
Cripto-iero-grafia: questo termine mi aveva sempre affascinato. Davanti ad esso restavo un po’ basito come un archeologo di fronte ad una tomba sconosciuta appena riaffiorata alla luce. All’inizio ho stentato a comprendere il senso della parola, ma in seguito, avendo svolto illo tempore gli studi classici con discreto impegno, qualcosa di greco antico m’era rimasta in testa e riesco a macinarla ancor oggi in età avanzata. Quel tanto almeno per ricordare che “cripto” voleva dire nascosto, “iero” significava sacro e “grafia” stava per scrittura. Ma dopo aver compiuto questa elementare ricostruzione, potevo affermare in tutta tranquillità di aver colto nella parola cripto-iero-grafia il concetto corrispondente?
Cosa s’intende al giorno d’oggi per scrittura sacra e per di piú nascosta? Fino a “scrittura sacra” ci si può arrivare con l’esperienza del sapere comune: tutti ci siamo imbattuti piú di una volta in quei testi chiamati “sacre scritture”, o “scritture sacre”, e quindi il binomio non ci è estraneo.
Ma il “cripto” dove lo mettiamo? Questo aggettivo complica un po’ tutto; non riesco ad immaginare che nei libri sacri (mi riferisco ai libri di una qualunque religione esistita o esistente) possano esserci inserite parole o frasi aventi funzioni d’indovinello, o peggio, d interpretazioni da estrarre con l’abilità dialettica di un risolutore di giochi enigmistici.
Alcuni provetti studiosi di paleontologia rivelano che i testi sacri non erano accessibili a chiunque; soltanto allievi promettenti e ben preparati potevano accostarli, secondo il grado di maturazione raggiunto sotto la guida di valenti maestri, onde potervi rinvenire dei contenuti che stavano al di là di quanto deriva da un’accurata lettura.
Nell’epoca attuale, una simile eventualità non attira piú l’interesse del grosso pubblico; solleva forse ancora qualche curiosità in pochi avventurosi, emulatori di Indiana Jones, o, tutt’al piú, ridesta le emozioni sopite di qualche mitòfilo smarritosi nelle nebbie di Avalon.
La lettura di un testo serve oggi a riempirci di comunicati, notizie, informazioni che indipendentemente dalla loro veridicità, devono essere stringati, sbrigativi, solleticanti gli interessi dell’esistenza materiale. Possono venir spacciati per avvisi, cronache, suggerimenti o consigli, ma in realtà agiscono come piccole insinuanti provocazioni tese a farci credere o acquistare le cose piú disparate e spesso inutili, e quindi ad agire secondo i dettami imperanti della moda e della vanità, piú o meno edulcorati.
Perciò è comprensibile come la lettura di una preghiera, di una meditazione o di un testo religioso sia oramai divenuta del tutto estranea, irragionevole, se non inconcepibile, per anime a lungo esposte alla corruzione e allo stillicidio del gioco delle brame; anime avvoltolate in moderne tuniche di Nesso, confezionate da persuasori prezzolati, neppure tanto occulti, alle volte agenti in stato confusionale d’ inconsapevoli collaboratori. Per compiere davvero il bene, di solito necessita un coraggio particolare: per compiere il male basta invece anche un piccolo impercettibile cedimento, a cui non si bada, come per una momentanea tendinite o una fitta passeggera nella regione cardiaca. Segnali questi sui quali un giorno il medico potrà dirci quanto sarebbe stato utile indagare fin dal loro manifestarsi.
Non voglio moraleggiare; appartengo a quella numerosa schiera di individui che affermano d’essere in grado di resistere a tutto tranne che alle tentazioni, per cui… Pur trattandosi di un’ammissione irriverente, la battuta ha una sua sostanza di fondo: quella di essersi resi conto di quanto sia fragile l’umano, e quanto sia necessario vigilare affinché tale fragilità non compia eccessivi disastri.
Si dice che chi conosce il proprio male è già sulla via della guarigione; non me la sento di garantire in merito, ma sono convinto che ogni forma di conoscenza, se approfondita e perseguita con impegno, è liberatoria; di contro ad essa il cosí detto “male” tende, sia pur lentamente, a frantumarsi e diminuire d’intensità.
Oppure, in seconda ipotesi, nel processo di maturazione individuale, le forze della sopportazione si sviluppano al punto che il fatto negativo regredisce nella misura in cui esse cominciano a sostenerne il peso, creduto dapprima insostenibile.
