
Robert Dudley «Amleto incontra il fantasma del padre»
Cari Amleto e Orazio, scrivo la presente per informarvi che, nonostante il tempo trascorso, o forse proprio grazie a questo, sono giunto ad una conclusione definitiva: ritengo esservi nelle parole rivolte da Amleto ad Orazio in occasione dell’apparizione del fantasma del padre, un qualche cosa che non va, qualcosa di distorto, che non solo mette a repentaglio la chiara comprensione della frase, ma compromette la stessa logica di cui si compone. Insomma qualcosa che ha bisogno di essere chiarito, perché anche la frase piú bella, eletta e ricercata come adagio morale, quando non sopporta la prova di una interpretazione correttiva, resta una perla tanto rara quanto inutile.
Nessuno negherà di buon grado che fra cielo e terra esistono molte altre cose, che gli uomini con le loro speculazioni e indagini filosofiche sono ancora ben lontani dal conoscere tutte e a fondo. Ma come voi sapete, gli uomini della Terra non hanno altro modo di procurarsi conoscenze se non avvalendosi del pensiero di cui dispongono; pensiero che almeno in un primo momento deve basarsi sull’esperienza della vita dei sensi, e poi dal modo particolare di ognuno di esistere e di crescervi dentro.
Però, perdonatemi la ripetizione: anche ammettendo che in cielo e in terra, vi siano davvero infinite cose di piú che in tutto quel calderone che le menti umane hanno prodotto, e possono ancora escogitare, allora sorge una domanda alla quale però non corrisponde risposta alcuna, poiché campata per aria quanto un arcobaleno; che pur nello splendore dei suoi colori, non ha una base solida su cui poggiare.
Sarebbe dunque possibile, secondo voi, ipotizzare senza turbare il rigore della logica canonica, l’esistenza di cose, quando queste non si sono ancora incontrate né conosciute in modo alcuno? In altre parole, l’essere umano – cognitivamente parlando – può spingersi al di là dei limiti che la sua stessa organizzazione psicofisica gli pone? E a qual prezzo? Perché, vedete, se da quanto abbiamo sin qui conquistato tramite scienze e filosofie, togliamo di colpo il potere di abbracciare, non dico adesso, ma almeno in uno sperabile prossimo futuro, i segreti della vita e dell’universo, allora l’assieme degli sforzi, piú o meno eroici, sostenuti lungo i secoli a costruzione di un sapere accurato e integrativo, temo diverrebbero inutili e il loro valore svanirebbe nel nulla. Sarebbe un’assurdità. Un’assurdità tuttavia meno assurda che sostenere l’esistenza di una o piú cose, senza aver mai esperito prova concreta di questa e di quelle.
Capisco: la frase di Amleto, destinata a te, caro Orazio, aveva quale meta principale lo scopo di essere e di agire da monito per rammentare l’ opportunità, se non il dovere morale, che ogni spinta al sapere si accompagni ad un’acconcia dose di modestia e di rispetto per il tema; ovvero, non sia in primis pretesa di sapere, né esibizione di saggezza, ma giusto bilanciamento tra l’intesa volta al miglioramento di sé e l’ interpretazione data alla vita che viviamo. Il che dovrebbe concedere spazio al nostro “essere in fieri”, all’uomo che verrà; a patto che non gli si ostacoli la venuta. Tale concessione, da parte nostra, quindi da parte umana, è determinante: chi ha una vista capace di fargli scorgere nitidamente ogni dettaglio fino a trecento metri, anche se non lo sa, si trova automaticamente al centro di una bolla avente un raggio di pari lunghezza, che lo avvolge completamente; chi vede di piú, o per contro vede meno, sarà immerso in una realtà diversa. Questa semplice differenza non riguarda ovviamente il solo “visus”, ma tocca direttamente l’intera gamma delle facoltà percettive del sistema uomo.
