Il noce di Benevento

Botanima

Il noce di Benevento

 

Prima di scrivere del Noce di Benevento e della fama sinistra che ingiustamente gli è stata attribuita, andremo in Valnerina, in Umbria, per raccogliere la testimonianza diretta dei suoi abitanti di un tempo e di come si esprimevano rispetto a quest’albero che per secoli e millenni ha accompagnato la storia dell’uomo.

 

Il Noce (Juglans regia), un albero proveniente dalle regioni temperate dell’Asia centro-occidentale, in tutta quella valle, e non solo, era stimato per quel che riguarda il pregiato legno e i frutti, elemento essenziale nell’alimentazione delle classi povere.

 

Noce

 

Allo stesso tempo si aveva del Noce una percezione negativa, si credeva che addormentarsi all’ombra di un Noce ci si sarebbe poi risvegliati col mal di testa, anche gli animali ne avrebbero sofferto. Già Plinio il Vecchio asseriva che: «Si è d’accordo nel far derivare il nome greco del noce, kàryon, dal male di testa prodotto dall’intensità dell’odore» (Nat. Hist. 15,87).

 

Un vecchio proverbio della Valnerina recita:

 

 

Sàrvate dall’ombra de la noce,

dall’omo che fa dú voce,

da la femmina che fa gnè gnè

libbera nos dominè.

 

 

Ossia, le cose che bisogna sempre temere sono: l’ombra del Noce; l’uomo dalla doppia parola e la donna che piagnu­cola nell’intento di raggiungere il suo scopo, da tutto questo… libera nos Domine.

 

Noce di Benevento con diavoli e streghe

Noce di Benevento con diavoli e streghe

 

Pure la Valnerina sembra quindi che abbia mutuato la triste fama del Noce dal piú celebrato Noce di Benevento, sorta di axis mundi in senso infero attorno al quale si svolgevano, cosí si diceva, i notturni sabba delle streghe.

 

Nell’universo notturno delle streghe vi sono dei luoghi specialmente prediletti per i loro incontri. Tra di essi al­cuni alberi annosi, Noci o querce, non scelti a caso dalla tradizione popolare.

 

Esiste infatti un’antica relazione tra l’albero del Noce e Diana; quando, con la decadenza della religione romana, Diana diventa la Signora delle notturne congreghe di donne apparentemente dedite al male, il Noce passa cosí ad essere l’albero prediletto dalle streghe.

 

Qui accenneremo al mito di Caria. Racconta il mito greco che Caria, la bella figlia di un re della Laconia, amata da Dioniso, morí prematuramente e fu trasformata dal dio, impietositosi della sua sorte, in un albero di Noce che produceva frutti abbondanti.

 

Attraverso vari passaggi, in questa storia, sembra che Diana, l’Artemide dei greci, sorella di Apollo, abbia per cosí dire preso in carico la sorte di Caria, da qui le Cariatidi, esseri femminili che venivano scolpiti in legno di Noce.

 

Quando ormai però Diana era associata a culti inferi, nelle colonie greche dell’Italia meridionale il Noce di Benevento divenne il luogo in cui la notte di San Giovanni le streghe si davano convegno sotto la guida della dea.

 

Con l’avvento del cristianesimo l’antico Noce era divenuto una vera ossessione dei buoni prelati, e se prima sotto i suoi rami si riuniva il volgo ignorante a mormorare incantesimi e pasticciare fatture, dopo l’arrivo dei Longobardi dal Nord, adoratori di Odino, le cose cambiarono.

 

Quel popolo fiero, “dalla lunga barba”, considerava sacro quell’albero, e sotto di esso si strin­gevano patti, si facevano voti, fedeli alla parola data, come del resto per loro sacra era ogni mani­festazione della Natura, mentre per un cristianesimo ormai degenerato la Natura era vista con so­spetto e spesso palesemente condannata; tutto ciò che di essa gli antichi reputavano sacro era colpa e peccato. Da qui alla caccia alle streghe e ai roghi non passò molto tempo, ma l’albero, sotto la tutela dei Longobardi, non doveva temere, il clero locale non si voleva inimicare i forti uomini biondi dalla barba fluente.

 

L’occasione propizia però si verificò quando Costante II, Imperatore di Bisanzio, si presentò sotto le mura di Benevento alla testa di un esercito troppo potente anche per i valorosi guerrieri germanici, che si batterono fino all’ultimo e la cui aspirazione suprema era morire con la spada in pugno per raggiungere Valholl, il Walhalla dei loro dei, e per chi di loro era convertito al cristianesimo, nel Paradiso dei guerrieri, sul quale si estendevano le ali possenti dell’Arcangelo Michele, divinità guer­riera che molto deve la sua diffusione in Italia ai popoli Longobardi.

 

L'abbattimento del Noce di Benevento

L’abbattimento del Noce di Benevento

 

Dopo questi fatti la sorte del Noce era ormai decisa, e con indicibile sollievo del vescovo di Benevento l’albero fu tagliato alla radice procla­mando che se ne perdessero per sempre le tracce.

 

L’esultanza del clero locale, tuttavia, non durò molto perché, nello stesso luogo, da una radice scampata forse volutamente dai fendenti, spuntò un altro pollone. Il secondo Noce crebbe e godette di buona salute fino a quando, quasi millenario, si seccò. Intorno ad esso venne intessuta dal volgo campano la tradizione delle “Janare” e dei loro sabba, celebrati sotto l’albero. Janare erano det­te in dialetto locale le streghe, “Dianare”, seguaci di Diana, appunto.

