Du Bois-Reymond disse addirittura senza mezzi termini: «Quale connessione concepibile c’è tra certi movimenti di alcuni atomi nel mio cervello da un lato e dall’altro i fatti che sono fondamentali per me, che non possono essere ulteriormente determinati, che non possono essere negati quali – sento il dolore, sento il piacere, assaporo la dolcezza, sento il profumo delle rose, sento il suono di un organo, vedo il rosso – e la certezza che scaturisce altrettanto direttamente da tutto ciò che dunque io esisto? È assolutamente e sempre incomprensibile che un certo numero di atomi di carbonio, idrogeno, azoto, ossigeno ecc. non sia indifferente. Gli atomi non dovrebbero essere indifferenti a come giacciono e si muovono, a come giacevano e si muovevano, a come giaceranno e si muoveranno».

La scoperta in Cina della polvere da sparo
Ora, senza dubbio ciò che Du Bois-Reymond intendeva dire con questa affermazione non era del tutto conforme alla logica naturale; proprio da questa espressione cosí forte possiamo infatti dedurre che per un certo numero di molecole, ovvero di particelle materiali, non è indifferente come siano disposte e come si muovano. Come tutti sapete, infatti, lo zolfo, il salnitro e il carbone non sono indifferenti alla loro disposizione reciproca: se si trovano uno accanto all’altro in determinate condizioni, danno origine alla polvere da sparo. Allo stesso modo, non è indifferente il rapporto tra carbonio e idrogeno; ciò che conta è se durante il movimento la sostanza viene condotta verso un’altra sostanza con cui è affine e con cui potrebbe formare una forza esplosiva. Questa affermazione era quindi esagerata, anche se conteneva un fondo di verità. Ma Leibniz ne aveva già riconosciuto la parte corretta: non esiste alcun tipo di transizione tra il movimento astronomico delle molecole e degli atomi e le qualità della nostra esperienza e della nostra vita interiore. Non è possibile colmare questo abisso con la sola scienza astronomica come “movimento”.

Questo è ciò che dobbiamo ricavare chiaramente dai vari errori contenuti nel discorso citato di Du Bois-Reymond: “Sui limiti della conoscenza della natura”. Ma questo è il valore di tale discorso: in esso c’era qualcosa di simile a una reazione, a un sentimento contro l’onnipotenza e l’onniscienza del sapere astronomico. Se consideriamo ciò che possiamo chiaramente distinguere, troviamo la possibilità di trasferirlo alla grande conoscenza astronomica. Supponiamo, per amore di discussione – il che è indubbiamente giustificato – che non si possa in qualche modo trovare un ponte tra la conoscenza astronomica del movimento delle piú piccole particelle di materia e le esperienze dell’anima e dello Spirito. Ma allora non si può nemmeno collegare ciò che offre la grande astronomia – la descrizione del cielo stellato, dei suoi movimenti e delle relazioni tra le stelle – a qualsiasi possibile effetto dell’anima e dello Spirito che riempie lo spazio! Se è vero, e abbiamo motivo di ritenere che lo sia, se immaginiamo il cervello umano, secondo Leibniz e Du Bois-Reymond, cosí ingrandito da poterci passeggiare dentro e osservarne i movimenti come fossero quelli dei corpi celesti, e se in questi movimenti del nostro cervello non percepiamo alcuna contrapposizione psichica, non dobbiamo stupirci se in un cervello cosí ingrandito, ovvero nella struttura del cosmo, non riusciamo a trovare il ponte tra i movimenti delle stelle nello spazio celeste e le possibili attività dell’anima e dello Spirito che attraversano lo spazio cosmico e che sarebbero in relazione con i movimenti delle stelle proprio nello stesso modo in cui i nostri pensieri, sensazioni ed esperienze dell’anima si relazionano ai movimenti della nostra materia cerebrale.