Ho deciso pertanto di scrivere questi appunti allo scopo di raccontare un’ esperienza riguardante la lettura di un testo di contenuto spirituale. Non dirò il titolo del testo, né il nome dell’autore; non perché voglio tenerli nascosti (per molti sarà facile individuarli) ma per il fatto molto piú elementare, che a godere della luce e del calore del sole, non v’è obbligo alcuno di sapere preventivamente il numero, la grandezza e la composizione della sostanza stellare. Dopodiché se qualcuno, per amore e gratitudine nei confronti del firmamento, vuol compiere gli studi specifici d’astrofisica o quant’altro, ben venga.
L’importante è che questo “voler sapere” non scaturisca da una forma di bramosía, la quale ovviamente andrebbe a precludere il retto approccio con l’oggetto studiato. La conoscenza infatti nasce da un’offerta d’amore di cui l’anima umana si rende capace allorquando, affrancata da contingenze ostacolative, si rivolge a ciò che sente appartenere alla fonte del suo eterno Principio. Diversamente, il processo sarebbe comunque realizzabile, ma credo che l’eventualità possa venir considerata quale perla rara.
Leggere e meditare il testo che si è voluto scegliere come la quintessenza su cui basare l’ulteriore apprendistato spirituale, può suggerire, ad un certo momento del percorso formativo, qualcosa di “diverso”. Non intendo dire diverso nel senso di altro, ma diverso in quanto sviluppo e prosecuzione e metamorfosi dello stadio precedente. Per rendere meglio l’idea, si pensi al processo seme, stelo e fiore.

«Dai la cera, togli la cera»
Parecchi anni fa rimasi affascinato, da un piccolo frammento di cinema, veduto e riveduto, in cui un allievo di arti marziali, prima ancora di iniziare gli esercizi di tecnica di combattimento, deve sottostare ad una serie di imposizioni (chiamiamole cosí; ma in realtà sono le istruzioni preparatorie impartite dal maestro, sotto forma di regole imprescindibili): con esse l’allievo è costretto a cimentarsi. Nulla di particolare in realtà, nulla di guerresco o epico, nulla di violento o espressivo di forza psichica o corporea, come ci si potrebbe aspettare da una disciplina antica basata sulla fisicità.
Il giovane protagonista della storia viene viene posto davanti ad un lavoro pesante, considerabile dalla logica corrente uno sforzo di bassa manovalanza, quasi stolido, di scarsa dignità; doppiamente duro quindi proprio perché da eseguire stolidamente come un lavoraccio, in cui non vi è nulla di elitario e molto di avvilente; si tratta di lavare, lucidare ben bene, ripassando a fondo con la cera, e poi togliendola, una serie numerosa di automobili rimessate. Una simile mole di lavoro può durare a lungo; ma questo non ha la minima importanza; o meglio, una ne ha, ed anche macroscopica: per svolgerlo, oltre al fatto che gli si dovrà dedicare almeno tre/quattro ore al giorno, possibilmente quelle del primo mattino, viene richiesto all’allievo di trovare in sé la pazienza e l’umiltà per compierlo in silenzio e di buona lena. Finché si concepisce una tal cosa come un’imposizione o comando esterno, l’attività non può avere inizio; il consenso a fare, o viene dal profondo di sé, oppure è inutile se non dannoso.

Si comincia a sperimentare che la pazienza e l’umiltà sono i primi sintomi di una forza interiore che sta crescendo; per completarsi, essa abbisogna delle virtú citate, come un germoglio di pianta necessita di luce e d’acqua.
Detto ciò, come seconda portata, si può passare ad un altro compito, parimenti faticoso, parimenti “ingrato”; si devono lavare, una ad una, le mattonelle o i lastroni che pavimentano un’area molto estesa, come un viale periferico, o l’interno di una chiesa o di una fabbrica abbandonata, nei momenti in cui c’è la possibilità di farlo senza interferenze esterne. Pertanto sempre in ore antelucane.
Non voglio dilungarmi nella descrizione degli esempi: penso che quanto riportato sia sufficiente a far capire che l’insegnamento del Maestro, in un primo tempo, serve a ricondurre l’iniziando ad una condizione interiore in cui l’ego viene costretto a digerire quella che sente essere un’umiliazione, un affronto; a lavorare senza “se” e senza “ma”: ad imparare a trattenere rabbia, delusione e sconforto: a cimentarsi contro quell’odioso senso di frustrazione, che regolarmente accompagna gli eventi quando non abbiamo la forza d’incontrarli, e che invece spesso tentiamo furbescamente di aggirare.
Infatti è proprio per questo che s’incontrano: per scardinare la naturale coriacea resistenza dell’ego e renderci conto di quanto siamo incapaci di aprirci e accogliere il senso degli accadimenti nei percorsi della nostra esistenza. Fino a quando questa verità non a rischiarerà le coscienze, l’alba è ancora a venire.
