Versione A

Parsifal davanti al re Titurel e ai Cavalieri del Graal
In Parsifal emerse un sentimento profondo quando, dopo l’incontro con Titurel, ebbe quelle esperienze di cui abbiamo parlato. In lui sorse un sentimento di vergogna intimo e profondo. Questo senso di vergogna lo pervase completamente. Aveva attraversato la catarsi e pensava di essere ormai cosí buono e puro da poter essere accolto ed entrare a far parte del seguito del Maestro dei Maestri, il Cristo. E in questo sentimento di vergogna ricordò le parole del Cristo: «Perché mi chiami buono? Nessuno è buono. La bontà appartiene solo a Dio» (Marco 10,18 e Luca 18,19). E ora sapeva quanto fosse ancora profondamente imperfetto e quanto avesse ancora da imparare nella sua ricerca del bene, quanto gli mancasse ancora per essere buono.
E un secondo sentimento, il sentimento della paura, lo sopraffece. Credeva di averlo superato da tempo. Era anche un tipo di paura diverso da quello che aveva conosciuto in precedenza. Era il sentimento della propria piccolezza e debolezza come essere umano che lo sopraffaceva di fronte all’essere divino sublime, quando lasciava vivere nella sua anima la seconda parola di Cristo: «Siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste» (Matteo 5,48). Queste due frasi devono vivere nell’anima di ogni esoterista.
L’esoterista non deve vivere secondo un solo principio, ma secondo due. Innanzitutto deve accendere nella sua anima la piena dedizione al divino. In questo modo si sviluppa la consapevolezza: non è buono ciò che si fa, ma bisogna sempre tendere a diventare piú perfetti. Dobbiamo guardare al divenire nella nostra anima. Nel divenire vive il Dio. Se arriviamo ad agire in modo buono e nobile, allora è il Dio in noi che è buono. Il Dio che ci fa agire in modo buono e nobile è il nostro archetipo stesso, che ci ha creati. Dobbiamo diventare la piena immagine di questo archetipo.
In tutto ciò che facciamo, per quanto nascosto, c’è un motivo egoistico. Dobbiamo renderci conto che non possiamo essere altruisti. È il karma mondiale che ci fa agire in modo egoistico. Ma il karma mondiale è Dio. Tutto ciò che Dio è e fa come bene, è migliore di quanto potremmo fare noi stessi. E l’esoterista dovrebbe dire a se stesso: se compio un’azione che mi sono imposto come dovere, la compio al meglio delle mie forze, secondo la direzione che sentiamo dentro di noi, e la compio dicendomi che è il divino che agisce in me a compiere questa azione, io sono solo lo strumento di questo divino che agisce in me; allora l’esoterista si sviluppa in base al secondo principio: gli si rivela il Sé superiore nella sua ricerca della perfezione.
Ci sono tre rivelazioni del Sé superiore: la prima attraverso il sogno, la seconda attraverso l’intuizione e la terza attraverso la meditazione. Se l’esoterista ha vissuto a lungo nelle sue meditazioni, se ha cercato ripetutamente di vivere nei suoi pensieri, nelle sue parole e nelle sue azioni secondo il primo principio appena descritto, se ha cercato ripetutamente di includere nella sua ricerca l’essere buono, allora arriva un momento in cui gli diventa chiaro: se mettessi da parte tutta la gioia e tutta la sofferenza che ho provato finora dentro di me, sarebbe come se mi circondassero dall’esterno come qualcosa di spirituale e animico; non vivo piú in ciò che ho messo da parte, non sono piú toccato dalle onde del dolore e della gioia. Allora il discepolo deve imparare a rimanere saldo al centro della propria esistenza, vivendo interamente nella forza del mantra: Ex Deo nascimur. In questo modo il discepolo integra nella propria umanità il Sé superiore, il secondo principio [dell’Io], che non è in noi, quindi non può essere trovato semplicemente meditando su noi stessi, ma può essere raggiunto solo superando noi stessi.
Attraverso gli esercizi stimoliamo in noi stessi una forza che altrimenti agisce in noi piú come forza della memoria e che risveglia le immagini, i sentimenti e le sensazioni che in passato erano stati stimolati dalle cose e dagli eventi del mondo esterno, ormai passati. Il discepolo impara a conoscere questa forza come una forza a sé stante; impara a organizzarla nel cervello, in modo da crescere finalmente verso il Sé superiore che aleggia sopra di noi.

