Ai salici di quella terra appendemmo le nostre cetre

Botanima

Ai salici di quella terra appendemmo le nostre cetre

Salici e cetre

 

Lungo i rivi di Babilonia

dimorando,

là insieme piangevamo

al ricordo di Sion.

Ai salici di quella terra

avevamo appese

le nostre cetre.

 

(Salmo 136)

 

 

Appendemmo le nostre cetre

 

 

La terra a cui fa riferimento il Salmo è Babilonia, quando tra il VII e VI secolo a.C. vi fu la deportazione del popolo ebraico ad opera di Nabucodonosor II. Nella Bibbia se ne parla nel Secondo Libro dei Re e nel Secondo Libro delle Cronache, oltre che in alcuni Profeti e in molti Salmi che ne fanno esplicito riferimento. Vennero appese le cetre ai salici che crescevano sulle rive dell’Eufrate, in modo figurato sicuramente, ma il Salmo esprime la tristezza di un popolo esiliato dalla propria terra.

 

 

Con questo abbiamo voluto introdurre quello che sarà il tema dell’articolo: il Salice.

 

Salice piangente

 

Molte le specie di questa pianta: il Salice bianco (Salix alba), il Salice violetto (salix daphnoides), il Salice di ripa (Salix eleagno) ma forse il piú sug­gestivo e conosciuto è sicuramente il Salice pian­gente a cui Linneo diede nome Salix babylonica, sembra in ricordo del popolo ebraico a cui a questo Salice appese le proprie cetre come detto nel Salmo.

 

La visione di un Salice piangente che fa scendere fino a terra la sua chioma, a volte a lambire gli spec­chi d’acqua, è qualcosa che lascia nell’animo un velo di malinconia, ve ne è poi una varietà di questo chia­mato Salix sepulcralis, un incrocio tra il Salice pian­gente e il Salice bianco e il cui nome è evocativo.

 

Vi è poi un altro Salice, il Salix viminalis o Salice da vimini, che per secoli è stato usato per farne cesti, panieri, gerle e legacci per la coltura della vite e per i lavori dell’orto.

 

Molte varietà di questa pianta sono originarie dall’Asia, altre dall’Europa. Come alberi possono raggiungere altezze tra i dieci, venti metri, la sua forma fluttuante, le sue foglie lunghe e affusolate già dimostrano la sua relazione con l’acqua. I Salici prediligono infatti le aree ben ventilate e i terreni umidi, preferibilmente nei pressi dei corsi d’acqua.

 

È un albero che ha un enorme potere rigenerativo, frammenti di tronchi e rami spezzati spesso riescono a sopravvivere e riprendono a crescere. Questo lo rende adatto a consolidare argini e scarpate nelle vallate fluviali a rischio di inondazioni nelle piene primaverili. Tra le tante varietà di Salice – oltre cinquecento nel mondo e di cui sopra abbiamo citato le piú note – il Salice bianco ha una tale capacità di continuamente ripollonare, che lo rende potenzialmente immortale.

 

Come albero ha una crescita veloce ma il suo legno è tenero e poco duraturo e cade spesso in preda a funghi. I fiori che sbocciano da queste piante rappresentano un importante nutrimento per le api.

 

Il Salice era sacro a Persefone, ad Ecate e a tutte le Dee Madri; simbolo di castità ma pure di fecondità, in un intreccio di miti e allegorie che variano di epoca in epoca e secondo le culture dei vari popoli.

 

Il popolo ebraico aveva collegato il Salice alla Festa delle Capanne, e Isaia cosí descrive il futuro regno messianico:

 

 

Salice e acqua

 

«Spanderò il mio Spirito

sulla tua discendenza,

la mia benedizione

sui tuoi posteri;

cresceranno come erba

in mezzo all’acqua,

come salici

lungo acque correnti»

 

(Isaia, 44, 3-4)

 

 

Del Salice parla anche uno scritto penitenziale, “Il Pastore”, del secondo secolo, attribuito ad un cristiano di Roma di nome Erma, dove il Pastore mostrava allo scrittore un Salice gigantesco alla cui ombra riposavano «coloro che erano stati chiamati nel nome del Signore».

