Ho ripreso con determinazione la lettura approfondita di Princípi e Tecniche della concentrazione (nella nuova edizione, Mediterranee ha tolto Princípi, e ha fatto male). Sto ristudiandolo e pongo attenzione agli esercizi, non facendoli durante la lettura, ma cercando di averli compresi bene. La pratica, dopo che avrò terminato la lettura.
Mauro M.
In merito al titolo del libro, l’originale è Tecniche della concentrazione interiore, e la parola princípi non vi compare. Forse l’aveva aggiunta l’Editrice Mediterranee, ma è dovuta tornare al titolo originale. Quanto al comprendere gli esercizi, non credo sia importante. È comunque una comprensione dialettica. Gli esercizi si fanno, e man mano che si praticano, si impara direttamente dal farli. Poi si controlla se quello che abbiamo raggiunto praticamente corrisponde a quello che Massimo Scaligero ha scritto. Molte cose sono per un livello avanzato, e magari ci arriveremo in un’altra vita! Noi dobbiamo fare il nostro con modestia e costanza. Non pretendiamo di realizzare tutto quello che leggiamo nel libro. Se ci arriveremo sarà importante, non tanto per noi quanto per quelli che potremo aiutare, ma se arriviamo a un quarto di quello che lui ha scritto, sarà già un grande risultato!
Per quanto riguarda i quadri che si ravvivano: mio padre, pittore di tanti stili, ma dopo una certa età solo di stile astratto, aveva come scopo centrale della sua pittura di rendere impossibile qualsiasi “interpretazione realistica”, come diceva. Poter pensare un concetto correlato a qualsiasi oggetto materialmente esistente, di fronte ai suoi quadri, gli sarebbe sembrato un segnale di non essere riuscito a dipingere un buon quadro astratto. Intendeva completamente eliminare i concetti mentali dai suoi dipinti, voleva permettere solo la percezione pura. Però la percezione pura di un oggetto creato dall’uomo, il quale si è sforzato di non avere nessuno concetto mentre lo produce, è sicuramente un oggetto un po’ strano! Assomiglia piuttosto alla percezione della realtà di un neonato: un caos di colori e forme. Si tratta solo di mezza realtà. Mentre durante la percezione pura di un oggetto realistico, fatto dall’uomo, oppure della natura, dovrebbe apparire il concetto correlativo all’oggetto percepito, concetto umano o divino. Un quadro astratto può dare invece parecchia noia quando non ci siamo abituati. In verità, dietro un dipinto astratto c’è comunque un concetto, ma si tratta di un concetto non-concetto, di una impossibilità, di un ossimoro: si tratta del pensiero ateo. Il pensiero ateo è impossibile, ma può comunque venir pensato fino a qualche livello. Uno con una mente sana, non può nemmeno immaginare com’è essere atei. Eppure esiste l’ateo, o meglio: esistono persone che si credono atee. Tale convinzione può essere molto forte e si può esprimere anche nell’arte. Nei misteri di Hybernia dell’antica Irlanda tale stato veniva insegnato ai neofiti. Allora nessuno poteva essere ateo, naturalmente! Servivano anni di allenamento, anche allora con l’aiuto dell’arte, per poter arrivare al punto da dubitare dell’esistenza di Dio. Pochi dei nostri atei attuali arrivano veramente a tale livello di dubbio coscientemente. Di solito si tratta di atei superficiali, a cui semplicemente non piace la Chiesa. Sono molto spesso solo figli di mamma, ribelli. Quando invece il pensiero ateo arriva a livelli piú intensi, può perfino avere l’effetto desiderato nei misteri di Hybernia: può condurre allo Spirito. Però, senza l’insegnamento contemporaneo da parte di Maestri esperti, tale spiritualità non avrà buon fine. In effetti, mio padre venne avvicinato piú di una volta da persone che sapevano qualcosa di antroposofia, però era troppo egoista per poter accettare l’aiuto offerto. Ciò che viene provocato dal dubbio nei confronti del