La chiave perduta

Considerazioni

La chiave perduta

Il cammino

 

C’è un tempo per la vita,

c’è un tempo per la morte;

ma è un’unica linea;

ininterrotta, inarrestabile,

avanza nel piano.

 

Disegna una serie infinita

d’intrecci, curve, parabole,

rettilinei e sinusoidi: per ritrovarsi.

Cerca il punto da cui era partita.

Il punto dell’antico inizio.

 

Non lo trova, perché non lo vede;

non lo vede perché non lo riconosce;

le appare diverso; è altro da sé.

 

Non s’identifica. Perciò prosegue.

Va avanti: una corsa senza fine.

L’anima si cerca nel cuore dell’altro;

senza saperlo; perché l’altro è altro.

Non c’è inclusione, solo esclusione.

Perciò continua sempre a cercarlo;

per coincidere; per ritrovarsi.

 

Per poter sostare, per poter posare

a compimento d’un lungo cammino.

Vive sperando e spera vivendo,

finché non s’illumina di quella luce,

che dà senso al suo progredire.

 

Le forme e i modi essendo diversi.

 

 

 

2, 4, 8, 16, 32, 64: non è difficile indovinare la ratio della numerazione; la serie dei numeri ha una ragione specifica per formare un gruppo, o un assieme. Si tratta di un semplice raddoppio.

Ma se i numeri fossero 3, 9, 21, 45, 93… dove sta il legame? (Per quanti amano i problemini numerici,  la serie è formata dal raddoppio del numero con l’aggiunta di 3).

 

Altrettanto vale per le parole: cena, pena, lena, rena, vena. Sono composte dalle stesse 4 lettere finali; cambia solo l’iniziale. Pure questo è un rapporto.

 

Tra i nomi propri: Elisabetta, Antonietta, Teodora, Maria, Margot e Caterina, quale è l’elemento aggregante? Ce ne sono almeno due: 1° sono  nomi di donna; 2° furono  regine o imperatrici.

 

Altro esempio: Ivo, Aldo, Carlo, Amedeo, Merlino, Giuseppe, Ottaviano… Partendo dal nome di tre lettere, aumentano progressivamente di una ad ogni avanzamento: Ivo-3, Aldo-4; Carlo-5; e via.

 

Fin qui col ragionamento, col ricordo, col sapere comune, ci si arriva. E oltre?

 

Andiamo sul difficile: cervello, fegato, milza, pancreas, femore, tarso e metatarso, sono organi, parti corporee, e sta bene: ma il gruppo di parole formato da: geografia, arredamento, vitamine, ori­gami, onde magnetiche, ricette di cucina, lo possiamo far passare per un insieme avente almeno un elemento di comunanza? Qualcosa che legittimi l’associazione dei nominati e li renda  membri della stessa famiglia? La nostra risposta può essere un NO chiaro e tondo (nulla vieta che lo sia); allora segue una domandina, che non vuole assolutamente insinuare dubbi, ma solo favorire una pacifica, onesta composizione.

 

L’ esperienza di ciascuno di noi, acquisita per via diretta, ci ha fatto capire almeno due cose:

 

1. non sempre siamo in grado di formulare soluzioni, anche quando queste ci sono, e che soltanto dopo risultano belle ed evidenti;

2. il negare una risposta a prescindere, senza la consapevolezza di un adeguato approfondimento e del relativo impegno in merito, ci fa restare sospesi in una dimensione d’imbarazzante incertezza. Può venir sopportata con un’apatica alzata di spalle, ma continua a rodere nell’insaputa. Come tutte le corrosioni è lenta, inavvertita, e provoca guasti.

 

 

Riassumendo: siamo “sicuri-sicuri” dei nostri “no”?

 

Allargando l’orizzonte, chiediamoci: la mancata risposta ad un interrogativo è causata da una nostra per­sonale, insufficiente rappresentazione della realtà del mondo e della condizione umana, oppure essa è in effetti l’obiettiva completa panoramica di quanto sopra, sia pur riferita al momento in cui viene colta attraverso i nostri organi di senso? Se con questi ultimi – normalmente funzionanti – non riesco a cogliere nulla, vuol dire che  non c’è nulla da cogliere; ovvero il niente: niente da poter umanamente afferrare, capire: niente che risvegli o stimoli il mio, il nostro, interesse sotto alcun punto di vista.

 

Pupazzo a molla

 

C’è tuttavia una distorsione in questo concludere: per quanto affrettato e istintivo, è pur sempre un ragionamento tipico; talvolta un amico ci impegna in un giochino (matematico o no) e mette alla prova la nostra perspicacia; una piccola trappola simpatica, in cui si può lasciarsi cadere volentieri; anche sorridere, nel momento in cui la verità si svela, saltando fuori, beffarda, come un pupazzo a molla dalla scatola in cui stava nascosta.

