Paura di vivere e coraggio di amare

Considerazioni

Paura di vivere e coraggio di amare

The Blues Brothers

 

“Everybody needs somebody to love”: tra piroette e saltelli stril­lavano in una canzone d’oltre oceano oramai datata i Blues Brothers, vivacemente impegnati nell’omonimo musical. Un successo di buo­na fattura, un rhytme ‘nd blues scatenato, con foga e verve appro­priati, capaci di accendere entusiasmi anche nei nostalgici del valzer viennese.

 

Ma veniamo allo spunto. Certamente abbiamo tutti bisogno di qual­cuno da amare; certamente abbiamo bisogno di essere amati; e sicu­ramente siamo convinti che nell’amare qualcuno o qualche cosa, sia do­veroso e necessario venire ricambiati. Altrimenti che si ama a fare?

 

Cosí vorrebbe una logica di questo mondo; tale appare, e dura fin­tanto che non si comprende come essa sia tutto e di piú, fuorché logica.

 

Il sentimento d’amore non è un registro contabile; il buon frate Luca Pacioli, nel creare la partita doppia del dare e dell’avere, non avrebbe mai osato immaginare che un giorno, neppure troppo lontano, pure nel sentimento d’amore l’essere umano avrebbe inserito l’obbligo del pareggio: un recupero, un rientro, se non qualitativo, almeno quantitativo, che, dal punto di vista pratico – lo dicono gli esperti – è ancora meglio.

 

Non voglio sostenere che questa concezione una volta acquisita, sia del tutto sbagliata: se ha preso fondamento, se si è consolidata, una ragione ci sarà. Qui desidero rilevare che nel prenderla per punto di riferimento, assumendola ad orientamento delle nostre aspirazioni affettive quale fosse il benchmark di una Borsa Valori prestigiosa, noi finiamo per perdere – e difatti stiamo perdendo – gli strumenti indispensabili atti a progredire nel senso evolutivo e nella giusta direzione.

 

Alcuni amici mi chiedono: «E quale sarebbe ‘sta tua giusta direzione?». Io rispondo: «Quella attesa; quella che siamo venuti qui per realizzare sulla terra». Mi hanno guardato come si guarda un fantasista, per non dire un imbonitore, e mi hanno ribadito che da una simile affermazione, io andrei ad inficiare la libertà umana, e, in qualche modo, indurrei gli altri (in sostanza, loro) a condurre l’esistenza entro i limiti angusti di un tracciato prefisso, di cui si sa poco o nulla, e la cui esistenza non è garantita né tanto meno com­provata dalla scienza e dalla moderna cultura.

 

Motivi questi, del tutto inutili da riversare su un fantasista/imbonitore, dal momento che sono gli arnesi del suo mestiere; ma spesso l’impulso di contrastare fa perdere di vista la dimensione dell’obiettivo.

 

Beh, comunque non ho di che lamentarmi: ho seminato poco, e poco ho raccolto. Perciò adesso tenterò di spiegarmi meglio. Se mi ci metto, a volte riesco. Quando pensiamo o parliamo d’amore, cosa intendiamo dire? A quale tipo d’amore ci riferiamo? Conosco la risposta; me la sono data anch’io. Noi intendiamo sempre l’Amore vero, quello con la “A” maiuscola; né piú né meno. Se c’è possibilità di scelta, è umano esigere il meglio. Mi sembra giusto. Ma il meglio secondo chi?

 

Da molto tempo in qua, a costo di ripetermi, sostengo che il cosiddetto individuo, ovvero l’uomo sin­golo, è tutt’altro che singolo; in lui si agitano numerose tendenze, disposizioni, aneliti e fobie. Non tutti sono riconoscibili, alcuni si svelano quotidianamente, altri restano nascosti, anche per lungo tempo, e poi, tutto d’un tratto, saltano fuori con una forza difficilmente immaginabile.

 

“Individuus”, quindi, sí, ma tutt’altro che unità indivisa-indivisibile.

 

Con una sintesi approssimativa, ma realistica, dobbiamo ammettere che in noi trovano convivenza (o meglio la cercano) almeno due centri di potere, di comando, che s’alternano alla conduzione della vita psicofisica, ora prevalendo uno sull’altro, ora procedendo in apparente accordo, altre ancora contrastandosi in modo spietato e provocando lacerazioni interiori, profonde e indelebili. Il tutto all’insaputa della nostra coscienza che, ingenuamente, continua a credersi d’essere sempre la stessa: vigile, intellettivamente sveglia, capace di non subire pressioni o condizionamenti da forze esterne: pronta a reagire unitariamente in tutte le situazioni, capace di trovare ogni volta l’obiettività nelle vicende umane complesse e intricate. Ma chi è che glielo fa credere?