 

Dall’albero un angelo di nome Michele tagliava dei rami che offriva agli uomini senza che la pianta ne soffrisse. Il Salice comunque, anche negli scritti di autori cristiani quali Eusebio, Agostino e Gre­gorio Magno, solo per citarne alcuni, viene a volte visto come albero con connotazioni positive e altre volte negative.

 

Sin dai tempi piú antichi i Salici sono stati associati alla Luna e alle qualità tipiche femminili, particolarmente quelle psichiche e di divinazione attraverso l’acqua, la medicina e la magia.

 

Il Salice era sacro ai poeti, Orfeo da questi ottenne in dono l’eloquenza, anche Circe aveva un bosco di Salici consacrato ad Ecate.

 

Arpa di Brian Boru

Irlanda: L’arpa di Brian Boru

 

Un uso pratico del Salice nell’antica Irlanda era quello di costruire arpe col suo legno. L’arpa celtica piú antica e meglio conservata è l’arpa del XII secolo di Brian Boru, ha il corpo intagliato in un unico pezzo di legno di Salice, mentre il ginocchio e la colonna sono di quercia.

 

In Scozia si pensava che il Salice rappresentasse la forza e l’ar­monia; un bastone di questo legno veniva usato durante i giudizi e nelle cerimonie di iniziazione.

 

Per il popolo russo è un albero di abbondante gioia e vitalità; veniva celebrata la “Domenica del Salice” dove si impartiva questa benedizione:

 

 

«Che tu possa diventare

grande come il Salice,

e sano come l’acqua,

 

 

Il Salice è una cosa sola con la Luna, se il frassino è un raggio di Sole, il Salice è un raggio di Luna. Il Salice respira con le correnti magnetiche della Luna, con i flussi e riflussi delle acque della Terra. In questo movimento c’è ritmo e musica; andate ad ascoltarlo sulla riva di un fiume, in un bosco di Salici.

 

Corteccia di Salice bianco

Corteccia di Salice bianco

 

Terminiamo con alcune note tratte dall’opera di Wilhelm Pelikan  Le Piante Medicinali, vol. II, che cosí ne parla: «Il Salice ha la corteccia ricolma di tannini, le piante traboccano di vitalità, hanno azione depurativa …nella pianta è presente l’acido salicilico in forme diverse, fin dall’antichità la corteccia veniva usata nel trattamento delle affezioni febbrili causate da raffreddamento e contro i reumatismi».

 

La corteccia del Salice si usava in sostituzione del chinino contro le febbri e i dolori reumatici, per uso esterno; un decotto di questa era impiegato per detergere le piaghe, ulcere e ferite di cui accelera la cicatrizzazione grazie alle sue potenti forze eteriche.

 

Acido salicilico

 

Nel diciannovesimo secolo fu isolato l’acido acetilsalicilico; il primo che isolò la salicina nel 1824 fu il chimico e naturalista veronese Fran­cesco Fontani.

 

Ulmaria

 

Il composto della salicina fu isolato anche nel 1839 da ricercatori tedeschi dai fiori della Spirea ulmaria, detta anche Filipendula ulma­ria o Regina dei prati, una pianta erbacea pe­renne, della famiglia delle Rosacee, nota per le sue proprietà antinfiammatorie, antidolorifiche, diuretiche e antireumatiche, grazie alla presenza di salicilati, flavonoidi e tannini.

 

Col nome Aspirin fu brevettata dalla Bayer il 6 marzo 1899, componendo il prefisso “a-” (per il gruppo acetile) con “spir-” (dal fiore della Spirea ulmaria, da cui si ricava l’acido spireico, altro nome dell’acido salicilico) e col suffisso “-in” generalmente usato per i farmaci dell’epoca.

 

Con alterne vicende il brevetto del marchio successivamente decadde in molti paesi, Germania e Stati Uniti compresi, in Italia è ancora in vigore.

Infiorescenza di salice bianco

 

Salice,

porta al mondo

una vita nuova,

bagnala

con suoni e luce

e momenti di silenzio;

notte e giorno,

e accarezza la brezza

con le tue foglie verdi.

 

 

Davirita