Perché la Scienza dello Spirito?

Considerazioni

Perché la Scienza dello Spirito

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È una domanda legittima: dal momento che siamo liberi di scegliere – almeno cosí viene garantito da piú parti – pare sia di nostro specifico interesse conoscere a fondo le motivazioni delle scelte fatte; è evidente che, trattandosi appunto di “libera scelta”, ognuno propenda per quella che piú lo alletta e si orienti in quella direzione. Ma, per pari logica, ci si può chiedere: perché dovremmo incamminarci su un percorso di disciplina interiore, che, pur apparendo una destinazione nobile e grandiosa, dal punto di vista idealistico-sentimentale, è piena zeppa di adem­pimenti, di formalismi rituali e di applicazioni che nulla hanno a vedere con la vita pratica di tutti i giorni, e spesso sono pure in contrasto con quella che possiamo chiamare natura umana?

 

Bene, allora se questo è il tema, vediamo cosa possiamo dire al proposito: qualcosa di ragionevole che ci riveli, faccia emer­gere e capire, una volta per tutte, le cause di una decisione im­portante, di una scelta radicale, come sembra essere la via dell’ascesi.

 

Perché in fondo è di questo che si tratta: la Scienza dello Spirito è una via di ascesi, una via indis­solubilmente legata all’ascesi, come la scienza della navigazione è legata alla legge del galleggia­mento, e come quella dell’aviazione è vincolata alla pratica e alla conoscenza delle leggi del volo. Non si scappa.

 

Non è pensabile (intendo seriamente, onestamente pensabile) partecipare alla Scienza dello Spirito come si partecipa a una rappresentazione teatrale o ad una manifestazione artistica, dove si va e da cui si torna interiormente appagati per qualche ora o poco piú.

 

L’ascesi e la conoscenza spirituale si congiungono nell’Iniziazione. Piccola o grande che sia, è una Iniziazione, ovvero l’inizio di un mutamento sostanziale (solo in seguito si scoprirà che è “essenziale”) verso il quale tutte le cosiddette “libere scelte” di questo mondo convergono, sospingendoci, ora con delicatezza, ora con forza, non di rado con violenza talvolta inaudita.

 

Possiamo tentare di darci una spiegazione plausibile, sostenendo gli effetti del karma, o vocazioni, o richiami di chissà quale altra cosa che sentiamo agire dal profondo della nostra interiorità; ma il volerle definire concentrandole in un’unica parola non ha alcuna importanza: ciò che rileva è altro: ci sia chiaro che l’essere umano è “un ricercatore”, un ricercatore innato, perché non si accontenta mai di quello che ha raggiunto, va sempre alla ricerca di un qualcosa di piú. Per cui risulta il solo essere del creato che non smette mai di evolvere per sua spontanea potenziale attitudine. Ciò non significa che tale attitudine sia sempre sorretta dalla sua volontà, per questo infatti la definisco potenziale. Ne consegue quindi, nel caso se ne renda conto e decida di metterla in moto, che inevitabilmente si assumerà le responsabilità derivanti dal tipo di scelta compiuta: tanto nel giusto quanto nell’errore, tanto nel bene quanto nel male.

 

Anche se, al giorno d’oggi, bisogna precisare, i termini di “giusto-bene ” e di “errato-male” andreb­bero rivisitati, in quanto siamo condizionati dal materialismo epocale al punto che ci sembra positivo tutto ciò che appaga e soddisfa le istanze dell’ego, e per contro ci appare come negativo tutto ciò che non piace, non allieta le sue svagate, spesso urticanti pressioni.

 

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Con una dotazione lessico-intellettiva cosí striminzita di questi due concetti (intendo sempre il cosiddetto bene e il cosiddetto male) diventa molto difficile creare e mantenere una dimensione etica in cui distinguere e valutare con chiarezza le varie possibilità di scelta e le loro conseguenze. Ma si prosegue ugualmente, convinti che la grandezza numerica delle scelte di vita quotidiana (quasi tutte del tipo: offerte al consumatore, consigli per gli acquisti, incentivi al risparmio, mercatino delle occasioni, compri due e paghi uno ecc.) sia talmente affine all’idea della libertà, da costituirne una vera e pro­pria proposta succedanea, una comoda sottomarca della libertà, economicamente allettante perché a buon mercato, alla portata di tutti, e soprattutto non richiedente sforzi o impegni particolari.