 

Un’unica cosa: esistono forze sconosciute, quelle che, proprio per essere sconosciute, non esistono né per la coscienza, né per altri organi di percezione. Ma ci sono, e agiscono indisturbate.

 

Per quel che mi riguarda, sono in grado di riconoscere soltanto una delle suindicate manifestazioni at­tribuibili alla coscienza: quella della “pronta reazione”; ma tale riconoscimento non mi aiuta a capire come sono nella mia totalità; la “pronta reazione” non solo svaga l’ indagine, ma segna spesso l’accendersi di una miccia nella polveriera della terrestrità. Storicamente provato.

 

Nelle scienze psichiche spesso vengono nominate “l’in-coscienza”, “la sub-coscienza” e in altri casi si parla anche di una “super-coscienza”. Abbiamo quindi una centrale interiore stratificata, una specie di multilevel, di cui metà avvolta nelle tenebre perenni e l’altra…. nella nebbia fitta.

 

Amore adolescente

 

Ben poco, troppo poco, per parlare d’Amore. Di amoric­chio, amorucolo, amoruccio, forse; ma d’Amore no. Proprio no. Infatuazioni, flirt, attrazioni, invaghimenti, desideri, pas­sioni: questo è l’ordinario livello delle manifestazioni d’amore umano dell’epoca: piú onestamente, per capirci meglio: sem­plice brama dell’altro. Un desiderio di possesso, esprimibile in mille forme, a cui poi, con una certa prosopopea, conce­diamo il titolo di “amore”.

 

Sembra perciò giustificato chiedersi, di fronte ad un qual­sivoglia moto d’affetto, da qual parte esso derivi, quale sia la sua natura, e se siamo certi che abbia i requisiti minimi per far­ci pensare, decidere scegliere e agire, in modo autonomo. Perché se è brama dell’altro, non è amore; è pulsione egoica; e le pulsioni egoiche, come tutte le falsità, hanno le gambe corte; non vanno lontano, non costruiscono. Danneggiano, provocano disastri; e lasciano vittime e rovine.

 

Non volendo ammettere d’essere noi cosí autolesionisti, dovremmo allora pensare all’esistenza di una forza (sconosciuta e inconoscibile) che ci muove a suo piacimento, ci fa fare le cose, dalle piú comuni a quelle piú strambe, come un manovratore invisibile muove le sue marionette nel teatrino. E tutto ciò che noi di conseguenza compiamo sul palcoscenico del mondo, credendolo espressione diretta di una nostra univoca volontà, altro non è che una beffa, un recitazione aliena in cui siamo protagonisti inconsapevoli, o quanto meno estraniati ad una qualunque avvertenza in merito?

 

Sarebbe una visione estremamente sconfortante, e altrettanto ingiusta. Noi siamo venuti qui per agire, forse anche per soffrire, ma non per subire forme occulte o palesi di dittatura; obbediamo a leggi, norme e regole, quando – dopo lunga e ponderata riflessione – le consideriamo valide e utili per il comune benes­sere e per il progresso di tutti. Per lo meno, è cosí che dovrebbe funzionare. Se ci imponiamo di seguire soltanto le leggi, le regole e le norme a noi opportune e comode, creiamo la prima incrinatura nel grande apparato delle relazioni umane e del tessuto sociale, che prima o poi diventerà ingestibile, fino a franarci sotto ai piedi. Ci lascerà costernati, delusi e rabbiosi, senza la minima idea che tutto ciò possa essere effetto di una crisi di coscienza e quindi causa di un seguente imbarbarimento generale.

 

O prendiamo saldamente nelle nostre mani le redini del destino, oppure le rimettiamo in quelle dei Ma­novratori Occulti. Che avranno di sicuro anche loro i programmi da svolgere, non certo però collimanti col nostro, anzi, decisamente contrari.

 

In effetti, per restare in tema, sembra evidente che, ove la coscienza scivoli nella sub- o in-coscienza, anche l’umano parimenti capitombola nell’in- o nel sub-umano (per una “super-coscienza” si sta già prov­vedendo con l’A.I.).

 

Tutto ciò porterà un beneficio anche al sentimento d’amore? L’antica visione romantica che aveva intuito nel cuore il nobile tabernacolo, il fulcro stimolatore dei sentimenti e degli affetti piú elevati, verrà soppiantata da una concezione rivoluzionaria, che la farà sparire, come il sistema tolemaico sparí, sop­piantato da quelli di Galilei e di Copernico? Si può agire contro un tale pericolo?

