
La Logica contro l’uomo è l’opera di Massimo Scaligero che ho letto prima di molte sue altre. Era il lontano 1976 e avevo trentatré anni; il libro mi era stato consigliato da persone che stimavo e in cui nutrivo fiducia. Tuttavia, pur avendo acquisito con gli studi liceali una infarinatura di filosofia che giudicavo bastevole per ulteriori cimenti speculativi, devo ammettere che non ne capii un granché; anzi, ne rimasi sbalestrato e un po’ deluso. Da quanto mi avevano raccontato su Massimo Scaligero, avevo dedotto l’idea che in quel libro ci doveva essere qualche formula incredibilmente potente e che, letta e meditata a dovere, ne avrei di sicuro ricavato qualcosa che la mia ordinaria costituzione non era in grado di fornire.
Invece, buggerato cosí da questa mia illusione, abbandonai la lettura della Logica; ogni tanto la riprendevo, nella speranza di fare un po’ di luce su quel che frasi, pagine e capitoli mi proponevano, ma niente da fare, era evidente che quel testo non faceva per me. E per completare il quadro, confesso anche che in qualche momento di rabbia-frustrazione piú acceso del solito, ho persino scagliato il libro contro il muro. Non ce l’avevo con Scaligero, ce l’avevo con me stesso, una volta smascherata la mia inettitudine a penetrare il senso di quel lavoro di analisi che pur avvertivo accurato e ponderoso.
A quel tempo non riuscivo a capire (per lunghi lustri continuai a non farlo) che in fondo, durante i cinque anni di liceo, avevo sí fatto la filosofia, dagli antichi Greci fino ai grandi pensatori dei giorni nostri, ma non avevo mai sperimentato il filosofare: avevo appreso a grandi linee la “storia della filosofia”, che è tutt’altra cosa; ora, di fronte a questo mio limite svelato, toccavo con mano un’evidenza che non mi era mai passata per la mente. Una cosa è studiare, anche diligentemente, l’evolversi del pensiero umano attraverso le epoche, seguendo le innumerevoli correnti e dottrine descritte nei testi; un’altra è mettere in moto il proprio dinamismo mentale; quello che, in altri tempi e in altri individui, fu capace di creare, spiegare e sostenere le medesime; nel primo caso c’era solo da ricordare per bene cosa aveva detto Tizio, o cosa aveva escogitato Caio su questo o su quell’altro argomento; nel secondo, si ha a che fare con se stessi e con tutti gli ostacoli che di norma impediscono l’incontro interiore, ovvero l’incontro col punto da cui sgorgano i nostri pensieri e che, in modo piuttosto approssimativo, siamo soliti immaginare localizzato nel cervello.
Si può rigirare la questione in tutti i modi, ma la centralità essenziale da cui spiccare il volo è sempre la stessa: o conosci l’essere umano, e quindi conosci te stesso – dagli abissi alle vette, come diceva un mio vecchio amico – oppure devi andare in giro per il mondo sostenendo (o contestando) ciò che altri hanno affermato prima di te, con il pensiero dei quali non ti sei mai confrontato seriamente, perché, per il sapere richiesto dalle condizioni e dalle circostanze correnti, la ripetizione lineare di congetture, riflessioni e pareri, teorie e assiomi, appare sufficiente. Infatti, non di rado, fa passare per esperti anche coloro che a mala pena sanno leggere e scrivere.
In tutti i casi, pure ai miei tempi di studente, il diritto a criticare veniva sempre concesso, anzi era perfino agevolato: poter discutere con gli insegnanti su un piano di parità, aggiungeva un tocco di agile disinvoltura allo svolgimento della materia e ne sminuiva un po’ la pesantezza; ma il senso di dovere qualcosina all’auto-critica, e al confronto serrato, magari animoso, tra le istanze della propria personalità e quelle degli autori via via studiati, era in pratica assente. La coscienza degli allievi impegnati nei corsi di filosofia, restava comodamente seduta in platea, ben sapendo che non sarebbe stata chiamata al banco degli imputati. E del resto, la cosa sembrava non disturbarla affatto. Lo studio era già greve di per sé; perché complicare la faccenda?
