Una "nota" insostituibile

Scienza dello Spirito

Una "nota" insostituibile

Attraversare la Soglia

 

In una conferenza a Kassel del 18/2/1916 (in: Il legame fra i vivi e i morti, Ed. Antroposofica O.O. N° 168) Rudolf Steiner affronta il tema della morte secondo una visione alquanto di­stante dalla concezione umana: «Quando qui l’uomo ha attra­versato le porte della morte, il suo corpo fisico viene consegnato agli elementi terrestri. Questo distaccarsi del corpo fisico è un evento di straordinaria importanza, per quanto riguarda la vita tra la morte e una nuova nascita… Questa è un’esperienza enor­memente significativa!».

 

L’abbandono del corpo fisico, che ordinariamente viene vissu­to come un evento tragico fine a se stesso, senza piú alcun rap­porto con il viaggio ultramondano del defunto, si rivela invece decisivo per la nuova esistenza: «Cosí come noi non sperimen­tiamo la nascita fisica e non ne abbiamo ricordo… per la vita tra la morte e una nuova nascita vale il contrario. Infatti il momento, l’attimo dell’essere morti (e non dico ‘del morire’), resta come qualcosa a cui l’uomo può sempre guardare nel corso di tutta la vita tra la morte e una nuova nascita».

 

Rivelazione davvero occulta: l’attimo in cui il defunto realizza di essere tale, si conserva come un prezioso punto di riferimento sempre disponibile: «Che la morte abbia qualcosa di spaventoso per l’uomo terrestre è in parte comprensibile: essa rappresenta infatti la dissoluzione dell’uomo terrestre fisico. Quando invece l’uomo tra la morte e la nuova nascita guarda indietro all’essere morto, succede esattamente il contrario, perché questo fatto rappresenta sempre per lui la vittoria dello spirito sul corpo: quindi la morte rappresenta la cosa piú bella, piú grande, piú magnifica, piú elevata, che in fondo si possa sperimentare».

 

Come non essere commossi da quanto precede: l’evento da tutti piú temuto si rivela la piú sublime esperienza concessaci. E non è tutto: ad essa si correla una finalità di decisiva importanza: «Poiché per tutta la sua vita spirituale tra la morte e una nuova nascita l’uomo può guardare all’essere morto, questo rivolgere lo sguardo verso l’essere morto è ciò che ci conferisce la coscienza dopo la morte (c.d.r.)».

 

A questo punto non appare azzardato affermare che dobbiamo la coscienza al corpo fisico in entrambe le forme di esistenza: qui perché ne abbiamo la disponibilità, nell’Aldilà perché possiamo contemplarne la perdita in ogni momento: «Ogni qual volta dopo la morte guardiamo all’essere morti …allora la coscienza si accende ancora e sempre di nuovo dopo la morte. Ciò dipende del tutto dalla continua contemplazione di questo momento». Come qui talvolta, nel dubbio di non essere com­pletamente presenti di fronte ad un evento che si presenta come inverosimile, sentiamo istintiva­mente la necessità di raccoglierci in noi stessi, nell’Aldilà ogniqualvolta la nostra presenza cosciente sembra affievolirsi, ci è sempre concesso rinvigorirla tornando a contemplare l’inizio della nostra condizione di defunti.

 

E nonostante la grandiosità di quanto rivelato, il Dottore ci avvisa che: «A ciò è collegato ancora qualcos’altro». Un’esperienza non semplice da descrivere: «Se nel continuare a vivere dopo la morte guardiamo al nostro essere morti, abbiamo soprattutto l’impressione (che riguarda il sentimento e la rappresentazione) che lí, dove siamo morti, ormai, una volta morti, non ci sia nulla, neppure spazio».

 

Una descrizione che indubbiamente infonde un certo sgomento. Ma ancora una volta la realtà è completamente diversa: «E parlando in senso esteriore: splendida, elevata appare la cosa per il fatto che dappertutto sorge per noi un nuovo mondo. Il fluttuante mondo spirituale si fa appresso da tutti i lati, ma non c’è nulla da [quello in] cui noi siamo morti (n.d.r.)».

 

Rudolf Steiner a questo punto avverte la necessità di rassicurarci: «Descritta in modo cosí teorico la cosa appare forse terribile, ma nella sensazione del dopo-morte non c’è nulla di terribile».

 

Dobbiamo onestamente confessare che una cera serenità si fa strada in noi solo grazie alla totale fiducia nel Dottore, che puntualmente ci premia disvelandoci il retroscena occulto delle Sue parole: «Dalla sensazione del dopo-morte scaturisce nell’anima una profonda soddisfazione: si impara ad espandersi nel mondo intero e a guardare a qualcosa che è presente come un vuoto».

 

Siamo effettivamente rasserenati, ma ancora non del tutto. Quanto segue ci toglie ogni residua ansia: «E da qui sorge la sensazione: questo è il tuo posto nel mondo, il posto che origina da tutte le ampiezze e che è tuo».

 

Dal vuoto apparentemente incolmabile emerge dunque un nostro personale posizionamento addirittura nei confronti di tutto l’esistente: «E, proprio a partire da questo vuoto, si riceve la sensazione di avere un significato per tutto il mondo».

 

Armonia celestiale

 

I continui dubbi terreni sul significato dell’esistenza in generale, e della nostra in particolare, vengono qui dissolti come neve al sole non solo dalla certezza che ogni vita ha la sua ragion d’essere, ma anche dalla percezione: «che ogni singola esistenza umana debba esserci (inizialmente si rice­ve questa spiegazione per se stessi). …Questo posto sareb­be sempre vuoto se io non ci fossi: cosí ogni anima dice a se stessa».

 

Appare ennesima espressione della saggia direzione del mondo, la circostanza che l’esperienza sia conseguibile solo dopo la morte; durante la vita terrena porterebbe di certo a livelli astronomici la già eccessiva egoità umana.

 

L’Armonia delle Sfere pitagorica risuona nelle parole con le quali il Dottore sintetizza l’esperienza: «Il fatto che ognuno, che ogni uomo abbia un posto riservato nell’uni­verso …che è una sensazione che riscalda incredibilmente a livello interiore …si origina da questa osservazione: che tutto il mondo …ha emesso, come a partire da una sinfonia, una singola nota che siamo noi, e che deve esserci perché altrimenti il mondo non ci sarebbe».

 

 

Francesco Leonetti