Paestum-Poseidonia e il Tuffatore

Siti e miti

Paestum-Poseidonia e il Tuffatore

Vista su due templi di Paestum

Vista su due templi di Paestum

 

Paestum ci apparve come una visione in una bella mattina di sole in un autunno di tanti anni fa, come un tuffo nel passato. Un passato già visto, tanti di noi sono vissuti a quei tempi, in quella che venne chiamata la Magna Grecia, dove la visione dei sacri templi e la loro bellezza accompagnava la vita di ogni giorno, e l’uomo era in accordo con il Sacro e gli Dei.

 

Ora quei templi sono sí rovine, ma ancora in pie­di, forse svuotati dei loro Dei, rinchiusi allora nelle loro celle, ma molti ne sentono ancora la nostalgia, e forse non sono del tutto passati, hanno preso altre forme, altri aspetti, depredati dei marmi e degli ori, argenti e bronzi di cui erano ricchi.

 

Dopo il declino degli Dei e del Sacro vennero la barbarie e il saccheggio, poi il Cristianesimo dette il colpo di grazia. I templi, i luoghi tutt’intorno, gli edifici, divennero cave di pietra, come al­trove, per erigere nuovi templi e dimore, e vi sorsero chiese, abbazie e ville patrizie. Terminava cosí lo splendore di Paestum, e in secoli recenti si iniziarono scavi, ricerche, nel nome della Scienza Archeologica e pure del profitto. Si riempivano Musei e collezioni private dei magnati del mondo, scavi leciti e illeciti: leciti quando i proventi finivano allo Stato, ai Musei o ai Sovrintendenti ai lavori, illeciti quando povera gente spinta dal bisogno scavava, trovava e vendeva per pochi soldi a trafficanti privati o a collezionisti che cosí si arricchivano.

 

Vogliamo ora descrivere Paestum con un occhio all’Arte, al Sacro e alla Storia che ancora permea quei luoghi, nulla di ciò avrà a che vedere comunque con lo splendore che se ne coglieva quando millenni or sono lí passeggiavamo.

 

Paestum, o Poseidonia per i Greci, si trova in quella che veniva chiamata la Magna Grecia, la Megale Hellàs. Fu fondata da coloni greci provenienti da Sibari, la grande città achea situata sul Mar Ionio, e vi giunsero intorno al 600 a.C. Le loro gesta sono narrate da Strabone, geografo di età augustea, principale fonte sull’argomento.

 

I resti dell’Ekklesiasterion

I resti dell’Ekklesiasterion

 

Fu fondata vicino al mare, nella fertile piana che si stende sulla sinistra del fiume Sele. Fu chia­mata Poseidonia da Poseidon, fratello di Zeus, il Nettuno dei Romani, dio del mare, degli abissi, rappresentato in posa eroica col tridente in mano, terribile sí, ma anche benigno. A lui venne eretto, intorno al 480-70 a.C., l’Ekklesiasterion, edificio di forma circolare, con gradinate scavate diret­tamente nella roccia, che poteva ospitare fino a 1.700 persone.

 

La storia di Paestum, cosí la chiameremo nel prosieguo dell’articolo, si svolse come per tante città della Magna Grecia tra l’alternarsi di periodi di ascesa e declino, complici i dissidi e le guerre tra i popoli vicini, Lucani, Japygi, Etruschi, fino all’arrivo di Roma, quando la guerra tra Annibale e i Romani vide Paestum schierata sempre con questi ultimi.

 

La città già allora soffriva degli effetti della crisi generale che investí tutta la Magna Grecia; vi furono segni di ripresa nell’età augustea e nell’età flavia, quando vi furono insediate colonie di veterani delle legioni che avevano combattuto per Roma. Ma a partire dal IV sec. d.C. cominciò un lento e inesorabile declino; l’abitato si restrinse, il tempio di Cerere fu trasformato in chiesa cristiana, Paestum era sede vescovile in quel tempo, e iniziò la spoliazione degli antichi edifici per costruirne nuovi, cose già viste in tante altre aree d’Italia, dove ai culti ed usi del passato se ne sostituivano dei nuovi, e spesso non migliori dei primi.

 

Calato l’oblio su Paestum, solo nel secolo XVIII le cronache narrano del Conte Felice Gazola di Vicenza, comandante delle artiglierie del Regno di Napoli, che per primo, sembra, diffuse la notizia dell’esistenza dei templi di Paestum, attraverso una serie di disegni pubblicati a Parigi, che ne ri­svegliarono l’interesse tra gli eruditi. Sappiamo tuttavia che gli eruditi e non solo, conoscevano già da tempo il sito e i suoi templi, che venivano variamente indicati come ginnasi, esedre, portici o teatri; ricordiamo che in una lettera di Pietro Summonte a Marcantonio Michiel, datata 20 marzo 1524, il dotto umanista napoletano definisce i monumenti pestani “tre templi di ordine dorico” con un’esattezza che sarà recuperata solo moltissimo tempo dopo.

 

Va detto che comunque Paestum già dalla metà del ’700, sull’onda dell’interesse nato per Pompei ed Ercolano, entrò a far parte del circuito culturale europeo divenendo cosí meta del turismo colto.

 

Non si vuole qui entrare nel dettaglio di come nell’800 e poi nel ’900 siano stati fatti scempi del­l’area archeologica di Paestum, molto vi sarebbe da dire, e tutto documentato, cosí solo verso gli anni ’70 del secolo scorso iniziarono lavori finalizzati ad una vera logica conservativa del luogo. È del 1968 la scoperta, insieme ad altre, della Tomba del Tuffatore, nella necropoli lucana, ma va pur detto che molte sono state irrimediabilmente danneggiate e saccheggiate da scavi clandestini.

