Balla coi lupi

Siti e miti

balla coi lupi

Due calzini

 

Balla coi lupi, molti avranno visto questo film, il lupo “Due Calzini”, avvicinato e poi convinto dalle buone intenzioni del protagonista.

 

Questo articolo di Siti e miti porterà a parlare di me, cosa che direttamente cerco di evitare, qui narrerò la mia storia con i lupi, i lupi che ho spesso incontrato, studiato, per quanto li si possa studiare. Racconterò di una storia tra l’uomo e il lupo.

 

Va detto innanzitutto che la sua presenza sugli Appennini è cosa relativamente recente. Negli anni ’70 dello scorso secolo, dopo decenni di caccia spietata a cui era stato sottoposto – tanti comuni pagavano per ogni capo abbattuto – il numero dei lupi era ormai ridotto a pochi esemplari presenti per lo piú nel Parco d’Abruzzo. Solo l’opera di pionieri ha permesso il ritorno di questo animale che ormai, risalendo da Sud, sta ripopolando le nostre montagne dagli Appennini fino a Nord nelle Alpi.

 

Quando si parla di lupi, due sono sostanzialmente i partiti: chi li detesta e ne vede una calamità e chi li mitizza e ne fa un culto. Personalmente sto nel mezzo; il lupo per secoli, millenni è stato presente nella storia dell’uomo, quasi sempre in veste di antagonista; predava le greggi e gli armenti, predava la stessa cacciagione dell’uomo, i pastori però sapevano mettere in atto sistemi con cui difendersi dai suoi attacchi, recinti adatti in cui richiudere il bestiame e l’uso di cani come deterrente: i bianchi pastori maremmani o abruzzesi, e nelle mie valli il pastore bergamasco dal lungo pelo grigio scuro.

 

 

Beltrame sulla Domenica del Corriere «Un branco di lupi assalta un uomo»

Beltrame sulla Domenica del Corriere
«Un branco di lupi assalta un uomo»

 

Alle nostre latitudini molto si è poi favoleggiato sulla peri­colosità del lupo verso l’uomo, in Italia non mi risultano docu­mentati episodi sicuri di aggressione all’uomo, se non nelle fan­tasiose copertine della Domenica del Corriere disegnate da Beltrame ai primi del ’900.

 

I fatti che mi riguardano si svolsero un inverno di anni or sono, il luogo dove questi accaddero era il Monte Subasio, sopra Assisi, coi suoi boschi e foreste.

 

La neve scendeva copiosa e come sempre, dopo le grandi nevicate, salivo lassú con zaini colmi di cibo per gli animali del bosco: mele, pane, semi. C’erano i piccoli uccelli ad aspettarmi: pettirossi, fringuelli, cince, il codirosso, le rumorose ghiandaie e tanti altri. Avevo creato dei posatoi tra la neve, luoghi dove loro sapevano che avrebbero trovato cibo, poi mele e pane raffermo in quantità per i caprioli, volpi e cinghiali, arrivavano anche scoiat­toli. Erano luoghi fuori dai tracciati dei sentieri, e la tanta neve e la difficoltà nel muoversi facevano sí che non incontrassi nessuno, data poi l’ora di primo mattino e il freddo gelido.

 

Una mattina di febbraio, era scesa tanta neve nella notte, mentre salivo come sempre, all’improvviso un ululato vicino, proveniva dal bosco poco distante non piú di venti trenta metri, non era certo un cane, dato che a quell’ora presto nessuno sale lassú in quelle condizioni. Era lui, il lupo. Risposi all’ululato, avevo imparato come comportarmi in simili situazioni da appunti presi dal Parco delle Foreste Casentinesi. Risposi e lui rispose, andando avanti cosí per qualche minuto; avevo modo di registrare il suo ululato che fu poi confermato da un amico zoologo, esperto di questa specie, essere quello del lupo.

 

Va tenuto presente che per il lupo l’ululato serve a definire la presenza del singolo o del branco in quell’area di territorio che l’animale sente suo.

 

Solo piú tardi arrivai a comprendere che anche i lupi mi aspettavano dove solitamente lasciavo mele e pane, sí il lupo è onnivoro e quando scarseggia la selvaggina può nutrirsi anche di questo.

 

In quel luogo già altre volte lo avevo visto, da lontano però, con l’aiuto del binocolo. Vi era sul posto un’altana in legno, costruita per l’appostamento alla caccia del cinghiale, in cui passavo del tempo a scrutare non visto gli animali lí intorno, e mi era capitato di notarlo piú volte vicino alla vasca dove si abbeveravano i cavalli liberi al pascolo.

 

Nutrire i lupi

 

Decisi di mettere in atto una strategia per creare un in­contro ravvicinato; bisognava salire presto, all’alba. D’inverno gli animali di giorno si richiudono nel bosco ed è difficile scorgerli. Quasi ancora con il buio, i giorni seguenti comin­ciai a salire nella neve al luogo dove avevo sentito il suo ulu­lato, portando con me questa volta carne e frattaglie che ac­quistavo dal macellaio del paese. Il lupo è essenzialmente carnivoro e, come diceva Rudolf Steiner, pur se mangia agnel­lo non diverrà mai agnello…

 

Nella mia frequenza sul Monte avevo poi spesso notato le sue orme nella neve e, con un poco di pratica, si arriva a distinguere l’orma del lupo da quella di un cane della stessa taglia, anche il suo procedere è diverso, l’impronta della zampa posteriore si sovrappone all’anteriore, impronta disposta su un unico asse regolare, in questo modo non è semplice stabilire l’entità del branco, ed è fatto apposta per depistare gli intrusi.