 

Se cosí non fosse non sarebbe comprensibile la qualun­quistica accettazione di una pubblicità invadente, cialtrona e scriteriata, che ogni giorno, a tutte le ore e con tutti i mezzi, imperversa ovunque, irretendo e irritando la platea dei consumatori che, pur dichiarando di non dige­rirla, ne rimane succube, frastornata, incapace di difesa. Forse perché allarmata e distratta da altre notizie, da eventi di cronaca, piú tragici e preoccupanti di un disturbo strisciante e transitorio, seppur incalzante e perverso, come quello pubblicitario. Ma di fronte alla eventualità di un nuovo conflitto mondiale o al pericolo del diffondersi di una nuova epidemia, anche il miserando espediente del “consiglio per gli acquisti” assume l’aspetto di una innocente sostenibile seccatura.

 

Il dubbio che tra le due turbative, ben diverse per caratura ma egualmente nocive agli effetti distrut­tivi, possa esservi un legame di consequenzialità, viene scartato a priori; nel mondo dell’ubi maior, minor cessat non c’è posto per cavilli e arzigogoli, cosí come nelle anime umane non c’è piú posto per la pace. Le connessioni non banali che attirano concretamente la nostra attenzione sono quelle che riguardano soprattutto il funzionamento dei telefonini e dei computer.

 

Eppure, in qualche mente smaliziata, maggiormente avvezza ad una inquadratura fantapolitica della realtà, si sarà pur creato un collegamento possibile tra l’emissione continuativa di fumi oppiacei della pro­paganda e le verità che, mediante questi, si vogliono tenere coperte; gli espedienti piú noti e generaliz­zati come l’inquinamento dell’aria, gli sbalzi del clima e la circolazione programmata di virus epidemi­ci piú o meno letali, rappresentano soltanto la versione demotica d’un momento di crisi nell’evoluzione umana; un momento in cui non si pensa piú; confusamente si riesce a vedere il danno, non la beffa.

 

Dal che si evince, e infatti risulta, come l’Iniziazione sia fortemente avversata dalla credenza che il persistere nel materialismo, in questa sorta di materialismo, possa fornire ancora, nonostante i molti indizi contrari e in forte evidenza, il massimo risultato col minimo sforzo; e continuando ad ignorare la possibilità insita in qualunque forma di ascesi (che in fondo è, almeno negli intenti d’esordio, un voler migliorare se stessi nei valori strutturali e non solo formali) il declino delle coscienze che ne deriverà sarà inevitabile, non migliorerà di certo la situazione in atto.

 

Credo di aver individuato tre punti di partenza, sine qua non, indispensabili per uscire dallo stallo e passare all’azione esecutiva. Mi scuso se li metto giú in un modo perentorio; l’accentuazione vale tuttavia solo per il sottoscritto, nei momenti complicati m’ingegno come posso, anche con qualche boccata di fantasia epica (in fondo, a Tolkien gli è andata bene).

 

 

  1. rendersi conto che, tra tutte le possibili scelte effettuabili, quella di individuare, mediante coscienza approfondita e scrupolosa valutazione delle esperienze di vita, la strada che ricongiunga lo spirituale vivente nell’uomo, con lo spirituale che vive nell’universo, prevale nettamente su ogni altra (per la cronaca, questa indicazione è la prima in assoluto delle Massime del Dottore);

 

  1. rendersi conto della “qualità” della nostra disponibilità: nel senso che essa può venir perseguita anche per fini egoici, personali, o per una sorta di esibizionismo mistico, che nulla hanno a che ve­dere con l’ascesi, né con l’evoluzione spirituale; la quale o è vivificata e sorretta da una volontà tesa a trasmutare l’intero nostro essere, oppure è soltanto un’auto-recita. A volte, magari in buona fede;

 

  1. rendersi conto, in particolare sul secondo punto, che una siffatta auto-recita non ha per intento primario quello di sentirsi e mostrarsi dotti, elevati e d’animo nobile. Lo scopo è poterci depistare in modo subdolo dal nostro proposito di miglioramento, conducendoci su una pista di simil-ascesi, che pertanto sarà tutto fuorché ascesi.

 

L’insieme di queste riflessioni può sospingerci verso l’idea che seguire la Scienza dello Spirito del dottor Rudolf Steiner implichi una scelta eccessivamente sbilanciata; come dire, una spinta nel “vuoto”, nell’ignoto, troppo astratta e immaginifica, per sopperire adeguatamente alle esigenze dell’uomo d’oggi. Ma se ci si confronta in modo schietto e spassionato con i tre punti sopra descritti, si noterà che una tale decisione non rientra nella nostra inveterata velleità di costruirci un figurino plausibile da esibire al mondo, mentre invece la considerazione di ripiego ne è parte integrante, rivela la frustrazione nascosta che serpeggia nelle anime. Nel caso dell’Antroposofia, sono certo che il senso della decisione si matura ben oltre lo specchio fatato delle rappresentazioni.