Dio Creatore originale, del Padre, è la percezione del Dio immanente nella nostra anima, che sarebbe il Figlio. Ma il Figlio e il Padre sono Uno, quindi sentendosi la presenza del Figlio, si fa sentire anche il Padre. Per questo motivo preciso, l’intero processo si dovrebbe svolgere solo in un ambiente cristiano, come avveniva nei misteri di Hybernia. Mentre ora, si può svolgere senza alcuna guida spirituale nella mente esaltata di gente non abbastanza colta, nella psiche materialista di persone squilibrate e ribelli, forse intelligenti, sí, ma non abbastanza. E allora, l’accorgimento della presenza del Padre all’interno della psiche può fare saltare il cervello! E se poi una tale persona fa il pittore, fa saltare il cervello anche a chi guarda il quadro, un fatto che secondo il pittore sarebbe comunque un grande successo! Secondo l’ateo-spirituale, quella spiritualità che noi sappiamo essere lo Spirito Santo è solo un’autosuggestione, una favola che l’uomo ha imparato a credere talmente intensamente, durante millenni di indottrinazione, che ormai la vede anche in visioni. Secondo l’ateo-spirituale, la vera spiritualità sarebbe da cercarsi proprio nella percezione pura, non condizionata da alcun oggetto realmente esistente. In poche parole, l’ateo-spirituale cerca il Padre prima del Suo essere Creatore, nella sua essenza divina. E siccome, molto in fondo a tale pensiero c’è un nocciolino di verità, il pensiero ateo può sviluppare una forza notevole, però solo devastante. Per fortuna, pochissima gente riesce ad essere veramente atea! Il nocciolino di verità essendo ciò su cui si basa il pensiero di Arimane. Si tratta di una verità senza amore per il Figlio, e quindi senza rispetto per lo Spirito Santo, la Madre. Si tratta del pensiero, in verità inutile, che il mondo potrebbe anche essere diverso da come è. Si tratta della constatazione, in fondo banale, che il Figlio non è un essere assoluto, ma solo una delle possibilità dell’essere. Ad Arimane, come decaduto Spirito della Forma, sfugge il senso finale di questo mondo. Egli vede solo che si tratta di un mondo che permette l’errore, e quindi lo può apprezzare solo nella sua manifestazione materiale, che vuole conservare, ma non lo ama nella sua essenza, che va oltre la forma materiale.
Alessandro S.
Sempre interessanti le osservazioni di Alessandro, che spesso riportiamo nella nostra posta dei lettori. Certo che l’astrattismo solo difficilmente ha svolto ciò che l’arte si prefigge, di esprimere cioè il mondo interiore dell’artista, di comunicare emozioni e di interpretare la realtà attraverso forme e colori. In ogni caso di smuovere nel fruitore un’emozione profonda. Un quadro di Raffaello come massimo esempio, ma anche un bel quadro impressionista, o persino una miniatura indiana che rappresenta Krisha nella natura che lo circonda, accompagnato dalle Gopi, le ninfe dei boschi, tutto questo arricchisce l’anima, la fa vibrare, rende migliore chi guarda e risponde con il suo guardare a un colloquio silenzioso che si stabilisce con l’autore dell’opera. L’astrattismo ha risposto a un volontario allontanamento dalle emozioni, tutto doveva essere distaccato, freddo e indifferente, nessun vero colloquio fra artista e fruitore. Cosí nella danza classica, all’interpretazione del balletto che racconta una storia, si è contrapposto un tipo di coreografia assolutamente lontano da ogni significato simbolico: al danzatore è richiesto solo di muoversi nello spazio contando i suoi passi “uno, due, tre e quattro, cinque, sei, sette e otto”. L’arte ha però le sue esigenze, che tornano sempre ad affacciarsi. A un periodo di distacco guidato dall’astratto mentale, si alterna un periodo di riconquista del linguaggio del cuore, è inevitabile. Noi attendiamo che il processo, già iniziato, torni ad affermarsi.