Anche se sento una grande attrazione per l’antroposofia, e in passato addirittura per la via mistica, mi succede di passare periodi ricorrenti di grande depressione in cui non riesco neppure a leggere i libri di Steiner. In quei periodi niente ha piú importanza per me, l’unica cosa che desidero è uscirne. E accade sempre. Le cose tornano ad avere un senso e riprendo la strada come se dimenticassi il grigio che fino a poco tempo prima vedevo tutto intorno. Però so che da un momento all’altro potrei ricadere, e spio me stesso per vedere quando può succedere di nuovo. Mi domando, come è possibile uscirne?
Saverio T.
Senza pensare di sostituirci a medici o a psicologi, possiamo suggerire di confidare nella Via che percorriamo, la quale, se seguita con vera dedizione, può aiutarci ad uscire dai momenti di depressione attraverso il lavoro interiore, attraverso gli esercizi dati da Rudolf Steiner, e che Massimo Scaligero ci ha aiutato a ben comprendere e praticare. Tutti gli esercizi sono importanti, ognuno di essi sviluppa specifiche facoltà che ci aiutano a una maggiore comprensione del nostro compito nel mondo. In particolare, tanto il primo esercizio, quello della concentrazione, quanto il secondo, quello dell’azione pura, sviluppano la volontà. E con la volontà allontaneremo le ricadute nel “grigio”, saremo noi a decidere che questo non accada piú. Acquisteremo la sicurezza che ci permetterà di non essere sopraffatti dalle tentazioni degli Ostacolatori, che cercano di farci allontanare dal cammino che abbiamo intrapreso. La tenacia nel lavoro ci aiuterà a realizzare un sano distacco da deleteri timori del futuro. Comprenderemo allora che ogni raggiungimento non è per una nostra affermazione sul piano fisico o sociale, ma per avere la possibilità di metterci a disposizione degli altri, per sviluppare quell’amore da dimostrare e da donare a chi ci è vicino, e che anche il Mondo spirituale attende da noi.
Riguardo alla “malattia del nostro tempo”, il cancro, io conosco due sostanze efficienti: la terapia del Vischio, dataci da Steiner, e l’aloe arborescens, la ricetta di Padre Zago. In realtà, abbiamo tutti il cancro. Ed è per questo che siamo spinti a fare degli esami il piú presto possibile, per la cosiddetta “prevenzione”, una trappola per le menti deboli, capace di iniziare il gioco letale della paura, che poi, insieme alle terapie ufficiali, conduce alla nostra morte precoce e dolorosa. Tramite gli esami, diventati uno sport popolare, si trovano tracce di una realtà permanente nel nostro corpo, il cosiddetto cancro, che praticamente non è nient’altro che la morte stessa. Stiamo sempre morendo, ma il nostro corpo vitale, che oggi viene chiamato banalmente sistema immunitario, è un continuo lottatore contro la morte. Quindi nel corpo ci sono continuamente cellule che si decompongono. Nella prima fase di tale decomposizione scopriamo piccolissime tracce di cadaveri cellulari, che sarebbero i famigerati virus. Non sono mai stati isolati, perché esistono al limite del materiale. Ovviamente non possono mai essere trasmettitori di malattie da uomo a uomo, perché non possono mai uscire dal corpo, essendo quasi immateriali. Per questo motivo, i virus vengono correlati al cancro da alcuni scienziati già un po’ piú avanzati. In effetti, i virus presentano del materiale estraniatosi dal nostro organismo, e quindi vanno annientati. Normalmente questo compito lo svolge un sano sistema immunitario. Se invece il nostro sistema immunitario è già danneggiato, principalmente da farmaci come gli antibiotici e il cortisone, allora questa pulizia non funziona piú, e l’immondizia cellulare si accumula nel corpo, creando infezioni e tumori. Se trovi un tumore già cosí grande da essere visibile, allora è bene toglierlo con un intervento chirurgico. Purtroppo negli ospedali normali non ti permettono di fare solo la chirurgia, devi seguire l’intero protocollo, che prevede anche la chemio. La chemio però non è che un forte antibiotico, al 90% di origine naturale, quindi prodotto di qualche pianta molto velenosa. Le multinazionali farmaceutiche vanno volentieri in Amazzonia, chiamata “la farmacia del pianeta”, e chiedono agli indigeni qual è la pianta piú pericolosa, e allora forse sentono da loro che c’è un albero con una corteccia cosí velenosa che ammazza qualsiasi animale che faccia l’errore di morderlo. Ecco come trovano la prossima generazione di chemio da darci! Ne fanno una bella essenza e ce la iniettano nel sangue. In un primo momento, siccome muoiono tutti microorganismi nel nostro corpo, inclusi quelli che servono al sistema immunitario, stiamo meglio per un breve tempo, ma poi, dopo qualche mese, arrivano le cosiddette metastasi, che sarebbero in teoria le cellule cancerogene sfuggite al veleno della chemio. In verità non esiste per niente tale fenomeno delle metastasi, è molto piú semplice: siamo completamente avvelenati, con un sistema immunitario gravemente danneggiato, e quindi il fenomeno del cancro comincia ad apparire in tutte le parti del corpo. Dopo questo, ci danno un’altra chemio, forse fatta da un piccolo fiorellino rosa, che ammazzerebbe un elefante adulto, e poi siamo finalmente morti dopo pochi giorni. Tutti sono profondamente contenti, eccetto il morto stesso, che forse avrebbe voluto vivere ancora per qualche tempo. I famigliari sono contenti perché hanno fatto il possibile per il nonno o la nonna, il dottore è contento perché nessuno lo può accusare di non avere esaurito le possibilità della scienza, le Case farmaceutiche sono contente, perché hanno venduto un prodotto che è costato 10 € per 10.000, su Facebook tutti parlano del morto come di un grande eroe che ha lottato fino all’ultimo, e lo Stato deve pagare una pensione in meno. Tutti contenti al massimo, dunque!
Alessandro S.
Come commentare una simile visione del sistema sanitario non solo italiano, ma mondiale? Forse qualche medico, o biologo, o virologo, potrebbe chiarire o contestare con la giusta competenza parole tanto accusatorie. Ma dubitiamo molto che ci sia qualcuno che lo farebbe con sincerità: né chi in questo sistema è coinvolto direttamente, traendone sicuri vantaggi, né chi approverebbe ma riceverebbe immediatamente un riscontro nefasto per la sua carriera. Possiamo quindi solo pubblicare la lettera ricevuta senza nulla aggiungere e facendo trarre ad ognuno le proprie conclusioni, a seconda del grado di destità personale.

Allegato a questo numero trovate un gentile omaggio, come dono per il prossimo Natale, da parte del nostro caro amico e redattore dell’Archetipo già da tanti anni, Mario Iannarelli, il quale ha scritto per i nostri lettori un piccolo (per brevità) ma grande (per profondità) poema in versi. Il titolo è “Vetta inarrivabile e paradosso finale: la Filosofia della Libertà”. Lo potete leggere e scaricare in pdf al link: https://www.larchetipo.com/pdf/Paradosso.pdf