Dev’essere questo il motivo per cui, oggi piú di ieri, chi accusa o giudica vorrebbe continuare a farlo, senza disturbarsi ad indossare i panni altrui (che sarebbe l’unico modo di rispettare l’obiettività); anche se l’elasticità delle coscienze moderne potrebbe adattarsi agevolmente alla diversità delle taglie.
Ma tutto ciò che non è morto, cresce e matura; e viene il giorno in cui il puro ruolo di semplice testimone, diventa un evento della responsabilità. Infatti l’incontro con il pensiero di Massimo Scaligero sovvertí l’ordine (chiamiamolo pure cosí, ma il termine piú giusto sarebbe quello di “sistemazione provvisoria”) della mia formazione culturale e psichica. Adesso il pensato (contenuto, oggetto ecc.) non era piú importante; importava il pensare; quindi, non “cosa” ma “come” si pensa. Se un tale chiarimento non viene da subito posto in netta evidenza, quale regola basilare di un inderogabile sine qua non, l’equivoco generato si ripercuote all’infinito, in progressione geometrica; conseguentemente provoca il depistamento delle forme di conoscenza acquisite e le indirizza su un binario che non è quello anelato dall’anima in cerca di conoscenza, bensí quello che ricama la ragnatela di un archivio mentale, in cui tutto ciò che arriva è già esanime prima ancora di rinchiudersi nella penombra interiore.
Massimo Scaligero indica una fonte del pensiero che può essere colta come una sorgente di vita: la piú intima, la piú profonda e, al contempo, la piú elevata che sia stata data agli esseri viventi e che distingue, senza tema d’errore, l’umano da ciò che non lo è, o quanto meno, non lo è ancora. Questa fonte non può essere avvertita col solo pensare, o col solo sentire o col solo volere: le tre facoltà diventano determinanti nella misura in cui trovino l’accordo e s’indirizzino congiunte alla meta: che allora si svela quale “Principio di Luce”.
Con ciò non voglio dire che la lettura della Logica abbia trasformato completamente il mio vecchio modo di pensare e di valutare le cose, ma sicuramente mi ha provvisto di una possibilità nuova di cui riconosco l’essenziale importanza, anche se non ho ancora saputo esperirne appieno la portata.
Ci sono due strade per incontrare la conoscenza: partire dalle percezioni ed estrarre come sintesi la regola che le determina, oppure afferrare un’intuizione ideale e trovare poi nella circostante realtà fisico-sensibile la conferma di quanto si crede aver teoricamente colto.
Ogni rivelazione si nasconde dietro la sua manifestazione; non possono fare a meno l’una dell’altra, essendo le due parti della stessa medaglia; nel caso specifico dell’umano conoscere, sono due letture d’un medesimo quid, svolte a livelli di maturazione differenti. Per la manifestazione sono sufficienti i sensi normali; per la rivelazione occorre aver preparato il terreno dell’anima in modo adeguato.

Una ricerca alla luce
L’errore piú frequente di questa metodologia, che si può chiamare deduttiva-induttiva, è quello di adoperare lo stimolo della prima per cercare la sua finalità nella seconda: mi ricorda la storiella di quel tale che, nel cuore della notte, avendo perduto le chiavi di casa in un vicolo buio poco distante, stava ginocchioni a cercarle nel cerchio di luce di un lampione; al metronotte stupefatto che gli domandava perché frugasse colà, se la perdita era avvenuta altrove, la risposta fu: «Perché qui c’è luce!».
Risposta che, forse era, ma non lo è piú, completamente illogica, se la si coglie nel significato nascosto dietro la facciata risibile; l’oscurità fa sparire le cose, la luce può farle rinvenire: il segreto del successo di una ricerca non consiste nello spostarsi dove la luce c’è già (cosí che la ricerca sia semplificata) ma portare la nostra intima luce dove manca: là dove è attesa, dove è ancora buio pesto. Pensiero questo che – guarda caso, e sempre che la cosa sia gradita – qualcuno potrebbe anche eleggere a scopo fondante di tutto l’esistere umano/terrestre.
