti scalini!

I ne porta dei maroni,

i ne porta de le castagne;

via, fè presto, gavemo fame!

E co questo la ringraziemo

del bon animo e del bon cor;

un altro anno ritornaremo,

se ghe piase al bon Signor.

 

 

 

Davirita

 

 

Un altro interessante video di Davide Testa, questa volta sul Faggio:

https://youtu.be/H4V_WUpO_bI?si=mpj9Cg-VmfEGI4B_