Non dice, infatti, una vox populi, che ci sono quelli che non vedono al di là del proprio naso e quelli che invece possiedono un occhio di lince? E ciò mi pare evidente possa valere per tutte le dotazioni sensorie o percettive di cui la natura ci ha provvisti. Chi sente di piú, chi di meno; chi capisce prima, chi dopo; qualcuno, forse, mai. La pluralità è variegata, anche se in molte situazioni, religioni, politica e sensazioni collettive possono indurre all’aggregamento.
Il risultato conseguente, rappresentativo dell’espressione riconosciuta maggioritaria delle capacità del potenziale umano, è quel senso comune di normalità (non omogenea ma addensata) in cui, quasi per dogma fideistico, racchiudiamo quanto sembra concordare con la generale gestione dell’esistere; mentre le cosiddette eccezioni vengono ascritte nella lista nera delle abnormità (eh sí, caro Orazio; mi pare già di vedere il tuo volto contrarsi in segno di disappunto!).

Crearsi i propri limiti
Ma questa partizione è una sintesi di comodo, non una distinzione obiettiva: bisogna riconoscerlo. Come una nazione pone i suoi confini, oltre i quali c’è sempre dell’altro, cosí gli uomini esperiscono i propri limiti e a volte se ne compiacciono, come se fossero delle virtú, mentre sono difese erette a protezione del mondo dei dati acquisiti, del già fatto, degli oggetti percepiti; di tutto quello che si può toccare, misurare, soppesare, comprare e vendere; del mondo ben noto, che non ha piú nulla da nascondere; non del mondo che potrebbe essere, e che di fatto, forse, è.
Si può affermare pertanto che, nel susseguirsi delle varie epoche, i limiti incontrarti hanno prodotto una “coscienza dei limiti”, alla quale ci si aggrappa come naufraghi al tronco d’albero, che la Provvidenza ha fatto casualmente avvicinare tra le onde. Gli isolani d’Oltre Manica la definiscono nel loro idioma “comfort zone” e questo non è del tutto sbagliato, dato che pure ciò che fa male ha sempre qualche lato positivo. Si tratta solo di non farsi ingannare dal sillogismo.
Di conseguenza ogni umano sapere, o rientra entro i limiti di quanto è ritenuto secondo norma, oppure se ne sta al di fuori, e non è visto con favore da quanti sentono di appartenere alla prima sponda. Naturalmente questi limiti, volendo e insistendo, si possono valicare; il mito di Icaro ne è l’esempio. Il superamento dei limiti “normali” avviene il piú delle volte per audacia, temerarietà, esaltazione, raptus immaginativo; oppure, meno spesso, per calcolo opportunistico, per astuzia scientificamente organizzata, o per avversione ribelle contro un status codificato di normalità in cui è ormai impossibile nutrire un minimo di fiducia (succede anche questo).
Ma entrambe categorie, facendo parte comunque di una speculazione ipotetica che le giustifica solo come leggende, o realtà romanzate, condite come sono di fantasia e immaginazione sbrigliata, non trovano mai applicazione pratica nella quotidianità. Due spinte causali opposte, due tendenze, quindi: una sospingente verso l’alto, e una che pressa verso il basso. Detto cosí suona scarno e generico, lo so; però dà un’indicazione di massima, di tanto in tanto confermata anche da ricerche accurate. Ad esempio: il menú del giorno proposto in definitiva dall’attuale psicanalisi, invita quanti schifano una scelta di vita frugale, oramai insipida e pauperistica, di passare dallo stato di paranoico-schizofrenico a quello di fobico-ossessivo, o viceversa. Questa essendo la scelta del giorno.
Non è certo una gran soluzione; credere di poter oltrepassare i limiti restando dentro i limiti, è un compromesso pericoloso; equivale al criminale che, vistosi in pericolo, invoca aiuto dalle forze dell’ordine, o – triste attualità – al politicante, facinoroso e guerrafondaio, che, con la faccina autorevole e compunta, siede al tavolo delle trattative, per risolvere ciò che egli stesso, assieme alla banda internazionale dei corresponsabili, ha provocato, iniettando veleni, disordini, e quant’altro, in dosi moderate e a macchia di leopardo, su zone differenziate a scacchiera. Ho detto “in dosi moderate” perché il buon pastore, quanto il cattivo, toglie alle sue pecore soltanto il vello in eccesso, non la pelle; il risultato visto da fuori appare identico; ma il primo non lo fa per sua convenienza e per ragionevole sfruttamento; il secondo per non perdere la risorsa del gregge.