La Logica contro l’Uomo porta un titolo che sembra a prima vista un controsenso, dal momento che ognuno è abbastanza sicuro nell’affermare che senza il potere della logica l’evoluzione dell’uomo non si sarebbe verificata. Ma non è questo il punto. Non lo è assolutamente. Ci sono uomini e donne che hanno stupito il mondo con le loro splendide performance in tutti i campi di azione: intellettuale, scientifico, artistico, etico-morale, di bontà d’animo, altruismo, generosità; hanno saputo eccellere nel lavoro, nelle invenzioni, nello sport. Tutti dotati di vis logica incredibilmente precisa, inappuntabile, riconosciuta e applaudita. Nessuno tuttavia, mediante una semplice rassegna di brillanti biografie osservate da fuori, è autorizzato a dire di aver capito a fondo l’anima dei personaggi in predicato. Non perché non abbia svolto un adeguato approfondimento, ma piuttosto perché ogni essere vivente non capisce e non conosce a fondo nemmeno se stesso: figuriamoci l’altro. Spesso quindi vengono prese cantonate madornali, la cui negatività può ripercuotersi di seguito sia a livello singolare che collettivo.
Diciamolo: non siamo nella conoscenza, siamo in cammino verso la conoscenza, e strada facendo apprendiamo molte cose, che a loro volta ci fanno intuire di non essere le ultime. Questa riflessione potrebbe venir presa per poco significativa, ma non appena ci si addentra in uno studio piú dettagliato della psiche, si deve ammettere che in un reale esame introspettivo si giunge a confronto con un mondo smisuratamente vasto, dinamico, colmo di relazioni, intrecci di effetti e rapporti tra nessi presupposti o intuiti, che non sono nitidi e precisi quanto la nostra esigenza razionale chiederebbe. Troppo spesso infatti si costruiscono grattacieli su terreni sabbiosi, infidi, non scandagliati a dovere. Per ciò ci si adatta e ci si accontenta di un sapere superficiale, incompleto, pericoloso e pericolante; pericoloso perché scambiato per verità definitiva, pericolante perché la verità non definitiva è mascherata e non ama farsi riconoscere.
In pratica l’uomo/mondo, o il mondo dell’uomo, è un universo tutto ancora da scoprire. Con questo non intendo dire che non lo scopriremo, ma che ci vorrà ancora molto tempo e che il cammino sarà lungo. Abbiamo avuto in dono la predisposizione interiore per avviarci; possiamo quindi proseguire il nostro viaggio evolutivo nel regno della fisicità; questo è un dato certo, altrimenti saremmo ancora all’età della pietra.

La Dea Bendata del destino
Ma civiltà, ponti, grattacieli, macchine volanti e intelligenza artificiale non significano nulla se poi puntualmente, e brutalmente, permettiamo che vengano coinvolti, e sconvolti, da tutto quello che giace nel fondo delle nostre anime e di cui abbiamo ignorato, o almeno trascurato, la presenza. Prepotentemente, non dal nostro senso di responsabilità, ma dal precipitare degli eventi, viene chiamato in causa il rapporto che l’uomo ha saputo instaurare nel corso dei tempi tra psiche e mente, tra intelletto e cerebralismo; tra Io superiore ed egoità. Fintanto che sostituiamo i secondi termini dei suddetti rapporti con il destino, con la sorte, o con una Dea Bendata che dirige le esistenze da un remoto inconosciuto e inconoscibile, tutte le espressioni logiche che potremmo trarre a proposito, saranno effetti di anomalie patologiche, in vari modi volute, cercate e sostenute.
Non ricordiamo piú (forse non l’abbiamo mai saputo, perché chi ci guidava s’era dimenticato di dircelo) che la facoltà del pensare e la capacità dell’intelligenza, sono due cose distinte: la prima è un dono del Mondo dello Spirito rivolto all’universalità umana senza eccezioni; la seconda è quel che ogni individuo potrà conquistarsi in quanto riconosca e rispetti il Principio Originario da cui gli è pervenuta la prima.
Massimo Scaligero nei suoi libri, e in particolare nel La Logica contro l’Uomo, ha indicato le conseguenze di questa antica frattura creatasi lungo il percorso dell’umano conoscere: solo individuando fra tante, e percorrendola, una particolare strada d’ascesi e di recupero di pure forze interiori, attualmente adoperate per altri motivi, tutti parimenti deviatori, potrà essere ristabilito l’antico equilibrio. Senza l’attuazione di questo provvedimento, è dichiarabile lo stato di nevrosi generale, affondando nel quale si crede porvi riparo mediante la medesima misconoscenza che ha portato al dunque. Necessita distinguere l’ingenuità di comodo dalla psicopatia; per rilevare degnamente la demarcazione non serve ritenersi né ingenui, né psicopatici: bisogna prima riconoscere il proprio male e poi cessare di assecondarlo.