 

Sí che si può; non solo si può, ma si deve. Non prima tuttavia di aver avvertito, veduto, compreso e va­lutato il pericolo; decidendo poi come e in quale misura contrastarlo.

 

Il pericolo avendo questa particolarità: se non lo vedi, ci caschi dentro.

 

Ancora una volta quindi dobbiamo ricorrere al pensare: cercare nella sua intima essenza la qualità ori­ginaria, quella che ormai compare sempre meno, perché lasciata all’inquinamento e alla corruzione dell’ani­ma, mediante una serie di continui cedimenti spirituali, che di certo non operano in favore dell’umano.

 

Nessuna regola, nessuna legge ha mai sostenuto che l’agire deve essere sempre e solo un agire esteriore; anzi, qualunque disciplina corredata ed esperita nel buon senso, ci fa capire con una certa prontezza, che prima di intraprendere un’azione, è necessario pensarci su, anche piú di una volta. Altrimenti la nostra azione rischia di essere un effetto psichico, se non psicotico, e il suo ingresso nel mondo dei fatti non sarà certo condiviso, né approvato, da quanti ne saranno coinvolti: si porterà pertanto ulteriore disordine e ten­sione nervosa in una umanità che, a volte, sembra non aspetti altro per deflagrare senza controllo.

 

Timori e fobie

 

Di conseguenza, quando l’anima dell’uomo, anziché quell’ac­celeratore di virtú che avrebbe dovuto essere, diventa un guazza­buglio di soggezioni, timori e fobie che la dilaniano senza sosta, la ricerca della forza originaria del pensiero non solo non è piú sostenibile, ma è praticamente inconcepibile.

 

Le nostre tre facoltà maggiori, del pensare, del sentire e del vole­re, sono volta per volta in balía di ciò che deriva da questo scontro di rivalità intestine, avvertite solo negli effetti secondari, e mai nelle cause, pur perfettamente rappresentative di quel che siamo. Perché una cosa è ciò che veramente siamo, un’altra è ciò che ci piacereb­be essere, e un’altra ancora è ciò che stiamo diventando quando i primi due slanci procedono affrontandosi in lotta senza posa.

 

Non ci si inganni per il fatto che tali contrapposizioni interiori costituiscono la dinamica permeante l’umano e lo rendono in qualche modo pensatore volente ed agente in proprio: si potrebbe credere che un simile dissidio non possa restare inavvertito; ma invece tutto può verificarsi col tempo e lo spazio necessari a creare le abitudini; un sassolino nella scarpa lo si toglie da subito perché la percezione del fastidio e la sua soluzione sono istantanee. Ma per un’alterazione della cute in una zona del corpo, non esposta a sguardi altrui, come per altri sintomi che si manifestano in modo debole, lento, intermittente, ma progressivo, si può accettare il compromesso; si rimanda sine die la cura, e si dà per scontato che prima o dopo verrà il momento opportuno per rimediare.

 

Succede invece che. applicando la strategia del differimento, s’incomincia a convivere col proprio fa­stidio, al punto che l’accettazione supina di questo fa perdere anche la sua percezione e quindi ci si auto-convince che, tutto sommato, è possibile anche andare avanti senza far nulla, in quanto il male è lenibile, se non neutralizzabile, grazie ad un piccolo sforzo di sopportazione quotidiana, per cui non ci si deve pre­occupare troppo.

 

Come la goccia scava la pietra, cosí la pseudo-virtú dell’“accetta-oggi-che-ti-passa-domani“, non risolve nulla; al massimo, anestetizza, riduce la sensazione, l’annienta. In fondo, respiriamo aria impura, ci riem­piamo i polmoni col fumo, ingeriamo alcoli e cibi manipolati, eppure campiamo ugualmente; e le malattie, quelle piú gravi e perniciose, sembrano capitare un po’ a tutti, quasi a casaccio, senza meriti o demeriti; le statistiche non indicano particolari riferimenti ad eventuali omissioni e trascuratezze igienico alimentari. Si giunge a pensare cosí.