Quanto accaduto a voi, nel castello di Elsinore, accade dunque in tutte le parti, e quel marcio che poteva all’epoca vostra esservi in Danimarca, ha invaso il globo terrestre in un modo cosí compatto e uniforme, che pure un marasma simile è stato scambiato per normalità: vuoi per una sorta di mutazione climatica, vuoi per inclinazione animica alle scorciatoie preferenziali, vuoi per fatto acquisito di una sommatoria di contingenze, considerata oramai indispensabile, quanto le applicazioni informatiche da passeggio. Tutto sommato, un’ulteriore chicca per tranquillizzare i livelli medio-bassi di visualità, del tutto insufficienti a penetrare le condizioni di quanti vi sono in vari modi accoccolati, inneggiando ai diritti acquisiti.

Una discussione animata può degenerare
Vedete amici: dopo una certa età, le divergenze di opinioni, come gli scontri nella disparità delle idee, dovrebbero costituire una simpatica occasione per ravvivare il dialogo, da amici e tra amici. Prima però, vige il tempo forte della giovinezza, della sanguinità pulsante, della passione fisica e dell’atteggiamento di aggressività che agita i caratteri e i temperamenti degli uomini. A che serve sapersi robusti e audaci, se poi non si esibisce la propria forza davanti agli altri? Magari rivolta contro i piú deboli? La coscienza miope, infatti (quella che se la spassa nella confort zone, e non la molla nemmeno dopo averla abusivamente occupata) evita in tutti i modi le figuracce. Non le sopporta proprio. Quindi è facile che pure un piccolo divario su questioni banali provochi una valanga di conseguenze nefaste che nel tempo ingigantiscono fino ad arrivare al punto che ci si picchia a sangue, senza ricordarne il motivo.
L’effetto valanga è sempre piú disonesto della valanga. E piú uno sente leso il suo grado di dignità umana, piú forte picchia il vicino, per farglielo una buona volta capire. Non è cosa semplice sottrarsi ad un tale condizionamento cerebro-mentale, divenuto automatico: ma come un giorno un primitivo riuscí a pensare la ruota, osservando un tronco rotolante lungo una china, si può anche confidare che presto o tardi qualcuno svilupperà un intuito che gli farà comprendere la vera ragione della necessità di tutte le lotte, le guerre e gli stermini avvenuti, sintetizzandola in un’ unica ratio, che non sarà piú quella antica del “se vuoi la pace prepara le guerra” ma quella che invece potrà prestare consiglio leale e utile: “se non vuoi la guerra, cerca prima la pace in te stesso”.
Tornando al nostro tema, chiediamoci ora come sia possibile una vera pace interiore se ciascuno gestisce il rapporto coi propri limiti in un modo del tutto diverso! L’apparizione di un fantasma segna il momento della crisi: o si risponde al fatto, ammettendo di essere allucinati e di avere le traveggole, o ci si lascia sopraffare dal terrore e dal turbamento emotivo; si cede cioè alla classica fobia dell’abnorme, del portentoso extra-umano, del soprannaturale: il terrore dell’ignoto, detto anche Babau per i piú piccini.

Il fantasma e lo spettro
Negli insegnamenti dell’Antroposofia del dottor Rudolf Steiner, spicca una verità di fondo, spesso trascurata anche dai piú meticolosi e provveduti lettori: viene infatti stigmatizzata con grande precisione la situazione del disagio tra la brama di un approssimativo sapere, sospinto dall’eccitazione, e il suo opposto, lo sconvolgimento psichico derivante da pregiudizi e superstizioni morbose irrisolti; ce li aveva indicati in una allegoria immaginativa estremamente efficace, come “il fantasma” e “lo spettro”. In particolare il Fantasma che vagherà sulla scena del quadro d’Occidente, mentre lo Spettro si agiterà infestando quella d’Oriente. Effettivamente, pensando in modo spassionato, si deve convenire in fondo che il moderno occidentalismo iniettato a grandi dosi nelle vene oramai esangui d’Europa, altro non è che il riflesso onirico di una brama di potere capace di trovare ogni volta la giustificazione morale per agire quale potere; un fantasma di libertà in paludamenti democratici, da inseguire sempre senza raggiungere mai, se non entro brevi, compiaciute parentesi.