Naturalmente nella trasposizione cinematografica molto viene amplificato; si esagera, con toni enfatici, teatrali, onde rendere maggiormente vivace a allettante la trama: l’intento comunque ha funzionato bene, perché, quando in un discorso tra amici si rievoca quel film, tutti ricordano lo slogan (che anticamente fu un mantra, ma il gusto corrente predilige la versione western) racchiuso nelle parole: «Dai la cera, togli la cera. Dai la cera, togli la cera. Dai la cera, togli la cera» ripetuto per tre volte: una formula magica da non dimenticare mai, se non vuoi perderti nel vortice delle sensazioni e dei giudizi che l’anima, non addestrata, produce senza sosta (https://www.youtube.com/watch?v=YQhMONrPoY8).
Si pone dunque un problema interessante da risolvere in sé e di per sé: quale metodo adottare per raggiungere la forza, l’equilibrio e l’armonia che evidentemente non si possiede? Domanda che può venir pronunciata soltanto da quanti sono in grado di riconoscere e di ammettere la propria lacuna e con essa la discrasia, se non l’avversione, per qualunque ipotetico correttivo.
Devo andare a pulire automobili? Devo spaccarmi la schiena per lavare pavimentazioni? Devo alzarmi ad ore impossibili, cambiare i miei ritmi di vita e faticare come un prigioniero in un campo di lavoro?
Assolutamente no; basterà molto meno. Ma questo “meno” dovrà venir svolto come fosse “tutto”. La strada c’è; il percorso è segnato; il Maestro, evocato, si presenterà; condurrà le danze; necessita fidarsi e seguire passo dopo passo i Suoi suggerimenti; tenuto conto che non saranno mai parole o discorsi ai quali siamo abituati. No, qui ogni logica discorsiva è cessata; deve tacere, non per costrizione altrui, non per ordinanza di terzi; bensí perché l’abbiamo voluta, cercata, scelta, preferita su ogni altra soluzione. In questa spinta interiore, sorge il Maestro; secondo l’antica regola che insegna ancora una volta: “Là dove c’è un allievo, compare il Maestro”.
Finalmente si capisce che tutte le “altre soluzioni alternative” per conseguire un reale miglioramento di sé, sono cessate: hanno finito di presentarsi alla nostra mente e al nostro cuore, perché sono solo frammenti di quest’ultimo evento; il segnale di “via libera”, che le contiene, le riassume e le gestisce, pronto a tradursi in azione, per un volere umano che ne sia convinto.
Azione che riguarda in modo diretto ed esclusivo chi sa ritrovarla all’interno del proprio pensiero come indirizzo nuovo, inusuale, fino ad oggi impensato ed impensabile, ma ora presente e percepito quale viva forza scaturente dall’intimo recesso dell’interiorità. Un’interiorità che adesso si riscopre del tutto umana: non che prima non lo fosse, ma era priva di quel particolare senso di valore, che distingue la seta dal cotone, il grano dal loglio, l’oro dal princisbecco. E che nella scala dei valori etici, da un certo livello in poi, assume il nome “dignità”.

Un primo dono del Maestro è trasformare la colonna vertebrale dell’allievo in un nerbo; la trasformazione implica che l’allievo lo voglia, lo desideri, e compia ciò che viene richiesto al conseguimento. Sappiamo tutti cosa sia la colonna vertebrale e sappiamo in molti cosa sia un nerbo; quello che ci manca di sapere è che tra i due esiste una relazione forte; dal livello percettivo si passa a quello rappresentativo e da questo poi si arriva all’intuizione in cui splende l’idea morale.
Al primo livello si afferma di avere la “schiena dritta”; al secondo, ci si compiace nel dire «Io sono una persona retta»; al terzo, quanti conoscono il soggetto in predicato, commentano di lui: «È un uomo di nerbo». Colonna vertebrale, spina dorsale e nerbo: tre gradini per salire ad un’unica verità.

Frusta di nerbo di bue
Nei tempi antichi, il Maestro poteva usare quella particolare frusta, detta il nerbo, anche per rivolgerlo contro coloro che palesemente avevano spregiato i suoi insegnamenti; ma al tempo attuale, in cui i Maestri si sono ritirati per dar spazio all’umana libertà, chi ritrova in sé il nerbo avrà modo di usarlo spesso contro ostacoli e ostacolatori, contro tutto ciò che tende ad impedirgli la realizzazione voluta, contro la quale il suo stesso ego è il primo nemico.
Quando si è ancora agli inizi di questo incredibile viaggio verso un lontano sogno che l’anima custodisce nel segreto di sé, e che si rivela come l’essenziale dell’incarnazione corporea nel terrestre, è opportuno evitare le esitazioni come le esaltazioni. I primi tratti di strada richiedono un volere qualitativamente composto, agile, quasi dolce, modulato, concedente allo sperimentatore la calma fermezza e la nitida percezione dell’obiettivo, senza per altro celargli le insidie e le tentazioni nascoste nelle pieghe del percorso.