All’epoca in cui Du Bois-Reymond pronunciò queste parole, chiunque fosse in grado di ragionare avrebbe potuto giungere a una conclusione che però da allora non è mai stata tratta: se ciò che Du Bois-Reymond ha indicato con una certa sicurezza è vero, allora bisogna anche dire: se lo spazio è riempito di qualcosa di spirituale, di animico, allora nessuna astronomia, nessuna conoscenza astronomica, soprattutto se soddisfa questo ideale caratteristico del XIX secolo, può in qualche modo parlare a favore o contro l’elemento spirituale o animico che riempie lo spazio, perché non si può dedurre la spiritualità dai movimenti.
Era quindi necessario affermare che l’astronomo deve limitarsi a descrivere ciò che accade nello spazio celeste, non può in alcun modo esprimere il minimo giudizio sulla natura cosmica delle esperienze dell’anima in relazione a ciò che accade nella sfera celeste, ovvero che ai movimenti delle stelle appartengono esperienze spirituali di natura cosmica, cosí come alle nostre masse cerebrali appartengono le nostre esperienze spirituali. Già negli anni Settanta del XIX secolo erano stati quindi definiti i limiti dell’astronomia.
Ma la domanda avrebbe dovuto essere posta in modo completamente diverso da Du Bois-Reymond, ovvero: esiste un modo diverso per trovare le entità spirituali e animiche che popolano lo spazio cosmico? Pertanto, la Scienza dello Spirito indica qualcosa in relazione all’astronomia che è stato discusso ripetutamente in queste conferenze: che l’uomo è in grado di sviluppare le sue facoltà cognitive a livelli superiori a quelli che possiede nella vita normale. Solo quando le facoltà cognitive sono state elevate a un livello superiore è possibile trovare nello spazio e nel tempo qualcosa di diverso da ciò che nel XIX secolo era considerato il compimento ideale dello spazio e del tempo: i movimenti astronomicamente rilevabili delle forze e degli atomi nello spazio.
Non dobbiamo però sottovalutare ciò che la scienza naturale esteriore ha da dire riguardo al divenire del mondo. Infatti, i fatti scientifici che in un certo sviluppo radicale e fantastico hanno condotto all’ideale della conoscenza astronomica, molecolare e atomica, hanno, d’altra parte, dato origine nel XIX secolo a qualcosa che dobbiamo considerare un modello di fatto scientifico che illumina i misteri dell’esistenza. E anche se il suo significato è limitato, è comunque un fatto di prim’ordine. Oggi se ne può parlare soltanto accennandovi, poiché ciò di cui si tratta è la risposta alla domanda: “Cosa ci dice l’astronomia sull’origine dell’universo?”.
Per rispondere a questa domanda è necessario fare riferimento a ciò che può essere dimostrato nel mondo esterno: all’interno del pensiero scientifico, della ricerca e della sperimentazione, è stato chiaramente dimostrato che, sebbene sia generalmente vero che possiamo trasformare le forze naturali l’una nell’altra – ad esempio, che possiamo convertire il calore in lavoro o, se abbiamo svolto del lavoro, convertirlo in calore – ciò è vero con una limitazione molto importante. Mentre da un lato vale il principio che il calore può essere trasformato in lavoro meccanico, in energia cinetica, e l’energia cinetica può essere nuovamente trasformata in calore, dall’altro lato dobbiamo dire che se si vuole ritrasformare il calore in lavoro, in energia cinetica, ciò non può avvenire in modo illimitato.

Lo vediamo chiaramente nel caso della macchina a vapore. Produciamo il movimento attraverso il calore, ma non possiamo convertire tutto il calore che immettiamo nella caldaia in modo che si trasformi completamente in energia cinetica. Una parte del calore viene sempre dispersa, quindi in tutti i processi naturali in cui l’energia termica viene convertita in movimento dobbiamo sempre mettere in conto una perdita di calore, come avviene sicuramente nel caso di una macchina a vapore. Infatti, anche con le macchine a vapore piú efficienti, possiamo convertire in movimento solo circa un quarto del calore, mentre il resto viene irradiato nella camera di raffreddamento e cosí via. Possiamo solo fare in modo che durante la conversione una parte del calore si irradi nello spazio cosmico come calore.