Dall’altra parte del globo, sull’altra sponda, si aggira lo spettro del rimorso: alimentato e alimentatore del tormentoso ricordo di un’epoca spiritualmente elevata, crollata per aver confuso la verità col suo splendore, il dinamismo del divenire con l’immobilità del fatalismo, la forza del passato col miraggio di essere un prohodit verso il paradiso.
L’apparire inatteso del fantasma del Re ad Amleto mette dunque in fuga le certezze acquisite e consolidate, e, in uno scorcio interiore piuttosto angoscioso, fa salire a galla dal profondo la fenomenologia celata dell’ “essere o non essere”, che – sia ben inteso – non è cosa da risolversi detto-fatto, dal momento che ogni tanto accade, specie nei casi in cui la paura fa novanta – che la brama di estinguere la tenaglia del dubbio divenga piú costrittiva e soffocante del dubbio medesimo.
Le brame creano tensioni, le tensioni creano angosce e le angosce costringono le anime degli uomini a provare il bisogno urgente di liberarsene: perciò affrettano i bio-ritmi, li alterano, li sovraccaricano, con la perdita conseguente della calma e della pace interiori necessarie per affrontare e risolvere il problema. La realtà è che non ci sono fantasmi o spettri che tengano; ci sono forze ignote che agiscono in vari aspetti e in diverse vesti; ognuno di noi ha il suo tallone d’Achille; su di esso convergono sempre le tensioni, le fobie e le altre innumerevoli paturnie di cui abbiamo afflitto l’anima, di cui non riusciamo a liberarci; essendo esse sconosciute, penserete, sia dunque logico restarne prigionieri, ma non è questo il motivo: manca l’altra parte della realtà, che De André, un bardo degli ultimi decenni, cantò cosí: «Senza la mia paura, mi fido poco».
Essendo pertanto un pensiero qualitativamente migliore in forte ritardo sugli eventi, la paura e le fobie sono sensori da non trascurare. Ma se al giorno d’oggi al sensore naturale viene preferito il tasto del telecomando, o il touch screen dei tanti display, onde raccogliere le informazioni di giornata e farsi dare gli opportuni suggerimenti, allora, anziché adoperare, e godere, la funzione positiva fornitaci dalla natura, ci troviamo davanti ad un’aggravante del male: ad un male uscito dalle nostre stesse mani, di cui si potrebbe guarire solo rivolgendo ad esso un nostro possibile pensiero, pulito, autonomo, indipendente, e non avvalersi piú del supporto offerto dalle vigenti strutture di comodo, astutamente predisposte alla portata di chiunque.
La sottile vena di autolesionismo che si cela nelle pseudo-terapie di massa è l’inganno piú perfido e sofisticato del Fantasma, ed è la conseguenza micidiale delle ansie incubatrici e soverchianti emesse, con anticiclonico soffio, dallo Spettro. Chiunque vi si trovi nel mezzo, dovrà vedersela con entrambe le alienazioni terroristiche. Già presupporre di esserne preventivamente esposti, crea le premesse per il dilagare di effetti devastanti.
Perciò, alle parole di Amleto, caro Orazio, vorrei qui poter aggiungere solo pochi pensieri, non dico risolutivi, ma per lo meno illuminanti un campo d’azione piú vasto di quello che esse sono riuscite a far intravedere finora. Attingendo a quell’infinita fonte di conoscenza che è la Scienza dello Spirito, non mi è stato molto difficile capire che se la nostra corporeità è un testimone del passato, nella nostra anima c’è, vive e pulsa, la forza del futuro: di un futuro. Non sono illazioni poetiche di un romanticismo decadente: sono un’interpretazione che, colta nel suo valore, permette a chi la sperimenti con cura, di formulare pensieri sempre evoluti e consoni allo status quo, in cui ci troviamo; in cui vorremmo poter rimanere, magari adagiati; dal quale sorge tuttavia un sorprendente anelito a distoglierci.