Nel susseguirsi delle epoche, una siffatta mancanza omissiva è divenuta fardello, zavorra, peso insostenibile al punto di trasformare ogni umana scoperta in un nuovo motivo di provocare lutti, disastri, annunciati da farneticanti manifestazioni di esagitazioni trasgressive e di cupi sentimenti, in apparenza cosparsi di uno strato sottile di razionalismo spicciolo; che in realtà è un formalismo dialettico-dogmatico, in cui è andato perduto il principio cosciente.

Il Vaso di Pandora
L’attuale accettazione estatica di ipocrisie politiche, propagande pubblicitarie, con abuso di slogan, esaltazione di luoghi comuni, protratto in un turbinio caotico di discordie, disordini e deviazioni morali di ogni genere, grossolanamente contraffatti per libertà di volere e di agire, hanno fatto perdere il bandolo con tutta la matassa. Eppure si sapeva da tempo che, una volta aperto, il Vaso di Pandora è difficile da richiudere. Non è certo colpa della Logica; semmai è colpa di quella logica addomesticata e resa schiava, costretta al servizio dell’ego, che rifornisce ad ogni pensare sentire e volere umani il grado di contaminazione necessario a vanificarne il senso e ad offuscarne la luce.
C’è una logica della sostanza e c’è una Logica della forma. Dobbiamo risalire il corso del pensiero che ci fa apparire la realtà, ora in una ora nell’altra versione, per poter giungere al punto in cui si è generata la frattura tra percezione e pensiero, tra intelletto e cerebralità, tra ragione e psiche.
Quale è la “logica” usata da Caino per difendersi della scomparsa di Abele: «Signore, io non sono il guardiano di mio fratello»?
Ed è “logica” quella di Rudolf Carnap che afferma: «I pirotti curulizzano elaticamente: A è un pirotto; perciò A curulizza elaticamente»?

Il giudizio di Salomone
Riteniamo piú giusta la “logica” di Salomone, quando per soddisfare le madri in lizza, propone di tagliare in due il neonato conteso? O intravediamo una spiegazione migliore che ne illumini il senso?
Come valutiamo la forza della “logica” nel seguente rapporto di consequenzialità: “Fedi, e religioni sostengono l’immortalità dell’anima: culture e tradizioni affermano che ciascun essere umano è dotato di anima, ma è perituro; allora la reincarnazione non è un’ipotesi campata in aria”.
Con la sua rigorosa precisione, tanto fraterna quanto magistrale, Scaligero avverte: «La logica, se non è la Logica del Pensiero che vive, è la logica della Morte». La prima orienta sempre a soluzione ogni umano problema; accompagna le nostre richieste piú radicali: ci solleva sopra ai dati di premessa; apre nuove vie. La seconda non indirizza a nulla; mostra un guscio vuoto, finalizzato a se stesso: l’ombra di ciò che manca. La logica inversa può farsi annoverare nel sensato solo grazie alla nostra accettazione passiva; alla nostra acquiescenza; alla nostra complicità. Ma, per contro, dall’insensato, l’uomo la può restituire al sensato, se colma quel guscio vuoto che gli rende oscuro il rapporto tra rappresentazione e concetto.
La Logica del Logos, la Logica solare, la Logica vivente è incondizionata, libera da qualsivoglia vincolo, indipendente da tutte le condivisioni e contrapposizioni immaginabili. L’altra è la logica della forma, logica di un sapere addomesticato che non conosce, ma pretende conoscere, che avalla tutto, il bene quanto il male, a seconda dei centri di comando da cui di volta in volta dipende. Al noto aforisma di Albert Einstein: «La religione senza la scienza è cieca, la scienza senza la religione è zoppa», mi permetto aggiungere (senza contrarietà, ma solo per chiarimento): «e la Logica, senza la Luce dello Spirito, è inumana».
Un cordiale augurio per un Buon Anno Nuovo: cerchiamo di fare in modo che nella nostra anima splenda sempre la Logica che spetta all’Uomo; altrimenti sarà l’uomo ad agirle contro, e saranno note dolenti per tutti.
Angelo Lombroni