 

Gaber Polli allevamento

 

Questa induzione, che si assorbe poco a poco, come si assorbono i veleni dell’atmosfera inquinata, del fumo e dell’alcool, per non elencare ulteriori for­me autolesionistiche, appare, in una valutazione sbrigativa, frutto di decisione per­sonale; invece a tutti gli effetti rientra in un conformismo di massa, tanto piú pe­ricoloso quanto incosciente; una legge non scritta che esige l’omologazione de­gli esseri, sopprimendone l’elemento individuale, per poi sfruttarli a piacimento. Giorgio Gaber, in un album del 1978, intitolato (guarda caso!) “Polli di alleva­mento”, colse tale situazione e la denunciò con la sua verve caustico-canora.

 

Ma l’elemento individuale non è sopprimibile; come il pensiero, di cui è l’ar­to, esso è il portatore della libertà che non conosce ripiego o alterazione; cosa che invece l’anima diseducata tenta di continuo predisporre, onde procurarsi la sua dose di momentanea felicità esistenziale.

 

Situazione che prima avvilisce e poi altera e infine annienta il formarsi del reale sentimento d’amore.

 

È un fatto che oggi nessuno denuncia piú; e non perché sia cessato, e non sia piú denunciabile; ma per­ché gli eventi e le situazioni tessenti le trame dell’odierna attualità sono tutti cosí talmente incolpabili, che il mondo intero sembra essersi trasformato in un’enorme sala di Tribunale, affollata come nel primo giorno di un processo fantascientifico; uno di quelli che non solo eccitano al massimo grado curiosità, scandalo, clamore e dicerie, ma soprattutto in cui i grandi registi occulti, preposti a fomentare il caos, la nervosità, e le fobie nel regno umano, sguazzano imperterriti, impuniti, confondendo, nell’affannoso accavallarsi dei pro e dei contro, anche l’osservatore piú vigile e perspicace. Assorbiti, atterriti, stravolti dagli effetti del macroscopico on line – che comunque continuiamo ad ammirare, riverire e sollecitare – non avvertiamo piú l’intorbidirsi dell’anima e l’indurirsi del cuore, che se ne ammala e diviene sempre piú incapace d’amore vero.

 

Quindi il problema del giorno potrebbe inquadrarsi nel seguente modo: se non siamo piú in grado di trovare nel pensiero quell’originaria essenza d’amore, dalla quale è scaturito (e sempre continua a sca­turire); se il nostro cuore si è talmente avvizzito da non percepire sentimenti diversi da quello di volersi impossessare degli affetti altrui, per goderseli esclusivamente in forma corporea deprivata di forza spiri­tuale; quale senso avrebbe parlare ancora di evoluzione?

 

Nonostante le moderne risultanze della scienza e quelle avanzate della filosofia, credere che l’evolversi di una forma vivente possa prodursi correttamente senza l’amore, non solo è follia insana e presuntuosa, ma è pure sintomo di una profonda, abissale ignoranza, che nel corso di secoli e millenni non ha voluto vedere ciò che invece stava sempre presente, sotto gli occhi di tutte le creature d’ogni ordine e grado; una esperienza dell’anima compientesi nell’intimo recesso individuale, da cui la vicenda biologica dipende: una relazione che ad un certo punto di maturazione avrebbe dovuto essere folgorante.

 

Sfolgorò infatti, per una volta, due millenni e pochi anni or sono. Nulla poté impedirlo: l’umanità tutta o ne rimase folgorata, continuando a vivere in cecità allo Spirito, oppure cominciò a sfolgorare quel mes­saggio d’Amore, sul piano umano, rinnovando per minimis l’evento ab maximis.

 

Le avversità e le difficoltà dell’esistenza, hanno il compito di far riflettere l’uomo saggio. Ma non l’uomo che ha lasciato spegnere la fiamma del cuore e che altro non crede se non alle fandonie, subdole e indecorose, profuse dalle forze ostacolatrici impossessatesi della sua interiorità.

 

Amare veramente è dare il meglio di sé all’essere che si ama, senza mai chiedere nulla in cambio; questo è il coraggio: il coraggio di amare. Che è il coraggio dell’Amore.

 

Decaduto da tale livello, reinterpretato, maneggiato secondo personali, soggettive tensioni alimentate dall’ego e dalle forze oscure che vi si annidano, questo coraggio si trasforma nel suo opposto, cioè nella paura di vivere, di contro alla quale qualsiasi svolgersi evolutivo diviene improbabile se non impossibile.

 

Perché se il coraggio di amare è il primo motore della vita, intesa in tutte le sue accezioni, capace di superare i limiti posti dalla natura, la paura di vivere è il catalizzatore della morte, che ogni ora, ogni giorno, scava la fossa di questa umana possibilità.

 

 

Angelo Lombroni