 

Ci si ride sopra, ci si diverte: e non cambia nulla. Fin qui, nel giochino. E nella vita quotidiana? Siamo esposti di continuo a si­tuazioni reali e concrete che richiedono di venir comprese a fondo; e noi, pur desiderosi di farlo, scambiamo quelle minime e apparen­temente senza pretese per un divertissement estemporaneo, e quelle massime e gravi, per sciagure intollerabili, che accadono per fatalità o per cause nelle quali non ci sentiamo coinvolti. Le prime di solito si giudicano non degne, non meritevoli di un nostro arrovellamento; le altre, troppo enormi, troppo complesse per la nostra capacità d’intendere e di volere; dismesse, entrano nell’imponderabile.

 

Assieme a molti altri, preferiamo mormorarci sopra: “Purtroppo, son cose che succedono!”. Ma ci si ritrova piú mesti e amareggiati di prima. Forse non ci rendiamo conto d’esser stati al funerale delle nostre coscienze e di aver appena seppellito quel senso di responsabilità che le turbava, ma che in qualche modo le animava, le faceva vivere, vibrare, nel pieno della loro funzione.

 

Non ci sentiamo coinvolti dal punto di vita fisico, materiale, geografico, politico e neppure psi­chico; soltanto sotto il profilo etico l’errore potrebbe risultare evidente; ma allora tutto il razio­nalismo cerebrale impegnato sin qui dagli esseri umani, avrebbe dovuto contenere una dose di eticità tale da poter oggi operare un distinguo di questo tipo. Il voler comprendere una cosa da cima a fondo, dalle cause fino allo stato che la fa apparire attuale e compiuta, non è soltanto un optional, cui si può rinunciare in favore di qualche altra offerta vantaggiosa, magari sostenuta dalla sarabanda pubblicitaria. Se nulla ha a che fare con la nostra vita quotidiana, col mondo delle nostre rela­zioni, dei nostri affetti, si profila netta l’ occasione di farne a meno. Cosí come appare altrettanto chiaro che tutta questa chiacchiera, trattandosi sempre e solo di pensiero, non incide minimamente con le problematiche generali della salute, del lavoro, della pace sociale, né tanto meno delle relazioni tra popoli, etnie, Stati e religioni.

 

Anche qui, però, una coscienza un po’ allertata dovrebbe comprendere che l’assumere un realismo di questo genere porta alla costruzione di una realtà degenere. Il credere all’esistenza di quesiti privi di risposta, consola temporaneamente l’ignoranza, quanto l’opinione che tra pensato e vissuto non vi sia relazione alcuna, alimenta l’indolenza e l’apatia; col risultato che proprio volendo vivere intensamente la nostra vita, vi rinunciamo – consapevoli o meno – per una svista di comodo che ci fa sordi e ciechi di fronte all’alternativa.

 

Alternativa che comunque, dall’Invisibile, insiste; gli eventi incalzano; si manifestano di continuo con violente e progressive reazioni, fino agli aspetti piú negativi, sconvolgendo e sconquassando lo scenario del mondo intero: del mondo, cioè, che crediamo conoscere.

 

Siamo dunque certi che le fattualità accadute e accadenti nella collettiva conduzione esi­stenziale, possano venir tranquillamente trascurate in quanto si dà per scontato che siano senza risposta, o che, peggio ancora, non se la meritino in quanto futili e vanesie come i passatempi e gli indovinelli?

 

Andiamo a vedere come stanno le cose quando decidiamo di osservarle piú da vicino. Magari facendoci aiutare da chi ne sa piú di noi, e se anche al momento attuale non è piú tra noi, ha lasciato ampia traccia di ricerche e di studi sugli intrecci tra la dimensione fisico-sensibile e quella impalpabile, metafisica, che appartiene al mondo dello Spirito.

 

Reincarnazione-e-karma

 

C’è un’opera di Massimo Scaligero di cui vorrei qui ricor­dare almeno il titolo, perché mi sembra contenere un abbina­mento di termini perfetto per avviare una ricerca interiore; utile a quanti desiderino intraprenderla: si tratta di Rein­carnazione e Karma: il titolo è secco e incisivo, secondo il linguaggio abituale dell’Autore, ma già il solo meditarlo può far luce su legami e rapporti tra due piani concettuali, prima trascurati.

 

Di certo tale scelta non è congeniale al moderno sistema di vita; anzi, non ci si pensa nemmeno. Ed è appunto  qui che casca l’asino; non si pensa al pensiero come sorgente d’infinite soluzioni, ma solo come chiave per aprire le serrature  che ci capitano davanti e che – possibilmente – siano facili e comode. Non rientra tra le considerazioni simpatiche, intuire come le “serrature” che appaiono, siano della stessa sostanza in virtú della quale, di volta in volta, diveniamo capaci di reperire nel nostro intimo la forza di lavorare  mediante il  pensiero e di costruirci in proprio la chiave d’ogni risposta.