 

Tempio di Athena o Cerere

Tempio di Athena o Cerere

 

Vogliamo ora descrivere brevemente i templi e le emer­genze maggiori di Paestum, non vuol essere una guida turistica, esistono ottime pubblicazioni sull’argomento e a queste si rimanda.

 

Iniziamo col tempio di Athena, l’Athenaion, realizzato alla fine del VI sec. a.C. Noto con il nome convenzionale di tempio di Cerere, si erge su un basamento di m. 32,88 x 14,54, il peristilio di 6 x 13 colonne doriche, dalla bella sagoma slanciata, il fronte principale è rivolto ad est, come di norma in tutti i templi greci.

 

Il materiale in cui è costruito è il calcare locale e are­naria. In epoca tardo antica (VII-VIII sec. d.C.) il tempio fu trasformato in chiesa, subendo gravi mutilazioni. Solo alla fine degli anni ’40 del secolo scorso fu riportato allo stato attuale. Difficile oggi immaginare l’effetto che doveva produrre l’edificio, amplificato inoltre dal vivido cromatismo che originariamente animava gli elementi decorativi dei capitelli, le cornici, i triglifi e i cassettoni del tetto.

 

Tempio di Nettuno

Tempio di Nettuno

 

Intorno alla metà del V sec. a.C., Paestum si arric­chisce di un nuovo tempio: viene innalzata cosí, accanto al piú antico tempio di Athena, l’imponente mole del tempio di Nettuno, ancor oggi conservatosi pressoché intatto. Rimane tuttora incerta l’attribuzione del tempio al dio del mare e degli oceani. Studi recenti lo farebbero invece risalire al culto di Zeus o di Apollo. La sua mole è monumentale, misura m. 24,31 x 59,93, circondato da una peristasi di 6 x 14 colonne doriche dal profilo ancora piuttosto tozzo, ma alleggerito da un elevato numero di scanalature. Le parti alte dell’edificio sono ancor oggi quasi interamente conservate, l’interno si articola secondo una successione di tre ambienti: il pronao, la cella e l’opistodomo; del tutto singolare poi l’articolazione del­lo spazio interno, diviso in tre navate da due file di sette colonne ciascuna, disposte su due piani.

 

Tempio di Hera

Tempio di Hera

 

Passiamo ora a descrivere il terzo grande tempio, il tempio di Hera. È il piú antico dei tre grandi templi di Paestum, il nome Basilica è stato imposto dalla erudizione settecentesca, ma non ha alcun fondamento. Misura m. 26 x 55,70; sulla fronte notiamo subito un numero dispari, nove, di colonne, che è già un segnale per la cronologia del monumento in età arcaica. L’edificio è databile al 530 a.C., era dedicato alla grande madre degli Achei, a Hera.

 

Anche di questo molto si è perso, ma ancora sono ricostruibili fregi e decorazioni che lo ornavano.

 

Molto altro si potrebbe scrivere di ciò che a Paestum è venuto alla luce ed è ancora visibile: l’Heroon, monumento con una storia complessa e dalle funzioni ancora poco decifrabili, il tempietto di Zeus Agoraios, fino ai santuari di età repubblicana del periodo romano, l’Anfiteatro, il Foro, il Comitium, il tempio romano della Pace e il tempio dei Lari. L’area è poi disseminata da ciò che rimane di edifici pubblici e privati, le tabernae, la Curia, altari e tempietti tra cui spicca l’Asklepieion, il santuario di Asclepio. Non mancano infine le Terme e le ville che in epoca romana lí vennero costruite.

 

Tomba del Tuffatore

Tomba del Tuffatore

 

Per concludere il nostro viaggio nel tem­po a Paestum andremo a visitare, nel Museo di Paestum, la Tomba del Tuffatore, che dà il titolo all’articolo. La sepoltura, databile al 480/470 a. C., appartenente ad un individuo di sesso maschile, è, come gran parte delle deposizioni coeve, del tipo a cassa, formata da quattro lastre di travertino e lastrone unico di copertura. L’ec­cezionalità della sepoltura è costituita dalle pitture che decorano le quattro pareti e la lastra di chiusura, rispettivamente con scene di banchetto e raffigurazione di un personaggio ritratto nell’atto di tuffarsi da un alto pilastro in blocchi ad uno specchio d’acqua, da cui appunto deriva il nome la sepoltura.

 

La rappresentazione del banchetto è un’esaltazione delle pratiche conviviali, care all’aristocrazia greca ma anche etrusca, con cui Paestum ebbe molti contatti, insieme al canto, alla musica e alle attività ludiche. La scena del tuffo rappresenta simbolicamente il passaggio dalla vita alla morte, reso attraverso il salto nell’ignoto per eccellenza, l’Okeanos, che si estende al di là del mondo cono­sciuto, espresso nei suoi limiti dalle Colonne d’Ercole, i limiti del mondo noto di allora, ravvisabili nel pilastro da cui il giovane si lancia.

 

Termina qui il nostro viaggio nel tempo a Paestum. Sia per altri un invito a visitare quei luoghi.



PAESTUM

 

Il tuo segno non si confonde:

apre il cielo

dove migrano i corvi

dal sonno della terra,

dagli archi gravi;

compone le pietre divise,

mi nutre di morte viva.

L’erba che trema incerta,

nei fossi,

al fiato di rettili verdi,

è il tuo segno:

a ripetere la primavera

schiude le rose due volte

sulla terra segnata da ombre

a meridiana.

La morte vera è la nostra:

per noi esiste il tempo breve

di pietre innalzate

e l’orgoglio.

Ma il tuo segno non si confonde:

è la terra, l’erba, la luce;

la morte tua viva

che dura.

 

Fulvio Di Lieto



 

Davide Testa