 

Lo affermo in quanto, nonostante controlli e verifiche, non ho trovato in quest’ultima convinzione un connotato invalidante da attribuire alla mia personalità. Naturalmente posso ingannarmi; sarebbe tuttavia l’unica volta in cui provo piacere a farlo.

 

Si deve comprendere da subito che qualunque atteggiamento, sdoganato dalla sfera dell’utilitarismo soggettivo, è da scartare fin dal primo istante, oppure la nostra scelta di progredire nella vita interiore, s’inficia già di primo acchito. Lo stesso è lecito pensare là dove la volontà intrapresa riguardi una specie di evasione dal contesto in cui ci sentiamo costretti, e allora, nel tentativo di affrancarci dalle difficoltà opprimenti, ci troviamo disponibili ad abbracciare una ideologia, o una fede, o una speranza, che – riteniamo – possa giovare al superamento dell’impasse. Il che è umanamente comprensibile, ma non accettabile sul piano della presenza inte­riore e quindi della crescita spirituale.

 

In altre parole, le motivazioni suggerite da ra­gioni di comodo come da pulsioni prive di con­trollo, non verificate secondo coscienza, sono de­stinate a non reggere nel tempo.

 

Il claudicante

 

Nulla vieta tuttavia che pure da queste possa derivare un giorno un indirizzo e un futuro svi­luppo proficuo, ma equivarrebbe ad inoltrarsi in una disciplina sportiva solo per correggere un di­fetto fisico, o ai fini di ottenere un aumento nel livello di fiducia in se stessi. Il che, in seguito, potrebbe anche risultare determinante per com­piere un passo decisivo, ma in entrambi i casi sarà necessario riconoscere, prima o dopo, la “povertà” della nostra contro-offerta in cambio di un qualche cosa che il destino ci ha voluto elargire affinché imparassimo a riscattarla con uno slancio di generosità consapevole di quel che si vuol fare, e non col contagocce del dare-avere.

 

È evidente quindi che la coscienza ordinaria legata ad una conoscenza del mondo esclusivamente materialistica, nella quale l’imperativo egoico è divenuto parte predominante, sia destinata a compiere scelte che dipenderanno quasi sempre dall’elemento contingente in cui sorgono e nel quale sono state concepite.

 

Ma come succede per tutto e da per tutto, anche una coscienza basica, elementare o addirittura primitiva, col tempo, è portata all’eventualità di sgrezzarsi, ravvedersi e trasformarsi, a suon di colpi di destino, non sempre facili da digerire, in un particolare “altro da sé” che è l’autocoscienza. È una possibilità rilevante davanti alla quale l’unica alternativa si riduce a vivere una vita pedestre sempre in bilico tra dubbi, tentazioni, ansie e fobie.

 

La differenza tra le due strade è macroscopica, ma c’è ancora un’ulteriore distinzione, piú semplice, che la stigmatizza da un osservatorio migliore: la coscienza ordinaria non ha capacità di autocritica, non accetta l’idea di mettersi in gioco, di esporsi allo sguardo degli altri. Lo teme, lo rifugge, mentre l’autocoscienza è la proiezione che la rende capace di vedersi con lucida obiettività nei risvolti della vicenda umana. Non perché libera da timori e pregiudizi, coi quali bisogna fare i conti, ma capace tuttavia di accoglierli e comprenderli alla luce di una conoscenza superiore. La prima è pertanto una recitazione inconsapevole e sincera, ma del tutto subordinata alla necessità esistenziale, la seconda è la regia attenta e ispirata capace di ricavare dal succedersi degli avvenimenti il senso e la portata del nostro incontrarli e ricondurli ogni volta alla trama dalla quale si esplicano.

 

L’autocoscienza è pertanto virtú di correzione continua; il recupero della direzione perduta mediante il confronto con il tumulto del mondo; la facoltà di voler perdonare agli altri ciò che dobbiamo per­donare prima di tutto a noi stessi.

 

La sua controparte imperfetta, o coscienza comune, è l’allieva immatura, costretta in molti modi nei lunghi tempi dell’addestramento, a soffrire e a dibattersi nell’intrigo di compiti da lei supposti come non desiderati né richiesti. Che invece sono la medicina necessaria alla trasformazione.

