Prima che il vento di Borèa scendesse
dai quadranti celesti a liberare
i rami dalle foglie riluttanti
ad uscire dal ciclo della vita,
prima che il fiato gelido coprisse
con il sudario della galaverna
il giardino di antiche primavere,
sono andati via tutti, in un bisbiglio
da congiurati: gnomi, fate e silfidi,
Narciso che cercava la sua Eco
inutilmente nell’intorpidito
stagno rappreso in ghiaccio. Sono andati
con trepestii leggeri, flussi d’aria
odorosi di mirto e terebinto.
Gli alberi soli, chini sullo specchio
della vasca gelata, i rami spogli
tendono al vuoto come se volessero,
brancolando, cercare vie d’uscita
dal labirinto dell’inverno. Ma
già nel profondo della terra s’agita
un fervore di linfe, un fuoco verde
muto nel suo diffondersi, scalare
i floemi nascosti e confortare
il durame che lotta a mantenere
vigili e forti i tronchi e la speranza
di future simbiosi con la luce.
Cosí la nostra algida sostanza
di umanità nella perenne guerra
tra la sorda materia e la solare
essenza dello Spirito si scioglie
in nuovi ardori, in rinnovati slanci,
e il cuore, in sonno, genera pensieri
capaci di plasmare il divenire
di un mondo senza inverni, rifiorito.
Fulvio Di Lieto

