
Non riesco a ricordare una data in cui ho cominciato a disegnare e a dipingere. Penso di averlo sempre fatto, senza alcun esempio in famiglia, ancora prima degli anni delle elementari cominciate a Udine, proseguite a Milano e ultimate a Trieste. E mi viene anche da pensare che quei continui traslochi in cosí tenera età, con il cambio di amici e di ambiente, abbiano provocato in me una certa sofferenza interiore sfociata poi in atteggiamenti problematici determinati, secondo gli specialisti, da un “eccesso di sensibilità”.
Perdere in un colpo solo tutti i compagni di classe, gli amici, in un’epoca in cui non esistevano internet e i telefoni cellulari che oggi consentono facili comunicazioni anche fra i piú giovani, era come vederli sparire per sempre. Ricordo ancora il pianto disperato di un mio piccolo amico e vicino di casa quando a nove anni andai a salutarlo lasciando Milano per Trieste.
Nel capoluogo lombardo ho avuto come maestro alle elementari un originale ed elegante pittore, di cui ricordo il monocolo con la catenina d’oro che si intrecciava sempre. Insegnava per diletto poiché era piú che benestante: riusciva persino a ritoccare dei piccoli quadri ad olio in aula mentre noi allievi facevamo i compiti, ed aveva predetto a mia madre che io sarei diventato un pittore.
Da adulto ho sempre avuto timore di certi quadri che andavo a dipingere, poiché a causa del loro soggetto avevo l’impressione che potessero incidere sugli avvenimenti futuri della mia vita, in chiave – chissà perché – perlopiú negativa. E spesso mi accostavo a questi quadri con una sorta di rito apotropaico (per allontanare il male) reso “necessario”, almeno credo, dalla mia fragilità interiore provocata anche da quei continui cambi di ambiente della mia prima infanzia. In un certo senso avevo una sorta di paura di quei quadri, della magia celata dietro l’apparenza sensibile dell’opera: magia capace di trasformare la realtà.
Molti episodi della storia della mia famiglia materna, a me narrati in seguito, mi avevano confermato come fosse possibile incidere magicamente e pesantemente (questioni di vita o di morte) sugli avvenimenti futuri, condizionando la realtà come se fosse estremamente malleabile e non “rigida” come solitamente ci appare.

Gustavo Rol e Natuzza Evolo
Le vicende umane di Gustavo Adolfo Rol (1903-1994), il famoso “sensitivo” torinese, o di Fortunata Evolo detta Natuzza (1924-2009), l’umile e semianalfabeta mistica calabrese, mi dimostrano che, al di là del livello piú o meno alto di consapevolezza dei personaggi citati, la leggi della natura possono essere superate. Rol, piegando la materia al suo volere, faceva cose stupefacenti testimoniate anche dal suo amico Federico Fellini (1920-1993) ed anche Natuzza non era da meno: percepiva i trapassati, aiutava a guarire le persone che si rivolgevano a lei, aveva il dono dell’ubiquità, dialogava con elevatissime entità spirituali.
E non parliamo di ciò che poteva fare, qualora lo avesse ritenuto spiritualmente utile, un Maestro come Massimo Scaligero, superando le apparenti barriere del mondo fisico-sensibile.

Carmelo Nino Trovato «Dio dell’Ultima Ora»
Per gli stessi motivi che mi portavano ad avere timore di certe opere, la mia devozione mi spinge ad accostarmi con grande venerazione ad alcuni miei dipinti inerenti a soggetti “sacri”, per cui cerco di lavorarli con lo stato d’animo piú puro per me possibile: non certo per la qualità della mia opera, ma per il livello di ciò che tento di rappresentare.
Ma come al solito tutte queste considerazioni non sono che un pretesto per citare chi davvero può insegnarci qualcosa: Rudolf Steiner. E cosí lui scrive in La missione universale dell’arte (ed. Antroposofica, O.O. N° 276):

Carmelo Nino Trovato «Trasfigurazione»
«L’arte è eterna, e le sue forme si modificano; va compreso che dappertutto vi è una relazione fra l’arte e lo Spirito, che l’arte è dunque qualcosa mediante la quale ci si pone davanti al mondo dello Spirito, sia che la si crei, sia che se ne goda. Chi è vero artista può creare il suo quadro anche nella solitudine del deserto. Per lui è indifferente se lo guarda qui un uomo o se qualcuno lo guarda in generale, perché ha operato in un’altra comunità, in quella divino-spirituale. Dèi hanno guardato sopra le sue spalle, ha creato in comunione con gli dèi. Poco importa al vero artista se qualcuno ammiri il suo quadro oppure no. Di conseguenza si può essere artista in completa solitudine. D’altra parte non si può essere artista se non si pone la propria creazione nel mondo che comunque va considerato nella sua spiritualità, perché la propria creazione vive in esso. L’opera deve vivere nella spiritualità del mondo, in essa va posta. Se si dimentica questa relazione spirituale, anche l’arte si trasforma piú o meno in una non-arte. In effetti è solo possibile lavorare artisticamente se l’opera artistica è in un contesto universale. Ne erano coscienti gli antichi artisti, che ad esempio dipingevano per le pareti delle chiese quadri che erano le guide per i fedeli; lo sapevano gli artisti, tutto ciò era inserito nella vita terrena, in quanto compenetrata di Spirito».
Ecco dunque il compito di un artista: creare opere che possano indicare la direzione verso il mondo spirituale agli altri esseri umani. Con l’aiuto di Chi sta piú in alto.
Carmelo Nino Trovato