 

Tornando alla Valnerina, altri Noci sono entrati nella tradizione orale: poco fuori Collegiacone, a un incrocio di strade, un vecchio Noce la notte emetteva urli, fischi e strilli, e solo facendo celebrare una messa le cose finirono. Ad Avendita, sul confine con Fogliano, si diceva che le streghe si riunissero sotto un albero di Noce lí presente. Anche a Rocchetta di Spoleto, nei pressi del cimitero, da un Noce si diceva che frotte di gatti vi salissero e scendessero urlando, cosí a Cortigno, nel Nursino, appena fuori il paese c’era un vecchio Noce sul quale si diceva che si riunissero nottetempo le streghe. Il fatto che molti di questi alberi siano situati non dentro i borghi ma fuori di essi, non è casuale. Lo spazio abitato è spazio consacrato, posto sotto la tutela del Santo protettore; le influenze nefaste, nonostante ciò, possono introdurvisi, ma si tratta pur sempre di presenze che non vi dimorano in modo abituale.

 

Le storie del Noce non sono solo legate al mondo delle streghe, è albero sacro a Giove, tanto da derivarne il nome, Juglans regia, la “ghianda di Giove”. I suoi frutti erano usati negli sponsali romani per benedire la sposa e far sí che fosse feconda di prole. L’uso di gettare noci sugli sposi si è protratto in alcuni luoghi fino al secolo scorso, vi è un detto nella mia bergamasca che recita: «Pa’ e nus maià de spus, nus e pa’ maià de ca’», che tradotto vorrebbe dire che pane e noci è mangiar da sposi, ma noci e pane è mangiar da cani… Il che per fare intendere che per secoli le noci con un tozzo di pane sono stati il cibo della povera gente e che già era una festa l’averne, ma pur sempre un cibo povero, da cani.

 

Dono dei Saturnali, nell’antica Roma, le Noci proseguono l’antica usanza sabino-romana dei doni augurali offerti in occasione del Solstizio d’Inverno: le Strenae, di cui due elementi, le noci e il miele, formavano parte dei doni tradizionali.

 

Noce

 

Tutte le parti di quest’albero sono raccomandate per qualche caratteristica proprietà medicamentosa: il succo fresco della radice possiede virtú diuretica e purgativa, la corteccia interna ha virtú emetica; le foglie sono emmenagoghe, febbrifughe e vermifughe, ed il decotto fu a lungo adoperato ad uso esterno quale rimedio sti­molante e risolvente delle ulcere e delle piaghe; il mallo, conte­nente acido gallico, calcio, magnesio e vitamina C, è tonico, stimo­lante, antielmintico e sudorifero; con il frutto si preparano emul­sioni ad azione simile a quella del mandorlo; e infine l’olio che si estrae dalle noci è utile nelle coliche, nelle affezioni verminose e in passato fu considerato specifico contro la tenia. Le foglie, raccolte in maggio e giugno, contengono acido gallico, juglandina e sostan­ze tanniche, che ne fanno un rimedio di particolare efficacia come astringente, depurativo, antiscorbutico e antiartritico.

 

Del Noce e delle sue virtú in campo terapeutico già ne parlavano Dioscoride e Plinio. Il frutto, insieme a cipolle e miele, neutralizzava i veleni e il guscio tritato serviva alla ricrescita dei capelli e a combattere l’alopecia, ancor oggi si fa uso del Noce nella cura dei capelli, il mallo poi era considerato un buon rimedio contro la dissenteria. Era simile poi, visivamente, al cervello umano, da qui la cre­denza che fosse valido per curare malattie cerebrali.

 

Un accenno anche al Nocino in cui vengono a far parte noci verdi, raccolte il giorno di San Giovanni, alcool a 60°, acqua a cui va aggiunta corteccia di cannella, petali di rose, semi di finocchio e qualche chiodo di garofano, il tutto in un recipiente chiuso esposto al sole.

 

Anche in cucina si fa uso di noci, cibo nutriente e calorico oltre che salutare, e sono alla base di ottime salse, una per tutte quella con la borragine macinata insieme alle noci.

 

Terminiamo questo percorso sulla storia del Noce con alcune indicazioni tratte da Le Piante Medicinali, Volume II di Wilhelm Pelikan, dove di quest’albero egli cosí scrive: «Albero vigoroso, il Noce afferma la sua nobile statura nell’aria e nella luce, aspirando il chiarore e il calore con tale inten­sità che le altre piante mal sopportano la sua vicinanza, le foglie non tollerano insetti, bruchi, mosche e farfalle, albero rustico, il legno del tronco secolare è denso, pesante, duro, la corteccia liscia e chiara. Nei suoi frutti è condensato in sostanza oleosa il calore cosmico, mentre le giovani foglie forniscono una tisana aspra ma profumata, dal sapore gradevole che serve nella cura di diverse affezioni. La sfera astrale, di cui l’atmosfera è il supporto, si imprime nel Noce sotto forma di tannini che interessano ogni parte dell’albero, va ribadito che la funzione dei tannini è legata al risveglio delle attività astrali nella vita vegetale ed estratti di questa pianta, usati con sapienza, hanno influenze positive ed equilibratrici anche sull’astrale umano».

 

 

Davirita

 


 

Video di Davide Testa sul Noce al link: https://youtu.be/KLg7lDRDnCo?si=KQ44loVR7Jbhqug1