 

Scolaro sogna l'Università

 

Dall’autocoscienza nasce, quale spontaneo proces­so di sviluppo, la presenza interiore: non come sen­sazione appagante di fantasie alate, ma da una salda, convincente inquadratura dei propri reparti psichici e fisici; equilibrio, armonia e auto-control­lo, forze essenziali per la formazione strutturante l’umano il quale abbia deciso di seguire la Via. In realtà tale ricerca ha operato fin dal principio, quan­do la decisione era ancora in fieri, e la coscienza era impegnata a compiere i primi necessari passi per il suo esordio in un mondo, di cui l’apparire, era sol­tanto una riproduzione a colori su scala sensibile. Allora non lo sapeva; né poteva saperlo; per lo sco­laretto delle elementari è difficile immaginare come sarà e come si sentirà quando frequenterà le scuole superiori, oppure l’università. Bisogna dar tempo al tempo, se non glielo diamo, se lo prende lui. Ne ha la facoltà.

 

Precedentemente abbiamo parlato di conoscenza spirituale e presenza interiore; ora possiamo riprendere questi due termini, possiamo ricongiungerli e riferirli ad un binomio indissolubile, un bi­nomio dinamico in cui le forze dell’uno alimentano quelle dell’altro e viceversa: una specie di simbiosi mutualistica nata nel metafisico e che vuole attuarsi nel fisico, per valere come possibilità di dare un senso, unitario e perciò compiuto, ai percorsi dell’anima umana, sia terreni che ultraterreni.

 

Una nuova e ulteriore teoria della nascita dell’Universo, oltre il Big Bang. Dalla for-ma dell’immagine, si direbbe molto simile al¬l’uovo che, secondo gli scienziati, evi-dentemente, è nato prima della gallina…

Una nuova e ulteriore teoria della nascita dell’Universo, oltre il Big Bang. Dalla for-ma dell’immagine, si direbbe molto simile all’uovo che, secondo gli scienziati, evi-dentemente, è nato prima della gallina…

 

Anni or sono, quando frequentavo le aule della locale Università della Terza Età, ho conosciuto un insegnante di fisica teorica che teneva un corso di lezioni sulla biogenesi. L’aveva intitolato “Come e quando è nato l’Universo?”. Un giorno, durante una delle sue conferenze, alzai la mano e spon­taneamente, senza aver soppesato le parole, chiesi: «Come mai nel suo titolo manca il Perché?». Non rimase in imbarazzo, ma al momento non dette una risposta plausibile.

 

Oggi non frequento piú quei corsi; in compenso sono diventato amico del professore; ci vediamo di tanto in tanto compatibilmente con gli impegni e i problemi dell’età. Spesso e volentieri riprendiamo il discorso lasciato in sospeso: già, perché è nato l’universo?

 

Lui si trincera dietro al fatto che la fisica si occupa dei “come e quando” e non dei “perché”, quelli li lascia ai filosofi. Può essere, eppure nello scrivere questo articolo, comincio a intravvedere una possibilità di cui finora non avevo tenuto conto. Una possibilità tendente a congiungere gli scopi della scienza con quelli della filosofia. Non so se sia una chiave o una serratura, ma so che sicuramente dove c’è l’una, da qualche parte, ci dev’essere pure l’altra.

 

Nascita dell’Universo secondo il Creazionismo

Nascita dell’Universo secondo il Creazionismo

 

Il cosmo, o universo, è una fonte di energia che vuole il propagarsi della vita attraverso un’infinità di forme; è la garanzia della sua continuità. Pari­menti, nel mondo umano, la conoscenza spirituale è una fonte di energia che richiama la presenza inte­riore nell’uomo, a salvaguardia della sua evolu­zione. L’una si alimenta dell’altra.

 

La presenza interiore si accresce nella misura in cui l’anima s’illumina di conoscenza spirituale. Quando accade, essa è libera dalla brama di volersi nella corporeità, come dall’ossessione di dover per­derla, scolpita nella paura di morire.

 

L’inesorabilità dei limiti spazio-temporali si estin­gue. La loro realtà stava tutta nel presupposto che, per lungo tempo, li aveva mantenuti credibili.

 

Per cui la vita continua, nel bene come nel male, nella luce come nelle tenebre, nella gioia come nel dolore. In Cielo come in Terra.

 

 

Angelo Lombroni