Il “Dai la cera, togli la cera” della tradizione orientale, può qui trasformarsi persino in un lavoro (per nulla attraente e per molti di sicuro noiosissimo) di copiatura manuale del testo prescelto. Con la penna, con la carta, col computer; come si vuole, ma che sia lavoro da “amanuense”: perseverante, lento, regolare, inarrestabile; svolto con cura, con rispetto, con delicatezza, come si suol dire “col fiato sospeso”, per sottolineare il riguardo applicato all’intento; e meglio ancora, con la devozione, per tutto il tempo che occorrerà, fino al punto finale.
I fastidi e i turbamenti che possono emergere da una simile azione (per l’ego emergeranno senz’altro) devono essere messi nel conto già dal principio. Si deve offrire a questo lavoro tutta la nostra disponibilità accompagnandola – se e per quanto possibile – con la nostra benevolenza. Altrimenti non si va da nessuna parte.
Nello svolgere per molto tempo un impegno di questo tipo, si troveranno via facendo varie modalità corollarie (il quando, il come, le forme, le impostazioni richieste dalla prassi, suggerite dalla stesura ecc.); queste verranno dal compito stesso, anche se avranno la parvenza di scoperte personali.

Le parole dell’Autore, che abbiamo voluto rendere oggetto del nostro compito, vengono cosí rilette, riassaporate, ricapite, con un ritmo nuovo, che non ammette interferenze estranee, e ci porta a tu per tu con i concetti che lo Stesso Autore aveva racchiuso nei termini (sostantivi, verbi, aggettivi) e nelle frasi di cui si compongono. Vengono riesumati alla luce che comincia a rivivificarli in noi, che, accorti o meno, continuiamo imperterriti a ricopiarli.
Si giunge alla possibilità di un limpido confronto tra noi stessi e la forza del pensiero formatrice del testo, che lentamente si stampa in noi, intenti a riscriverla con precisione e puntualità; inizialmente con un senso del dovere legato alla decisione presa, ma poi con una leggerezza quasi inavvertibile; un rinnovo di fiducia e di gratitudine nei confronti dell’Autore – mi necessita dirlo senza enfasi alcuna – spassionatamente amorevoli.
Si dà pertanto una possibilità difficilmente ripetibile: far risuonare in se stessi, momento dopo momento, periodo dopo periodo, la musicalità intrinseca di quanto venne pensato e scritto, quale eco remota, o cantico nascosto tra le righe di un pentagramma invisibile, ora giunto nell’anima placandone ogni tensione.
Grazie ad un’azione orientata in questo senso e al volere che vi si dedica totalmente, distante da voci, oneri, attrazioni mondane, almeno per il tempo stabilito al lavoro, si rinvengono infinite cose che la lettura piú approfondita, e la riflessione razionale conseguente, non sanno, né possono, né potrebbero trarre.
Perché esse sfuggono ad ogni controllo di grammatica, sintassi, a tutte le verifiche d’ordine dialettico, pur essendone il motore che, impercepito, le domina.
Naturalmente quanto descritto non sostituirà mai la validità della concentrazione e/o della meditazione, che, svolte secondo l’accordo di pensare, sentire e volere, renderebbero superflui altri tentativi. Una buona attitudine alimentare, salutare e comportamentistica, sta di fatto alla base di qualsiasi disciplina; cosí, anche nella cura dell’anima, è necessario porsi nelle condizioni migliori per dare avvio all’impresa. Gli esercizi indicati dall’Antroposofia ne sono il fondamento.
Dato che questo articolo vede la luce nel numero del mese di Dicembre, auguro agli amici e lettori dell’Archetipo, uno splendido Natale. Invito tutti a non lasciarsi influenzare dalle situazioni esteriori in atto, che in mille modi si prodigano per tenerci sotto pressione; consideriamole esuberanze di un frainteso spirito di Libertà, finora mal interpretato dall’uomo, seppur sempre agognato: uno spirito indomito che oggi piú che mai si dibatte per ritrovare la sua strada in mezzo a macerie e sofferenze. Queste macerie, queste sofferenze, assieme ad altre efferatezze innominabili, non sono state prodotte dallo Spirito, né da esseri alieni, né tanto meno da un fato ostile: sono il prodotto di anime umane incolte, lasciatesi inselvatichire per mancanza di fiducia nel Disegno Divino e dalla corresponsabilità delle relative coscienze.
Dicono: «Un gran bel concetto! Peccato però che non cambi niente!».
Rispondo: «La conoscenza della vera causa è l’inizio del mutamento».
Un cordiale augurio a tutti. Specie a quanti la pensano diversamente.
Angelo Lombroni