 

La categoria delle  domande e quella delle risposte non sono due categorie a sé stanti; non sono disgiunte. Il pensare che l’ignoto del quesito ci propone e stimola, è il medesimo che, al momento maturo, accende la soluzione. Se questa non viene, oppure arriva, ma la scartiamo perché non piacevole, non compatibile con le personali  esigenze fisico-psichiche, la colpa non è del pensare: riguarda interamente ed esclu­sivamente il pensatore.

 

Questa è una cognizione elementare sulla vita del pensiero; se tuttavia non viene acquisita da subito, dai primissimi apprendimenti, è molto difficile che in seguito entri a far parte del nostro bagaglio, anche se gli accadimenti che ci vengono incontro insistono imperterriti a farcelo capire ad ogni loro inverarsi.

 

Non credo d’essere l’unico a pensarla in questo modo; ma non è facile uscire dall’inghippo perché c’è sempre qualcos’altro da fare, qualcosa d’urgente da compiere, qualche adempimento da rispettare. E il pensiero? Il pensiero può sempre aspettare, sta sempre là, fermo nella testa; non può scappare. È vero, ma se lo intrappoliamo nei labirinti dell’anima non adeguatamente preparata, può alterarsi fino a corrompersi.

 

Ove rimanesse sempre il vero pensiero, non avremmo paura dell’ignoto, di come andranno le nostre vicende né sotto quale aspetto si presenterà il  futuro.

 

Ignorare non è un peccato: ma persistere nel non conoscere, quando ci sono le condizioni e gli strumenti per cominciare a farlo, non è una scelta vincente. Piuttosto è un’omissione di soccorso verso se stessi; una punta d’alterigia egoica contro quel senso della vita che sosteniamo a spada tratta di voler afferrare, e che incessantemente lasciamo ricoprirsi di polvere del tempo.

 

Come le bugie, anche gli espedienti hanno le gambe corte: e non fa male ricordare che non sempre le macchie spariscono col bianchetto. Si possono nascondere, fingere che non esistano. Ma sotto sotto lavorano: senza sosta, compongono karma a venire; quando esso si manifesterà, con la concretezza degli eventi, rimarremo a bocca aperta, attoniti, sorpresi. Chissà se insisteremo ancora nella tragica farsa dell’“Io non sapevo, non me n’ero accorto…”?

 

Poliziotto arresta malfattore

 

Di contro a gravi situazioni che regolarmente turbano il moralismo borghese, sorge in automatico il desiderio di ven­detta sociale: si crede, anzi ne siamo certi, che scoprendo e arrestando il malfattore, o i responsabili del reato, e costrin­gendoli a subire la prevista pena, il male procurato da questo e da quelli, venga in qualche modo compensato. Sí che pos­siamo tornare a dormire tranquilli, ché anche stavolta la giu­stizia ha trionfato.

 

Grazie ad una analisi, solo lievemente obiettiva, non ci vuol molto per intuire che le cose stanno in modo total­mente diverso da come abbiamo fin qui creduto, sostenuto, e forse sperato. Tutti i nostri meccanismi di difesa sono sol­tanto una difesa in perdere. Perché è certamente umano tentare di porre rimedio al male compiuto da altri, ma il non averlo saputo cogliere, ancor prima che diventasse un accadimento, nel suo con­tinuo farsi e crescere nell’interiorità profonda d’ogni essere umano, è il segno di un ritardo evolutivo che non darà pace a nessuno. Una mancanza di consapevolezza, una omissione di responsabilità, che ci terrà impegnati nel futuro che verrà.

 

O che forse non verrà neppure.

 

John Donne a suo tempo, scrisse una poesia intitolata “Nessun uomo è un’isola”; essa esula alquanto dai testi filosofico-spirituali, dai manuali meditativi e dalle raccolte di aforismi; porta però nei versi finali, una conclusione profetica, difficile da ignorare; leggendola, si giunge a com­prendere prontamente una verità insolita e scomoda: pungente come pungono le verità insolite: riferirla ad un confronto serrato tra se stessi e gli altri, può essere il passo decisivo:

 

Per chi suona la campana

 

«Non mandare mai a chiedere

per chi suona la campana:

essa suona per te».

 

 

Non è di certo un mantra: Ernest Hemingway non lo avrebbe ac­cettato. Volle farlo però a modo suo: usò i versi del poeta, in epigrafe al suo racconto Per chi suona la campana; una pesante, conclusiva riflessione sul proprio esistere, speso nel cercare là dove non c’era piú nulla da cercare; e, nel contempo, evitando di cercare là dove avrebbe potuto. Le brevi parole finali sono state incise nella lapide della sua arte, con un pungolo segreto durato una vita: un rimorso al quale lo scrittore si è auto-condannato, giudicandosi reo di non aver colto l’unica cosa che c’era da cogliere: non aver saputo aprire quella serratura che gli era comparsa davanti quale evento di destino.

 

Reincarnazione e Karma ricamano un enigma senza fine; dall’Eter­nità esso scende a svolgersi nella vita degli uomini; le loro anime vivono e rivivono, cercandone il Principio: questo essendo la chiave perduta.

 

 

Angelo Lombroni