Mancavano pochi giorni al Natale, e quell’anno il tempo era straordinariamente mite. I miei genitori avevano deciso di passare le festività alla casa che avevamo allora a Fiuggi, e pensavano che sarei andata lí anch’io per qualche giorno “all’aria buona”, come dicevano. Ma io dissi che al lavoro avevo varie visite prenotate di scienziati stranieri, cosa vera, e non mi sarei potuta assentare. Loro quindi partirono e io avrei passato dei giorni senza gli impegni degli orari ferrei che la famiglia imponeva.

Una rupe del Monte Guadagnolo
Venne la domenica in cui accompagnavo Massimo al Guadagnolo, e la giornata si presentava serena e luminosa. Prima che la strada si arrampicasse verso l’altezza del monte, si passava per Capranica Prenestina. Il centro abitato era addobbato in modo festoso per il Natale, e grandi poster indicavano che lí nei pressi, in un borgo della zona, era stato allestito un presepe vivente.
Chiesi a Massimo se potevamo, sulla via del ritorno, andare a vederlo, dato che non avevamo quella domenica impegni pomeridiani con amici che ci attendevano, quindi c’era tutto il tempo.
Massimo mi rispose tranquillo che sicuramente avremmo visto un presepe vivente, ma non quello. Pensavo che si riferisse ad un altro luogo, sempre nelle vicinanze di Roma, dato che in diversi paesi erano allestite figurazioni in costume, che attiravano una moltitudine di romani in cerca di distrazioni e forse di emozioni.

I presepi viventi allestiti nei borghi laziali
Dopo la mattinata in natura e dopo aver consumato il pasto al sacco che avevo preparato, verso le tre arrivammo allo studio di Via Cadolini. Massimo si accinse a scrivere, ma prima mi chiese di dipingere un quadro con la rappresentazione della Natività. Avevo già un quadro da finire, ma lo tolsi dal cavalletto e iniziai a lavorare ad uno nuovo, secondo la sua richiesta. La musica accompagnava le pennellate e il dipinto lentamente si formava sulla tela.
Dopo circa due ore e mezza o tree, Massimo disse: «Fermati, va bene cosí!». Il mio modo di dipingere però richiedeva tanti passaggi, per arrivare a una certa levigatezza e anche precisione nell’esecuzione, quindi il fatto di dovermi fermare mi fece pensare di dover fare qualche altra cosa, come battere a macchina dei fogli scritti nel frattempo.
Ma non era cosí. L’interruzione doveva in quel caso rappresentare la fine. Guardai il quadro, e non ero naturalmente soddisfatta, perché avrei voluto lavorarci per molto altro tempo, sicuramente per altri giorni.
Massimo però mi disse che qualunque cosa avessi aggiunto, o cambiato, avrebbe tolto qualcosa che nel quadro c’era e che non doveva essere piú toccato.
Passai alla macchina da scrivere e copiai con diligenza e attenzione quello che era stato scritto in quel pomeriggio, e intanto pensavo con una certa irritazione, che cercavo di controllare in me, che quel quadro avrebbe dovuto essere proseguito, che era ancora troppo impreciso, e nella mia mente mi figuravo tutto quello che avrei voluto perfezionare.
Poi venne il tempo della meditazione, che sempre precedeva l’uscita dallo studio. Dopo la recita dei versetti del Prologo di Giovanni, Massimo si alzò e si mise davanti al quadro. Lo guardava in silenzio. Poi mi fece cenno di avvicinarmi e mi disse di guardarlo anch’io come faceva lui. Non però per “vederlo”, ma per “essere guardata” dal quadro.

Dovevo cioè guardare il quadro come lui tante volte mi aveva spiegato per l’esercizio della percezione pura: non lanciare lo sguardo per carpire ciò che volevo vedere, ma lasciare che ciò che mi era davanti venisse a me.
Mi posi nel quieto guardare che l’esercizio richiedeva, e dopo qualche tempo il quadro iniziò ad animarsi. La parte della capanna si illuminò, e al centro il bimbo sulla mangiatoia, che avevo appena accennato con una lieve pennellata, sembrò acquisire l’aspetto di un Bambino vero, vivo. E cosí i personaggi appena definiti che avevo rappresentato intorno a lui. La Madre, San Giuseppe e i pastori, tutti erano reali, e l’ambiente sembrava risuonare di una melodia che riempiva l’aria tutto intorno. Ero meravigliata di quanto stavo vedendo: quello che si manifestava non era il quadro realizzato, ma l’idea che avevo avuto prima di iniziarlo, e che avevo cercato di ottenere dipingendolo.
Non so quanto durò quella percezione tanto particolare, forse appena pochi minuti, ma mi parve un tempo infinito, dal quale tornai alla realtà con una emozione profondissima. Avevo vissuto il Natale come mai mi era accaduto.
Non commentai subito ciò che avevo visto, ma durante la strada, mentre lo accompagnavo alla sua abitazione, ringraziai Massimo per aver reso possibile per me di assistere ad un vero “presepe vivente”. Mi rispose che non era stato lui ad averlo provocato, ma l’esercizio che mi aveva chiesto di fare ad averlo permesso.
Non mancò poi di raccomandarmi di proseguire con costanza e dedizione ad esercitare la percezione pura, soprattutto in natura, quando possibile.
Il quadro non venne piú toccato, e qualche anno dopo fu anche venduto. Chissà se l’acquirente potrà anche lui vederlo animarsi un giorno, o magari durante una notte di Natale…
Marina Sagramora