Questa consapevolezza, che l’energia cinetica può essere convertita completamente in calore ma non viceversa, è diventata anche dal punto di vista esterno una delle scoperte piú fruttuose per la scienza del XIX secolo. Infatti, tutto ciò che oggi è oggetto di cattedre universitarie e intere biblioteche – sulla termodinamica – si basa esclusivamente su questa scoperta, cosicché gran parte della nostra fisica attuale si fonda proprio su ciò che è stato definito come la scoperta che il calore non può essere necessariamente trasformato in energia cinetica, ma che rimane sempre un residuo di calore che si irradia.
Ciò è stato dimostrato in modo inconfutabile da ricerche come quelle del famoso fisico Clausius, che ha generalizzato questo principio affermando che esso deve valere per tutti i processi nell’universo. Pertanto, in tutti i processi di trasformazione, in cui il calore gioca un ruolo ovunque, abbiamo a che fare con una trasformazione del calore in quel lavoro che è proprio dei fatti della nostra natura. Ma poiché durante la trasformazione rimane sempre un residuo di calore, è facile comprendere che lo stato finale del nostro sviluppo, in cui ci troviamo immersi in un’evoluzione materiale, è la trasformazione in calore di tutta l’energia cinetica e di tutto il lavoro presente in natura.

Rudolf Clausius
Questo è l’ultimo risultato inevitabile: tutti gli altri processi naturali devono alla fine trasformarsi in calore, perché rimane sempre un residuo di calore, cosicché tutti i processi cosmici si svolgono in questo modo – anche se per molto tempo ancora si verificheranno processi naturali che possiamo definire “lavori della natura” – il calore residuo sarà sempre maggiore, e, in ultima analisi, il risultato dovrà essere che tutti i processi di movimento saranno convertiti in calore. Ci troveremmo quindi di fronte a un grande caos cosmico, costituito solo da calore non piú riconvertibile. Tutto ciò che il nostro Sole provoca nei processi vitali sulla Terra lascia residui di calore; tutto ciò che il Sole irradia verso di noi tende infine a trasformarsi in una morte termica generale. È la famosa “morte termica di Clausius”, nella quale deve confluire tutto lo sviluppo materiale dell’universo. E qui la fisica ha fornito, a chiunque abbia una minima comprensione della conoscenza, un’intuizione che è del tutto inconfutabile, contro la quale non si può obiettare nulla dal punto di vista fisico. Il nostro universo materiale tende verso la morte termica, nella quale tutto ciò che costituisce i processi naturali sarà un giorno sepolto.
Qui abbiamo qualcosa dalla fisica stessa che possiamo trasferire direttamente all’astronomia nel suo complesso. Se solo fossimo in grado di vedere come il movimento si trasforma in calore, potremmo dire: l’universo potrebbe essere infinito in avanti e indietro, senza bisogno di una fine. Ma la fisica ci mostra, attraverso il secondo principio della termodinamica, che i processi materiali dell’universo tendono verso la morte termica. Si può essere certi che, se non fosse cosí difficile, se non fossero necessarie cosí tante conoscenze matematiche di base e non fosse necessario approfondire processi fisici complessi, oggi molte piú persone conoscerebbero la morte termica di Clausius di quanto non sia in realtà.
Abbiamo introdotto nella nostra visione astronomica del mondo qualcosa che in un certo senso significa evoluzione. Pensate a quanto sia fatale per una concezione materialistica lasciarsi influenzare da questo risultato inconfutabile! Chi considera quindi lo spirituale e l’animico solo come fenomeni concomitanti ai movimenti materiali, deve immediatamente supporre che tutto ciò che è animico e spirituale sarà sepolto nel caos termico verso cui tende il nostro mondo materiale, cosicché tutta la cultura a cui aspirano gli esseri umani, tutta la bellezza e l’efficienza della Terra dovrebbero un giorno trovare la loro fine in questa morte termica generale.