Il discepolo vive ora in questa forza appena acquisita. Tutto ciò che è esterno, sia esso sofferenza o gioia, gli appare ora come al di fuori del suo centro. Egli è saldamente in se stesso, libero da tutte le influenze esterne; si sente libero in se stesso e libero da tutto ciò che è esterno.
E il discepolo percepisce anche qualcos’altro. Ha già appreso gli insegnamenti del karma. Ora sa di essere soggetto alla necessità degli effetti karmici. In questa forza rinnovata sperimenta il Sé superiore che lo ha portato all’esistenza attraverso la nascita, e comprende come ciò che si manifesta nel mondo esterno nel suo destino debba essere determinato dalla necessità operante delle forze karmiche. Questo gli dà una certa gioia di fronte al dolore e alla sofferenza. Affronta tutto con serenità.
Quando il discepolo ha raggiunto questo stadio del suo sviluppo, giunge alla contemplazione e quindi alla consummatio del Sé superiore. A questo punto, i suoi occhi e le sue orecchie spirituali sono allenati e iniziano a funzionare, se egli continua a dedicarsi agli esercizi con pazienza, perseveranza e concentrazione. Impara a vedere il mondo luminoso degli esseri spirituali e l’essere spirituale della volontà che gli risuona dall’armonia delle sfere, udibile dalle sue orecchie spirituali aperte. E sa che non è attraverso il suo organismo fisico che può avere queste esperienze nel mondo spirituale. Nell’esperienza del pentagramma si sente immerso nel grande insieme del mondo etereo e spirituale.
L’intero disegno, questa scrittura occulta, ha un effetto risvegliante sull’anima e liberatorio per lo Spirito. Il discepolo dovrebbe ripeterlo continuamente davanti agli occhi dell’anima e sperimenterà come forze sempre nuove crescano nella sua anima.
Abbiamo visto come Parsifal, in piedi, solo, davanti a Titurel, abbia vissuto le esperienze che trovano espressione in questo testo occulto. In esso è espressa tutta la saggezza cristiana, tutto il mistero cristiano che avvolge il Santo Graal. La saggezza misterica dell’epoca precristiana è come una pianta da serra, che si rivelava solo a pochi eletti; ciò che il resto dell’umanità ha ricevuto è stato il contenuto di fede delle diverse religioni. Ma la saggezza del Graal, la saggezza cristiana, è un mistero rivelato a tutti come conoscenza, ma a nessuno come mera fede. Tutti i discepoli dell’esoterismo occidentale sono Parsifal.
Lohengrin è figlio di Parsifal. È una personalità la cui vera natura non è pienamente espressa nella sua forma fisica. Il cigno simboleggia l’individualità superiore che lo trascende. Lohengrin si unisce a Elsa, l’anima umana. Lei non gli chiede da dove viene, non riflette sulla sua natura, lo accetta e riceve con gratitudine e umiltà i suoi doni, finché, istigata dall’esterno da calunnie secondo cui lui non sarebbe di nobili origini, gli chiede di dimostrarle la sua discendenza. A quel punto

L’arrivo di Lohengrin portato dal cigno
Lohengrin deve allontanarsi da lei. Scompare salendo nel mondo spirituale.
Il sentimento di gratitudine dovrebbe essere quello che il discepolo porta e nutre dentro di sé come sentimento principale per ciò che gli viene donato dai mondi superiori in questa incarnazione. Non dovrebbe indagare, cercare e interpretare questi doni con la normale comprensione terrena. Perché cosí facendo il Sé superiore si ritira dalla sua anima. Il destino di Elsa ci offre un profondo monito. Non dobbiamo lasciare entrare alcun pensiero esterno, alcun sentimento o sensazione del mondo esterno nel santuario della nostra meditazione e concentrazione; altrimenti quella sorgente di forza attraverso la quale raggiungiamo la crescita e l’innalzamento delle nostre forze umane verso il Sé superiore non viene stimolata, non possiamo trovare il Sé superiore, che continua a ritirarsi davanti a noi. Nella contemplazione, isolati da tutte le impressioni esterne, soli nel silenzio e nella meditazione piú profondi, riposando nella solitudine piú profonda, dobbiamo osservare l’influenza del Mondo Spirituale su di noi nei suoi effetti, dobbiamo lasciarlo agire in noi in silenzio e purezza, per diventare cosí gradualmente noi stessi conoscitori della verità, strumenti delle azioni degli esseri spirituali.
Rudolf Steiner (1. continua)
Conferenza tenuta a Monaco il 30 agosto 1909.
O.O. N° 266/a – Traduzione di Marco Allasia.
