
Il viale dei cipressi a Bolgheri
I cipressi che a Bolgheri alti e schietti
van da san Guido in duplice filar,
quasi in corsa giganti giovinetti
mi balzarono incontro e mi guardar…
Giosuè Carducci – “Davanti a San Guido”
Nella poesia del Carducci, appena accennata al suo inizio, il poeta continua ricordando l’infanzia sua passata, e un oggi dove preoccupazioni e tormenti dell’animo hanno preso il posto della spensierata fanciullezza trascorsa a Bolgheri.
Questo per introdurre ciò che sarà il tema di questo articolo di Botanima: il Cipresso. Il Cipresso è una conifera della famiglia delle Cupressacee, ve ne sono diverse varietà: il Cipresso di Lawson, dai ciuffi di foglie che all’apice hanno un color bianco crema, cosí pure il Cipresso di Hinoki, quello di Sawara, di Goa, il Cipresso del Kashmir, che proviene dall’Himalaya; dalla California è invece originario il Cipresso di Monterey e infine il nostro Cipresso italico che nella varietà conosciuta come “Stricta”, nella sua forma a cono fusiforme, dona una caratteristica fisionomia al paesaggio e viene comunemente piantata nell’area mediterranea. È il Cipresso che connota le colline del senese, la Toscana in generale, le rive del Lago di Garda, e tante altre località dove quest’albero cresce.

Il Cipresso “orizzontale”
Originario dall’Asia ha trovato però un habitat ideale nel Mediterraneo, insieme alla sua varietà horizontalis, un Cipresso dalla grande chioma espansa.
Albero che si adatta a terreni di ogni tipo e natura, vive dal livello del mare fino a 700-800 metri, secondo la latitudine, albero che può raggiungere i 20-30 metri di altezza e arrivare ad una età molto longeva.

Le “coccole” del Cipresso
È un sempreverde, le foglie di un bel verde scuro, tronco eretto, corteccia grigio-bruna, il legno per la sua incorruttibilità veniva usato anticamente per fabbricare casse in cui conservare cose preziose. Un altro uso del suo legno era di farne scaffalature e armadi per biblioteche, dove raccogliere volumi e manoscritti, questo perché il legno di Cipresso, fortemente resinoso e profumato, tiene lontani i tarli e le tarme, che non lo attaccano. Il frutto globoso, detto “galbula” o “coccola”, è costituito da squame legnose a forma di scudo.

Entriamo ora nel mito, tradizione e leggenda di questo albero che già dalla remota antichità ha accompagnato la storia dell’uomo. L’albero del Cipresso è originario dell’Asia; gli antichi popoli della Persia vedevano in quest’albero, che si innalza con la sua punta verso il cielo, il rappresentante vegetale del fuoco generatore. Il Cipresso era il primo albero del paradiso persiano, Zarathustra, che lo piantò sulla terra, vi vedeva l’immagine stessa di Ahura Mazda; ecco perché si trovava il Cipresso davanti a tutti i templi consacrati al fuoco, nella corte del palazzo reale e nei suoi giardini, nei rilievi e nelle raffigurazioni sacre, pure nei tappeti che ricoprivano le sale era raffigurata la sua stilizzazione, cosa che prosegue tutt’oggi nelle tessiture che provengono da quelle località.
Dall’Asia il Cipresso passò a Cipro, che avrebbe da esso preso il nome. In quest’isola l’albero di cipresso si adorava sotto il nome fenicio di “Beroth”, e rappresentava una dea ctonica. La credenza di una dea personificata in quest’albero era diffusa in Oriente. Il Cipresso era sacro ad Astarte, variante fenicia della dea madre Ishtar.
In Grecia Silvano, il dio della vegetazione, veniva raffigurato con in mano un ramo di Cipresso, anche il mito di Ciparisso, trasformato in quest’albero da Apollo, fa parte della tradizione di quei tempi. Albero sacro a Plutone, albero caro al culto dei defunti ma che allo stesso tempo simboleggia l’immortalità; il Cipresso era piantato sulle tombe, del suo legno ardevano i roghi funebri e veniva posto all’ingresso delle case dove avevano abitato i defunti.
Pausania ricorda molti boschi di Cipressi, boschi che per i Greci avevano un carattere sacro; quest’albero era sacro a Venere Melania, Esculapio, Apollo, Ermete e Rea. Nell’isola di Creta si diceva che i Cipressi avessero, per dono divino, il privilegio di rispuntare dopo esser stati tagliati.
I poeti latini videro invece nel Cipresso solo un albero triste; Orazio parla di quegli alberi che ornavano le tombe con accenti di mestizia, Virgilio tratta di quest’albero trattandolo sí come albero sacro, ma pur sempre come una pianta oscura (atra), e funebre (feralis), e cosí lo stesso Ovidio nelle sue prose.
Si è poi detto di come per gli Etruschi il Cipresso fosse legato al culto dei morti e questo era cosí profondamente sentito, che i posteri diedero a quest’albero, specialmente in Toscana, l’appellativo di “Cipresso Etrusco”. Ancor oggi del resto molti dei viali che conducono ai camposanti sono contornati da Cipressi. Stendhal ricorda nella sua opera Passeggiate romane di come questi alberi segnassero il paesaggio romano insieme ai pini e alle querce, poi dei Cipressi che fiancheggiavano in lunghe file la Basilica di San Paolo.
Infine anche poeti quali il Leopardi, nelle Rimembranze e il Foscolo nei Sepolcri, trattano di questo albero.

In medicina le parti del Cipresso e il loro beneficio sulla salute erano già note nell’antichità, anche la moderna Fitoterapia ne usa tinture ed estratti fluidi per la cura dell’enuresi notturna, in composti contro le emorroidi, e in preparati impiegati nel trattamento sintomatico dell’insufficienza venosa degli arti inferiori. Come decotto ha un’azione balsamica nella tosse, e come pomata cura varie problematiche cutanee, dermatiti, piaghe, ulcere. Dalla distillazione delle foglie si ottiene l’“oleum cupressi” usato nell’industria farmaceutica.
Jean Valnet, il padre della fitoaromaterapia moderna, in un suo testo pone il Cipresso come possibilità di cura su due ceppi di cancro.
Davirita