Infatti nella costruzione delle filosofie umane c’ è sempre molto del passato e molto poco del futuro: d’altra parte le strutture portanti devono avere la solidità dei fatti, me lo concederete, e non l’ariosità fittile delle immaginazioni peregrine: il pensiero del tempo corrente pronostica in base alle esperienze di quel che è stato, e che, appunto per essere stato. non può piú essere. Il divenire essendo a senso unico.
Per uscire indenni (e forse rafforzati) da questo scontro bilaterale con Fantasma e Spettro, non è d’aiuto paventare l’impari lotta nella quale ci siamo cacciati; serve piuttosto capire quel che si vuole da noi uomini, il che rimanda al nocciolo delle filosofie teoriche e delle sperimentazioni pratiche: perché dunque esistiamo?
Vedete amici, come, passo dopo passo, siamo arrivati a quel celebre, sospiroso dubbio emesso da Amleto, che letterariamente ma non solo, da quel momento in poi, ha caratterizzato le epoche a venire. Il segreto era il pensiero: il nostro pensiero; che oggigiorno pur non essendo piú un segreto, rimane tuttavia inveduto e inavvertito sullo sfondo di un divenire che minaccia di non essere piú un divenire umano; una contraddizione quindi, estremamente pesante, rispetto allo scopo per il quale invece siamo venuti al mondo ed abbiamo pure chiesto il permesso di poterlo fare. Mai supponendo, neanche con la piú perfida e contorta delle fantasie, che sarebbe venuto il giorno in cui ci saremmo comportati da traditori e avremmo cooperato all’ annientamento della missione decisa e votata dall’anima prenatía.
Il segreto stava – e sta tutto – nel pensiero; incastrato tra le tortuosità psichiche e la ferrea costrizione delle necessità corporee, ancora non riesce a ergersi nella sua piena, amorevole, fraterna sacralità; non riconosciuto per ciò che è, induce pertanto al dubbio, alla fobia, alla notte abbuiata della vera conoscenza; e noi lo adoperiamo cosí, ridotto ad infimi surrogati e ad espedienti minimali, ai quali diamo periodicamente il nome di cultura, di progresso e di civiltà.
Per contro si produce in tal modo, quasi per una sorta di automatismo meccanico, uno scenario mondiale in cui la paura del Fantasma recita l’incapacità di decidere sull’evoluzione futura dell’umanità, e il terrore dello Spettro si esibisce nell’urgente richiesta di purificazione interiore, di remissione dei peccati; la quale, però, sdegnosamente continua a respingere l’apporto del pensare; di un pensare qualitativamente superiore. Un pensare che di contro ad un abisso d’inumana follia, d’ignoranza che abusa, di arroganza che spregia, oppone il silenzio. Quel determinato silenzio. Null’altro, per farsi un giorno capire.
Ve l’avevo detto già all’inizio di questa lettera: come è difficilmente comprensibile la nostra reazione di fronte ad una percezione extra-sensoria, cosí è altrettanto difficile, se non impossibile, credere alla virtú del vero pensare, senza averne preventivamente accolto la forza, impiegata bensí solo a livello di ordinaria facoltà di servizio.

«Essere o non essere» quindi? «Vi sono piú cose in cielo e in terra o nelle nostre filosofie?». Forse un giorno lo sapremo; per adesso accontentiamoci di riflettere sul fatto che per formulare la prima domanda, è necessario l’essere; per dare una soluzione alla seconda, ci si deve avvalere del pensare.
Dedichiamo a queste due inderogabili premesse l’attenzione e il tempo necessari a trovare un accordo e a collaborare tra loro di reciproca intesa.
Prima o poi qualcosa di buono salterà fuori.
Cordialmente vostro.
Angelo Lombroni
