
Nel periodo in cui tornavo il pomeriggio allo studio di Via Cadolini dall’ufficio, a volte ero avvilita o irritata per qualcosa che era accaduto nella giornata. Massimo Scaligero si accorgeva subito del mio umore poco sereno e mi chiedeva un racconto preciso di quanto mi aveva resa cosí tesa e nervosa. Io spiegavo quanto era successo, sperando in una sua comprensione e partecipazione. In realtà, la sua risposta finiva col rendere il mio problema poco consistente, e la mia reazione non adeguata a quanto ci si dovrebbe aspettare da chi segue la Scienza dello Spirito.
Se qualcuno si era comportato male nei miei riguardi, questo non doveva suscitare in me una reazione negativa. Forse quella persona stava vivendo un dramma personale che io non potevo conoscere, o aveva un problema di salute che cercava di nascondere, o tante altre supposizioni si potevano fare.
Rispondere al Male con il Male, diceva Massimo, fa solo il gioco dell’Ostacolatore. Ed è ciò che dobbiamo evitare. Piuttosto, il rispondere con estrema gentilezza e sollecitudine a un comportamento sgarbato, desta nell’altro un interrogativo che lo fa riflettere e in genere ha l’effetto di smussare le asperità. In un luogo di lavoro in cui la collaborazione è essenziale, cercare di evitare i contrasti rende piú distesa e fattiva l’atmosfera comune.
Io replicavo che a volte si trattava di pesanti allusioni verbali o anche iniziative oltre le parole, cosa che purtroppo negli uffici è spesso qualcosa che le ragazze giovani, com’ero io allora, si trovano a dover respingere, e non solo da parte di colleghi di lavoro ma spesso di direttori o di persone con alte cariche.
Massimo diceva che la “fantasia morale” deve aiutare in questi casi a trovare soluzioni originali. A volte una risata spezza la volontà di aggressione piú che un tentativo di fuga o un contrasto violento. I consigli, che furono naturalmente seguiti, diedero proprio l’effetto sperato, e causarono un rapporto rasserenato con i colleghi e anche con i direttori e i vari responsabili.
Di questo insegnamento ho fatto tesoro anche in seguito, in ogni lavoro che nei periodi successivi ho svolto, e l’ho condiviso con giovani amiche e collaboratrici che si trovavano a dover fronteggiare le medesime ambigue proposte. Avevo visto il grande disagio di quelle che avevano ceduto alle pressioni, a volte per ottenere qualche scatto di carriera, ma erano poi rimaste intrappolate in situazioni da cui risultava difficile uscire.
Per chi segue una Via spirituale è piú facile capire che si tratta di tentazioni messe in atto dall’Ostacolatore, che si serve di persone per ottenere un cedimento, dal quale scaturiranno effetti a volte devastanti.
Per chi invece persegue un’affermazione in campo sociale, il problema apparentemente non si pone, almeno all’inizio, per cui è difficile dare suggerimenti, che sono a quel punto poco graditi. Ma gli effetti non tarderanno a manifestarsi ugualmente, e verranno continuamente tacitati i consigli che la coscienza proverà a dare, per ritrovare un equilibrio che è stato compromesso.
La stessa cosa accade, con differenti modalità, per chi viene tentato ad accettare accordi poco onesti, o losche connivenze, in cambio di avanzamenti di carriera che naturalmente comportano anche maggiori guadagni in campo economico. Anche questo mostrerà a breve la sua controparte, che dovrà venir continuamente messa a tacere se l’accettazione appare tanto soddisfacente. Ma tutto ciò che viene dall’Ostacolo chiede un suo prezzo, che inevitabilmente, prima o poi, sarà riscosso.
Un altro problema che colpisce attualmente molte persone, anche fra i nostri piú cari amici che seguono la Via, è la preoccupazione per le malattie, i continui controlli clinici e le analisi. Poi, quando il risultato presenta qualche “sospetto”, il timore che ne deriva diventa patologico e pone il paziente completamente nelle mani del medico o del chirurgo. Segue poi un lungo periodo di cure che distruggono il fisico assai piú che il “sospetto” iniziale.
Quando dicevo a Massimo che avevo un dolore allo stomaco, o al fegato, o talvolta alla milza, forse perché lui “vedeva” che il male non era poi cosí grave, mi diceva che il sistema migliore era portare l’oblío a quell’organo. Non dovevo pensarci, né fissarmi con il male. Se non portavo l’attenzione sull’organo che sentivo malato, la natura, che è madre provvida, sapeva come fare a trovare la cura adatta, ad applicarla e portare alla guarigione. Se invece avessi cominciato ad agitarmi e a voler intervenire, avrei fatto solo danni.

