Inseguire chimere

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Inseguire chimere

 

Quando si inizia un cammino di formazione spirituale, c’è una grande emozione e anche un genuino entusiasmo. È giusto che sia cosí, ma dobbiamo sapere che andiamo incontro anche alla possibilità di deviazioni e incomprensioni. Si può rimanere vittime di approfittatori che incanalano quell’entusiasmo verso lidi assai distanti dalla mèta che ci siamo proposti di raggiungere. E questo non accade solo a giovani inesperti e ingenui, ma può accadere anche a persone che hanno molta esperienza della vita pratica, e forse non abbastanza come seguaci di una via di ascesi.

 

Massimo nel tempo mi ha raccontato storie di diversi discepoli su cui si erano appuntati progetti e speranze, e che nel tempo avevano imboccato strade divergenti. Una di queste storie riguarda un degnissimo discepolo dell’antroposofia italiana, che incontrò questa Via spirituale quando iniziava a organizzarsi in Italia negli anni Venti, subito prima della morte del Dottore e in seguito ad essa. È la storia di Marco Spaini, un vero benemerito della Scienza dello Spirito.

 

Il Casinò di Sanremo nel 1930

Il Casinò di Sanremo nel 1930

 

Spaini era un personaggio molto in vista, Direttore del Casinò di San Remo negli anni ’30 dello scorso secolo, quindi abituato a trattare con persone di ogni tipo, dalle piú semplici alle intellettuali e alle altolocate. Aveva grandi disponibilità economiche, e una volta divenuto un fervente discepolo dell’Antroposofia, contribuí notevolmente alla sua diffusione, finanziando pubblicazioni di libri di Rudolf Steiner tradotti in italiano e partecipando alla fondazione della sede di Milano e di altre località italiane.      

 

Gli anni del dopoguerra, 1940 e ’50, videro la sua continua collaborazione nelle iniziative prese dalla Società antroposofica italiana. A Milano, nel 1940, Marco Spaini, insieme a Paolo Gentilli, Giana Anguissola, Rinaldo Küfferle e la Signora Lidia Baratto – euritmista formatasi a Stoccarda sotto la guida artistica di Marie Steiner – collaborò alla fondazione di un luogo di studi e incontri antroposofici che prese il titolo di “Centro Internazionale di Cultura”.

 

Spaini nel tempo divenne un grande amico ed estimatore di Massimo Scaligero, e quando veniva a Roma, nei suoi viaggi, non mancava di andare a trovarlo. Anche Massimo lo stimava, e lo ha ricordato nel suo libro autobiografico Dallo Yoga alla Rosacroce, citando una conferenza che Marco Spaini tenne a Roma presso l’Associazione per il progresso degli studi morali e religiosi, nella Sala Capizucchi, l’11 aprile 1945, dal titolo “La funzione del Male nella conquista della Libertà”. Conferenza che abbiamo pubblicato sull’Archetipo nei due numeri dell’aprile e del maggio 2011 (www.larchetipo.com/2011/apr11/beneemale.pdf  e  www.larchetipo.com/2011/mag11/beneemale.pdf).

 

Tutta questa premessa per inquadrare la personalità di Marco Spaini, che Massimo considerava all’epoca completamente dedito allo sviluppo sia personale che sociale dell’Antroposofia. Tuttavia, nonostante il suo inserimento a pieno titolo nel mondo degli affari e le sue eccellenti competenze relazionali negli incontri a tutti i livelli, Spaini conservava in sé, celate, delle fragilità che si evidenziarono quando incontrò delle persone che agirono con grande sagacia, diremmo piuttosto con estrema furbizia, per carpire la sua buonafede.

 

La deviazione verso l’“Arcangela”

La deviazione verso l’“Arcangela”

 

Il gruppo di personaggi che lo avvicinarono gravitavano intorno alla giovane Gabriele (Gabriele Wittex, 1933-2024) autodefinitasi profetessa, fondatrice del movimento spirituale “Vita Universale”, che diceva di ricevere messaggi diretti da un cherubino e dallo stesso Gesú Cristo.

 

Il distacco dall’Antroposofia avvenne lentamente, ma inesorabilmente, dato che l’altra via appariva molto piú affascinante, come affascinante doveva essere colei che lui chiamava “Arcangela Gabriele”.

 

Il ben fornito conto in banca dell’adepto finí a ritmo irrefrenabile nelle casse dell’organiz­zazione che gravitava intorno alla profetessa. Quando terminò del tutto, non ci fu compassione o aiuto per  un miserevole relitto umano.

 

Verso la fine degli anni Sessanta, il tempo in cui questa storia mi fu narrata, ogni tanto Spaini si faceva vedere nella trattoria “da Giggetto” dove Massimo consumava il suo pranzo, sempre molto frugale. Naturalmente il povero e malandato amico veniva ben accolto e invitato a sedere e a rifocillarsi con un pasto caldo. Fluivano allora le storie del passato e i ricordi di un’epoca pionieristica dell’Antroposofia in Italia, e Spaini trovava in Massimo una profonda comprensione. E non è a dire che lui si lamentasse della sua penosa condizione: inutile recriminare, quello che era accaduto lui stesso l’aveva voluto, e riteneva giusto scontarlo.

 

Ho scelto questo, tra i tanti racconti del genere che Massimo mi faceva, perché lo considero paradigmatico piú degli altri per capire quanto sia facile deviare dalla strada che ci si era prefissi di percorrere, inseguendo chimere o suadenti sirene.

 

In effetti, la nostra disciplina, quella che Massimo chiamava la “Via asciutta”, o la “Via secca”, è fatta di un’applicazione quotidiana, ripetitiva, e prima di avere qualche risultato, prima che si manifesti qualcosa che possiamo interpretare come una risposta del Mondo spirituale, o un evidente risultato conseguito, passa in genere un tempo notevole. Diffidiamo perciò di scorciatoie o di rapidi conseguimenti mirabolanti: sono un fuoco di paglia che s’accende velocemente e altrettanto velocemente si spegne e nulla ne resta.

 

Per giungere a un vero e duraturo risultato, in una lettera a un discepolo del giugno 1970, Massimo scrive: «Il sentiero da percorrere si chiama Volontà: per ritrovare l’Io reale, l’Io cosmico, il Cristo. È perciò la prova della volontà di contro a ogni sua negazione: la sintesi piú vera dell’essere dell’Io e della Vita. Vita come Luce dell’Amore, perciò cammino della reintegrazione che non conosce deviazioni, perché non può non essere la via della Fedeltà assoluta (https://www.larchetipo.com/2001/set01/accordo.htm).

 

 

Marina Sagramora