Tripartizione come evoluzione dell'uomo

Critica sociale

Tripartizione come evoluzione dell'uomo

 

Si potrebbe affermare che l’esistenza di un ricca classe imprenditoriale non può che determinare una giustizia borghese, tendente quindi a perpetuare solo la supremazia dei padroni, mentre la loro soppressione potrebbe dar luogo al benessere e alla pace sociale.

 

Questo obiezioni possono anche essere giustificate da strutture sociali come le attuali, ove le istituzioni giuridiche, essendo prive di una vera autonomia, non sono in grado di collocarsi al di sopra delle diverse forze in contrasto. La soluzione di questo problema può essere impostata da una partecipazione democratica di tutti i cittadini, su un assoluto piano di uguaglianza, a prescindere dalla classe di appartenenza, dalla ricchezza, dalla cultura. Solo se è consentito a tutti di esprimere direttamente il proprio parere nella formulazione e nella applicazione delle leggi, si può avviare una evoluzione giuridica che sia capace di risolvere tutte le questioni legate al mondo del lavoro e tutti i problemi che implicano una tutela dell’uomo.

 

Votazioni

 

Si crede che le libere elezioni siano sufficienti da sole a garantire istituzioni democratiche. Votando spesso ma confusamente si elude la democrazia. Questa non può limitarsi al gioco meccanico di maggioranza e di minoranza condotto dai partiti, i quali finiscono per perdere il contatto con la realtà sociale, essendo troppo condizionati dalla loro posizione ideologica che li porta a escludere tutto ciò che non è stato pensato e attuato da loro. Si dovrebbe pervenire piuttosto, in ogni nazione, a strumenti atti a favorire un colloquio continuo fra il singolo e lo Stato, prevenendo qualsiasi sopraffazione piú o meno sottile, anche se ma­scherata da una dialettica giuridico-politica.

 

Su queste basi potrebbe essere consentito di utilizzare meglio il positivo cammino che l’umanità ha già percorso nel mondo del diritto. Esiste, per esempio nella Costituzione italiana un articolo che prevede una retribuzione tale da esaudire le necessità di vita del prestatore d’opera, ma questo giusto principio non è stato realizzato mai in una norma legislativa. Non si può negare nemmeno che una persona, per quanto possa essere ricca e potente, quando si macchia oggi di un delitto (qualche eccezione viene fatta ancora per l’ambiente politico…) va incontro a un giudizio imparziale come qualsiasi altro. Anche le violazioni dei contratti di lavoro cominciano ad essere considerate come reati comuni e perseguiti come tali. Un certo cammino è stato compiuto, ma esso va perseguito con fermezza mediante nuove idee. Sarebbe però ingenuo che vi proponessimo un mondo completamente immune da errori e corruzioni.

 

La Tripartizione non può essere considerata come un perfetto meccanismo che basta mettere in moto una volta per tutte. Essa è affidata prima di tutto alla evoluzione interiore dell’uomo, alla sua dedizione disinteressata e alle sue spcifiche doti. La separazione dei tre settori fondamentali va vista anche come un mezzo per cercare di identificare le deviazioni là dove cominciano a manifestarsi e quindi prima che abbiano infettato l’intero organismo sociale. Una delle questioni piú spinose, per fare un altro esempio, quella del monopolio, potrebbe essere affrontata piú concretamente se il principio della libera concorrenza fosse tutelato da un autonomo settore giuridico, estraneo quindi ad ogni interesse produttivo ma in grado di stabilire dal di fuori un limite oggettivo a interessi economici troppo spinti. A causa della enorma fluidità e complessità di tutta la questione, le leggi anti-trust concepite dal fantasma statale attuale o si sono dimostrate inefficienti o hanno provocato danni e contraddizioni. È difficile che un generico principio antimonopolistico o provvedimenti vaghi di politica economica ( dal momento che non conseguono a un franco incontro fra Stato e ambiente economico) non considerinosolo aspetti parziali, finando per pregiudicare il libero esplicarsi di altre attività produttive.

 

Un problema altrettanto difficile è quello della rendita immobiliare, ove esigenze giuridiche e interessi economici si intrecciano continuamente. La proprietà di una casa o di un terreno può assumere aspetti condizionanti, oltre il giusto, nei riguardi di chi non possiede un tale bene ma ha bisogno di una abitazione o di un fondo da coltivare o di un suolo per edificare. I fatti hanno dimostrato che qualsiasi provvedimento politico, come il blocco dei fitti e l’equo canone, non risolvono nulla in profondità, ma alterano il normale svolgimento dell’edilizia e dell’agricoltura, creando oltretutto nuove ingiustizie. In quanti casi l’inquilino è molto piú abbiente del padrone di casa, modesto pensionato che ha risparmiato una vita intera per godere di una piccola rendita onde integrare i suoi magri proventi? Se è vero che l’uomo non deve essere ricattato da un suo simile che possiede beni immobili, è altrettanto vero che con la demagogia non si risolve nulla.

 

 

L’uomo tende spontaneamente alla proprietà della casa, perché trae da ciò un senso di tranquillità e di stabilità per sé e per la sua famiglia, ed è giusto che egli esaudisca questa sua aspirazione. Il primo modo per af­frontare questa questione è quello di non dimenticare la logica dei fatti economici: cercare di costruire case a un prezzo ragionevole e renderle agevolmente acquistabili mediante mutui concessi a tassi si interesse moderati. Questo discorso ci porterebbe nel vivo di diversi problemi economici, che preferiamo rimandare. Limitandoci ad affrontare il problema piú dal punto di vista umano, ci sembra che non si possa però negare che quando è stato piú facile comprare case, il livello dei fitti non ha mai superato certi limiti. Per pervenire a risolvere la questione del “diritto alla casa”, è necessario però impedire che si verifichi un eccesso di rendita immobiliare. Princípi giuridici e oprovvedimenti economici dovrebbero essere stabiliti, naturalmente su piani diversi, al fine di impedire che la proprietà perda la sua fisionomia legittima di mezzo di produzione per trasformarsi in una prevaricazione sull’uomo, alterando tutto ciò che concerne il servizio “abitazione”.

 

I fisiocratici avevano compreso che la terra sta alla base di qualsiasi processo economico. Per evitare che per questa sua peculiarità essa si valorizzi eccessivamente, e che per il suo possesso prevarichi dalla oggettività economica per ledere i diritti dell’uomo, ci sembra giusto che anche i fondi agricoli vengano considerati come una qualsiasi altra attività produttiva, come una qualsiasi altra azienda industriale. Anche se ciò significa dare un colpo di spugna a tutte quelle forme di mezzadria e di locazione le quali, se hanno avuto in passato una funzione positiva, sono state messe in cresi da una realtà che richiede oggi per l’agricoltuira efficienza imprenditoriale, concezioni del diritto sul lavoro uguali a quelle previste per l’industria, identici princípi ereditari.

 

 

Argo Villella

 


 

Selezione da: A. Villella Una via sociale Società Editrice Il Falco, Milano 1978.