Ho cercato di attenermi sempre a questo consiglio, trovandolo molto saggio, e quando non ho potuto farlo mi sono trovata decisamente male. Molti anni dopo, un giorno che in ufficio tossivo piú del solito, per una trascurata influenza, dato il grande lavoro che c’era da portare a termine, la direttrice mi disse che avrei dovuto fare una radiografia per vedere se c’erano problemi ai bronchi o ai polmoni. In effetti avevo una tosse alquanto cavernosa. Quando effettuai la radiografia, il verdetto fu che avevo un cancro ai polmoni in stadio avanzato. Verdetto scritto, stampato, inequivocabile. Nonostante io rimanessi ferma, senza agitarmi, in ufficio quando mostrai il referto i colleghi si agitarono per me, e addirittura la direttrice, che mi voleva bene e cercava di aiutarmi, grazie alle sue conoscenze prenotò entro pochi giorni la sala operatoria all’Ospedale Gemelli. Diceva che non si doveva perdere tempo. Io invece cercavo di rimanere tranquilla e facevo quello che Massimo mi aveva insegnato, non lasciandomi prendere dal timore. Mi dispiaceva però di andarmene e di lasciare soli mio marito e i miei figli: E poi avevo ancora tante cose da fare, compreso L’Archetipo…
Ma il mondo spirituale risolse a modo suo. Si ruppe il televisore e chiamai il tecnico che veniva ogni volta. Lui però aveva un altro lavoro in corso e mandò il figlio, che sempre lo seguiva e collaborava con lui. Il giovane tecnico venne e notò un insolito affaccendarsi premuroso intorno a me, come se necessitassi di sostegno. Mi chiese se mi fosse successo qualcosa e gli raccontai l’esito della radiografia. Lui mi chiese: «Ma ha consultato qualche altro medico?». Risposi che in realtà non ci avevo neppure pensato. Allora lui mi disse che il padre aveva avuto il medesimo problema: una radiografia mostrava degli “addensamenti parenchimali”, cosí li avevano chiamati. A quel punto il padre, che aveva aggiustato il televisore proprio a uno pneumologo, il professor Cardaci, si era rivolto a lui ed era risultato che quegli addensamenti erano solo il risultato di una vecchia polmonite. Niente di preoccupante.
Sentito quel nome, ricordai che conoscevo bene quel medico, perché era il fratello della moglie di mio cugino, ed ero andata molte volte a casa sua al mare… Stranamente non avevo capito che fosse pneumologo, credevo che fosse pediatra, dato il suo interessamento alla salute dei vari ragazzini, compresi i miei, che si riunivano in quella casa per godere di un po’ di mare, sempre ben accolti.

Lo contattai, facendomi riconoscere. La prima prova che passai fu quella del soffio, per vedere la capienza polmonare. Dopo un attimo il medico disse che se avessi avuto qualcosa di serio non avrei avuto tutto quel fiato! Poi mi fece un controllo approfondito, con una stratigrafia del torace, a seguito della quale si evidenziò che sicuramente anch’io avevo avuto una precedente polmonite, o una broncopolmonite, e quelle che si presentavano erano le aderenze che ne erano seguite. Mi diede un antibiotico e dopo tre giorni la tosse era sparita. Naturalmente avevo avvertito l’Ospedale Gemelli che la camera operatoria non era piú necessaria, e lasciai il posto a chi ne aveva veramente bisogno. Ora, io posso immaginare a quanti può essere stata fatta la stessa diagnosi, e magari, poveretti, non hanno avuto il tecnico della televisione ad allertarli…
Ho raccontato questo perché sto constatando in quest’ultimo periodo un aumento di persone amiche le quali, a seguito di controlli fatti, pur stando bene, sottolineo stando bene, hanno avuto referti drammatici che potrebbero destare qualche interrogativo, o sospetto. Ricordo un vecchio medico naturista, il dottor Sansanelli, che aveva a quell’epoca lo studio vicino al nostro negozio. Un giorno mio marito Fulvio non si sentiva bene, forse per un inizio di influenza. Chiese un appuntamento che fu subito dato, e quando entrò, il medico gli chiese cosa avesse. Lui rispose che si sentiva male. Sansanelli ribatté: «Come male? E viene qui con le sue gambe? E sta in piedi? Chi sta male sta a letto e non si può muovere, lei sta benissimo!». Gli diede un integratore naturale e da quel momento divenne per Fulvio il suo medico di riferimento. Una persona veramente speciale.
Secondo Massimo quindi, portare l’oblío sul male è un potente segreto, è un invito alla Natura a fare lei, che è madre e sa cosa è meglio per noi. Naturalmente c’è anche il caso di un male effettivamente drammatico, non voglio generalizzare, e a quel punto è giusto consultare un medico e fare i necessari accertamenti. Ma se stiamo bene, perché sottoporsi a tutti quegli esami e attendere un risultato che spesso può essere alterato per fini non proprio altruistici? Sappiamo come oggi la Sanità sia in mani che guardano soprattutto al profitto! O ci siamo dimenticati di cosa abbiamo dovuto subire nel periodo della pseudo-pandemia?
Soprattutto, perché voler mettere, al primo lieve malessere, il nostro fisico nelle mani di altri, aspettando da fuori l’intervento salvifico? O prevenire addirittura qualsiasi eventuale malattia con esami dei quali al momento non ci sono segnali che li renda necessari? Non abbiamo noi i mezzi di lavoro interiore per cercare di fronteggiare al meglio quei disturbi che a volte hanno cause psicosomatiche?
E dunque, non dobbiamo fare il gioco dell’Ostacolatore, respingendo sia gli attacchi che ci colpiscono dall’esterno, ai quali porre rimedio con la fantasia creatrice, sia quelli che creiamo noi dall’interno, con le nostre insicurezze e paure. Se siamo dei discepoli operosi, la prima reazione da mettere in atto di fronte entrambi gli attacchi è la disciplina interiore, la fiducia del Divino e nella saggezza del Karma, e non ultimo la preghiera.
Marina Sagramora