Ora si può dire che questa morte termica generale sia diventata fatale soprattutto per la visione astronomica del mondo. Non tutti gli astronomi prendono la questione alla leggera come ha fatto Ernst Haeckel nel suo libro Welträtsel (Gli enigmi del mondo) – sapete già da altre occasioni con quale ammirazione ho parlato di Haeckel come naturalista. Egli ritiene che il “secondo principio della teoria meccanica del calore” contraddica in realtà il primo, secondo cui tutto il calore è convertibile. Sebbene non si possa negare – e anche Haeckel lo sa – che il nostro sistema solare stia precipitando verso una tale morte termica, egli si consola con il pensiero: quando l’intero sistema solare sarà caduto vittima della morte termica, entrerà in collisione con un altro sistema planetario, e dall’impatto si genererà nuovamente calore – e allora nascerà un nuovo sistema planetario! Tuttavia, questa argomentazione trascura il fatto che una collisione di scorie e residui è già insita nella progressione generale verso la morte termica, quindi ci si può aspettare ben poco conforto da una simile affermazione.
Ma pensatori ancora piú seri, animati dal desiderio di comprendere l’evoluzione del mondo sulla base delle conoscenze fisiche e astronomiche, cercano di andare oltre il concetto generale di morte termica. A questo proposito, poiché può essere considerato il tentativo piú recente, va citato quello di Arrhenius, il ricercatore svedese che nel suo libro Das Werden der Welten (L’evoluzione dei mondi) affronta in vari modi proprio tali questioni dal punto di vista della chimica fisica, della fisica, dell’astronomia e della geologia. Si può dire che qui, in modo un po’ piú ingegnoso rispetto a Haeckel, si è tentato di superare la teoria della morte termica generale.

Swante Arrhenius
Ma se si considera tutto ciò che Arrhenius cerca di insegnare, si deve comunque dire che nulla di tutto ciò è in alcun modo convincente. Qui ci limiteremo solo a una breve caratterizzazione del suo approccio per superare la morte termica generale. Naturalmente non si può negare che un sistema solare – come il nostro sistema solare – vada incontro alla morte termica generale. Ora, Arrhenius sostiene anche un’altra idea, basata su alcune ipotesi di Maxwell e sulla sua cosiddetta pressione di radiazione. Si tratta di qualcosa che si oppone alla precedente forza di attrazione gravitazionale dei corpi celesti, qualcosa che agisce continuamente dai singoli corpi celesti nello spazio fino agli altri corpi celesti sotto forma di radiazione da varie forze naturali che generano pressione. Questa pressione, che è quindi, per cosí dire, ciò che i corpi celesti inviano nello spazio, è ora in grado – poiché è una forza che si irradia nello spazio cosmico – di trascinare con sé minuscole particelle di materia che vengono respinte da un corpo celeste.
Ora Arrhenius cerca di dimostrare, attraverso varie considerazioni, che è ovvio che, a meno che non si verifichino condizioni particolari, questi fenomeni causati dalla pressione di radiazione non impediscono affatto la morte termica generale. Ma Arrhenius ritiene che tali circostanze particolari siano causate dal fatto che questa polvere cosmica viene convogliata verso nebulose in formazione che si trovano in condizioni materiali molto particolari, ad esempio perché in tali nebulose è entrata da qualche parte una stella che ha portato con sé la materia, comprimendola e provocando un aumento della temperatura. Se fosse quindi possibile che una stella di questo tipo, entrando in una nebulosa cosmica, attirasse e comprimesse la materia che incontra, avremmo, poiché la compressione provoca un aumento della temperatura, qualcosa che, a sua volta, provoca un aumento della temperatura nello spazio cosmico, avremmo quindi un calore che potrebbe essere nuovamente convertito in lavoro! In modo ingegnoso, Arrhenius dimostra che la polvere spaziale che si avvicina a una tale nebulosa cosmica si trova in una posizione diversa, viene per cosí dire trasportata in una posizione in cui è sottratta alla tendenza generale della morte termica.
Rudolf Steiner (2a parte, continua)
Conferenza tenuta a Berlino il 16 marzo 1911 – O.O. N° 60.
Risposte della Scienza dello Spirito ai grandi problemi dell’esistenza.
Traduzione di Marco Allasia.
Prosecuzione della prima parte pubblicata sul numero di luglio 2025 link: https://www.larchetipo.com/2025/07/antroposofia/cosa-ci-dice-lastronomia-sullorigine-del-mondo/
Da uno stenoscritto non rivisto dall’Autore.
