L'incontro

Il racconto

l'incontro

Dopo aver soggiornato per due settimane a casa di un amico ad Attendorn, una bella cittadina della Renania Settentrionale-Vestfalia, nel Nord della Germania, decisi di partire per Trieste per conoscere Renzo Arcon.

 

Una piazzetta di Norimberga

Una piazzetta di Norimberga

 

Era la fine di agosto. L’aria era fresca e il sole cominciava a illuminare gli alberi e le case; per le strade giovani lavoratori si apprestavano ad andare in fabbrica. Dopo aver fatto colazione caricai le valigie, salutai Dieter e sua moglie Gerda e iniziai il mio viaggio verso Trieste.

 

Passai per Olpe, Drolshagen, Wilnsdorf, Würzburg e, verso mezzogiorno, arrivato nei pressi di Norimberga, mi fermai per riposarmi e pranzare. Mi fermai in una piazzola e, con il navigatore, cercai una trattoria italiana: lí vicino trovai “La Nuova Osteria”. Era gestita da una famiglia italiana. All’ingresso due alberelli di grevillea; all’interno pochi tavoli quadrati ricoperti da tovaglie bianche, sedie color grigio topo e, sulle pareti, qua e là, alcuni dipinti a tempera raffiguranti paesaggi. L’arredamento era semplice e poco curato, ma dalla cucina si diffondeva in tutto l’ambiente un profumo invitante. Pranzai benissimo, e dopo aver bevuto un buon caffè, ripresi il viaggio.

 

Il cielo era sereno, la temperatura piacevole; qualche nuvola appariva qua e là per poi dileguarsi lentamente. Arrivato nei pressi di Lienz, in Austria, fui subito rapito dalla natura circostante: dai colori variegati delle piante, dalle rocce ricoperte di licheni, dalle macchie di arnica e genziana, dai larici e dagli abeti che, in fondo alle radure, circondavano piccole casette in pietra e legno, con tetti in ardesia e finestre strette ornate da vasi di fiori colorati.

 

Il piccolo popolo del bosco

 

Attraversai quei luoghi fiabeschi come se non fossi io a guidare, ma qualcosa di piú profondo mi stesse conducendo. Ad un tratto mi fermai, lasciai l’auto e imboccai a piedi un sentiero che si inoltrava nel bosco. Il sole filtrava a fatica attraverso il fitto fogliame, spezzandosi in lame di luce dorata che danzavano nell’aria. Il sottobosco era ricoperto di felci umide, muschio sof­fice e aghi di pino; l’aria profumava di resina e di terra viva. Ogni suono era ovattato, come se il bosco respirasse lentamente, custodendo un segreto antico.

 

Mi fermai davanti a un grande pino. In quell’istante una quiete profonda mi penetrò completamente: il tempo sembrò sospendersi. Una luce sottile mi avvolse e il bosco mi apparve improvvisamente vitale, cosciente. Vidi piccoli spiriti, leggeri come faville, che fiammeggiavano spostandosi da un albero all’altro, da una pianta all’altra, attraversando scie di luce argentata. Dopo avermi danzato intorno emanavano un calore dolce, rassicurante. Poco alla volta il bosco si popolò di creature magiche: alcune emergevano dai tronchi degli alberi, altre sbucavano da dietro grossi massi, altre ancora si muovevano tra le foglie delle felci. Ciò che prima mi era apparso vuoto ora era colmo di presenze. Rimasi affascinato da quegli esseri, parte di un mondo invisibile ma reale.

 

La visione svaní all’improvviso quando il rumore di un’auto, con la radio a volume alto, passò nelle vicinanze: erano ragazzi giovani diretti chissà dove.

 

Rimasi in silenzio, con il cuore immerso nella gioia e la consapevolezza dell’esperienza vissuta. Poi tornai alla macchina e, senza parlare, ripresi il viaggio.

 

Arrivai a Trieste quando il giorno stava cedendo il passo alla sera. Il cielo aveva assunto una tonalità metallica, attraversata da nuvole veloci spinte da un vento impetuoso che soffiava dal mare. Appena scesi dall’auto fui investito da raffiche improvvise cariche di odore salmastro, come se la città respirasse da secoli lo stesso respiro.

 

Entrando nel vicolo dove abitava Renzo Arcon, il vento si attenuò all’improvviso, quasi avesse deciso di lasciarmi passare. Il silenzio che ne seguí era denso, carico di attesa. Le luci dei lampioni iniziavano ad accendersi, disegnando ombre irregolari sui muri consumati dal tempo e dal sale.

 

Parcheggiai la macchina e rimasi per un momento immobile, ascoltando il battito del mio cuore. Avevo la sensazione di essere giunto in un luogo di confine, dove la terra e il mare, il passato e il presente, il visibile e l’invisibile si sfiorano senza separarsi.

 

Suonai il campanello del palazzo accanto. Il ronzio metallico spezzò il silenzio e il portone si aprí lentamente. Entrai. L’androne odorava di pietra umida e di storia; le pareti, segnate da crepe e stratificazioni di colore, sembravano custodire voci lontane.

 

Iniziai a salire le scale. Ogni gradino risuonava sotto i miei passi come un ritmo lento e solenne. Salivo piano, sentendo crescere dentro di me una calma simile a quella provata nel bosco. A ogni piano attraversavo una soglia invisibile, come se stessi ascendendo non solo in altezza, ma in profondità. Giunto al quarto piano mi fermai davanti alla porta. Respirai profondamente. In quell’istante il tempo sembrò trattenere il fiato insieme a me. Alzai la mano e bussai.

 

I due re

 

La porta si aprí lentamente e sull’uscio mi apparve un re. Non era solo l’abito a renderlo tale, ma il modo in cui occupava lo spazio, come se la stanza gli appartenesse da sempre. Portava sul capo una corona semplice ma antica, forgiata come per essere indossata piú dall’anima che dalla testa. Dal collo gli scendeva una collana d’oro, al cui centro pendeva un medaglione consunto, carico di simboli e di memoria, che gli batteva lievemente sul petto ad ogni respiro.

 

Il grande mantello di lana grigia avvolgeva le sue spalle come una montagna avvolge la valle: pesante, protettivo, vivo. I pantaloni aderenti e gli stivali di pelle, consumati ma curati, parlavano di lunghi cammini, di terre attraversate, di un potere che non nasce dal comando ma dall’esperienza. Il suo volto era solcato da linee profonde, non di stanchezza ma di conoscenza; gli occhi, luminosi e calmi, sembravano guardarmi da molto lontano e allo stesso tempo riconoscermi da sempre.

 

Quando ci abbracciammo non fu un gesto formale: fu un riconoscersi. In quell’istante una luce intensa scaturí dai nostri corpi e si diffuse nella stanza, come se due fuochi si fossero riuniti. Non avevamo bisogno di parole. Ci parlavamo nel silenzio, con lo sguardo e con il cuore.

 

Eravamo due re, due popoli, due culture che si incontravano oltre il tempo. Passato, presente e futuro si fusero, compenetrando la mia anima e la sua, e molte cose mi apparvero finalmente chiare.

 

Passammo tutta la serata insieme, finché il sonno mi avvinse e, stanco, andai a dormire.

 

 

Raffaele Sganga