 

Avevo avuto pure occasione di vedere avanzi dei suoi pasti, come quella volta di un capriolo quasi intatto esteriormente ma completamente mangiato all’interno; il lupo si nutre degli organi interni e gli intestini, le parti molli e piú nutrienti dell’animale, preda soltanto quando ha fame e può rimanere anche giorni e giorni senza cibo, quando scarseggia la selvaggina.

 

Ad alcuni leggere di queste cose può creare un senso di avversione verso i lupi, li si reputa famelici, voraci e aggressivi, ma non è cosí; il lupo non ha sentimenti, è guidato dall’istinto, dall’Anima di Gruppo della sua specie. È un errore attribuire sentimenti agli animali, ciò è frutto di un “animalismo” buonista che spesso ha fatto piú danni che bene, è il bisogno di sempre dell’uomo di porre l’animale al proprio livello.

 

Le “stragi” poi di pecore che vengono imputate ai lupi sono opera spesso di branchi di cani inselvatichiti, ben piú pericolosi del lupo, anche per l’uomo, questo i pastori lo sanno.

 

Tornando alla mia storia, una mattina sul presto iniziai a salire nel bosco dove avevo ormai la certezza della sua presenza, sempre vestito uguale, un vecchio maglione, le stesse cose con me, questo perché il lupo, animale elusivo e giustamente diffidente con l’uomo, prende confidenza solo se fiuta dalle persone lo stesso odore, lo disturbano ad esempio i profumi che l’uomo usa mettersi addosso, e cosa importante, il lupo capta le intenzioni di chi vede e vede poi senza farsi vedere.

 

Questo animale, come tutti i selvatici, sa benissimo riconoscere chi se ne va in giro a cacciare, vedono l’arma, il carniere, ma specialmente annusano l’odore di morte che i cacciatori si portano addosso.

 

Dopo ormai alcune mattine in cui salivo nello stesso luogo nel bosco tra la neve, finalmente eccolo, mi aspettava, seduto su un ripiano roccioso a poca distanza da dove solitamente lasciavo del cibo.

 

Era il capobranco, per mole e aspetto, si era fatto vicino, eravamo a pochi metri l’uno dall’altro, nel folto della vegetazione ne sentivo muoversi altri, sicuramente le femmine e i maschi piú giovani.

 

Mi fermai, lo guardai negli occhi, lui mi guardò con occhi che solo il lupo può avere, avevo macchina fotografica ma nemmeno vi ho pensato, mi fece un cenno col capo, indicandomi il bosco dietro, un invito a seguirlo, lui, lupo, animale, in quel momento dettava le regole, era il suo regno, lui era capobranco, io l’ospite.

 

Passarono attimi, minuti, pian piano accennò ad alzarsi, poi si inoltrò nel folto dopo un’ultima sosta, un ultimo sguardo rivolto a me.

 

Lasciando cibo in quei gelidi giorni di febbraio forse avevo aiutato la sua femmina a far sí che fosse in forze per il prossimo parto, i loro cuccioli vedono la luce tra febbraio e marzo, ma è quasi impossibile localizzarne le tane che ricavano in anfratti o tra cataste di tronchi secchi caduti.

 

Tornai altre volte lassú, li rividi ma da lontano, sui profili delle creste in alto o presso delle vasche per l’abbeverata degli animali al pascolo, per lo piú cavalli lasciati allo stato brado.

 

Il cerchio dei cavalli

 

Di questi ultimi avevo notato le strategie che met­tevano in atto per difendersi dagli attacchi del lupo; formavano un cerchio, nei luoghi dove pascolavano, in cui all’esterno si ponevano i maschi piú robusti e all’interno vi erano le femmine coi giovani puledri, in quel modo per il lupo era quasi impossibile avere la possibilità di avvicinarsi.

 

Va detto che il lupo tende a predare animali gio­vani o quelli piú deboli e malati, questo favorisce una selezione naturale di controllo verso gli erbivori quali il capriolo, il cervo, lo stesso cinghiale, che è fonda­mentale per un sano ecosistema della foresta.

 

Piú avanti nel tempo riuscii, grazie alle orme nella neve e all’aiuto di foto-trappole, a seguire gli sposta­menti del branco, e sicuramente vi è ormai lassú la presenza di piú gruppi di questo animale, dato che gli esemplari maschi piú giovani, nel divenire adulti, si formano una coppia originando un nuovo branco.

 

Oggi in Italia, dopo la quasi totale scomparsa del lupo negli anni ’70, politiche di salvaguardia e la nascita di nuovi Parchi, esempio quello dei Monti Sibillini e della Laga, il Parco delle Foreste Casentinesi e altri minori sorti negli ultimi decenni, non ultimo quello Regionale del Monte Subasio del marzo 1995, hanno fatto sí che ricomparisse sui monti, ad iniziare dal Parco d’Abruzzo, e ancora piú a Sud, da quello della Sila.

 

Il Lupus Italicus, il lupo nostrano, è risalito fino a comparire al Nord, sulle Alpi, attraversando regioni e diffondendosi man mano.

 

Un ottimo libro scritto da Marco Albino Ferrari, che è stato il fondatore e per anni direttore della rivista Meridiani Montagne, oltre che scrittore di libri sulle Terre Alte, è La via del lupo, dove vengono narrate le vicende della risalita di un lupo dai Monti Sibillini fino alla Valle d’Aosta, attraverso la dorsale appen­ninica, le Foreste Casentinesi, le Alpi Marittime fino alla Valsavarenche.

 

Termina qui questa storia, voglia esser di monito al rispetto della Natura, in tutte le sue forme.

 

 

Davide Testa