Il sorriso degli dei

Arte

Il sorriso degli dei

Chi legge per la prima volta un libro di Massimo Scaligero resta colpito dalla complessità del linguaggio da lui utilizzato. Bisogna soffermarsi su ogni paragrafo, rileggerlo con calma e cercare di capire cosa il Maestro volesse trasmetterci. Si tratta ovviamente di uno stile voluto, utile per farci eseguire un esercizio spirituale durante la lettura: dobbiamo concentrarci su ogni parola, cercare di svelare il significato della frase. Lentamente.

 

Dell'Amore immortale

 

Mi aveva molto colpito il fatto che Lui raccontò, non ricordo però a chi o dove, che quando stava scrivendo Dell’Amore immortale (Tilopa ed. 1963), un testo di 316 pagine di una immensa profondità espressa in ogni riga, non riusciva quasi a trascrivere con la penna i pensieri che gli arrivavano uno dietro l’altro con una rapidità incredibile.

 

L’Amore immortale di Dante e Beatrice

L’Amore immortale di Dante e Beatrice

 

Il che, per chi abbia letto questo meraviglioso libro, è stupefacente: come può un essere umano, anche se particolarmente evo­luto, scrivere “di getto” tan­te pagine cosí eccezionalmente complicate e profonde? Profonde al punto tale che il lettore può soffermarsi su tre righe e meditarle per giorni interi avendo ancora qualcosa da scoprire e capire.

 

Il sorriso degli dei

 

Esiste però un libro postumo, Il sorriso degli dèi (Tilopa ed. 1987) curato da Enzo Erra, che raccoglie alcuni articoli che Scaligero scrisse su quotidiani e riviste dal 1929 al 1970. Il linguaggio che ha qui utilizzato è decisamente piú scorrevole e apparentemente semplice, poiché il pubblico a cui si rivolgeva era ovviamente differente da quello che va alla ricerca dei suoi testi di Scienza dello Spirito.

 

Chi conosce almeno un poco il pensiero di Massimo (con un brivido mi permetto di chiamarlo affettuosamente cosí) trova anche dietro questi raccontini degli insegnamenti e delle indicazioni in merito alla strada da percorrere. I suoi articoli spaziano nei piú diversi campi dell’attività umana, ma ve ne sono alcuni dedicati proprio all’arte.

 

Cosí scrive Enzo Erra nella prefazione del volume: «Scaligero non chiudeva mai il flusso piú elevato del suo pensiero, e riusciva a farlo scorrere anche nei “pezzi” che ogni altro avrebbe considerato di ordinaria amministrazione e avrebbe “confezionato” senza badarci troppo. Ma per lui nessun atto della vita era di ordinaria amministrazione e nessun impegno era secondario. E in tutto quel che faceva e diceva, in un articoletto occasionale, nella discussione con un collega o con un amministratore, nelle parole scambiate con un operaio in tipografia o con uno sconosciuto al bar, inseriva lo stesso filo conduttore che poi faceva passare attraverso i suoi scritti maggiori, le sue opere piú complesse, le sue conversazioni piú alte. E richiamava quindi, anche con un rapido lampo, la forza spirituale che in lui si esprimeva costantemente: perché nessuna parola restasse inutile, e nessun momento della giornata fosse perduto».

 

Gli articoli dedicati all’arte in questo volume sono quattro: “Burloni metafisici” (da «Costume», 1960), “L’ozio integrale culminazione logica dell’astrattismo” (da «Costume», 1960), “Marsopileo Ganghella” (da «The Diner’s Club d’Italia», 1960) e “Bulli e astrattismo” (da «The Diner’s Club d’Italia», 1960).

 

Negli anni ho cercato di capire quali fossero gli artisti contemporanei apprezzati da Scaligero, ed in questi brevi testi troviamo delle indicazioni “umoristiche” che evidenziano autori da lui non particolarmente apprezzati, anche se idolatrati dal conformismo internazionale, di allora e di oggi.

 

Para squagliata

 

In “Burloni Metafisici” ad esempio ironizza su una immaginaria pittrice che squaglia la para di un paio di scarpe usate per schizzarla casualmente sulla tela «guar­dando altrove per non correre il rischio di incorrere in qualche segno preciso ed oggettivamente valido». E mi vengono in mente opere di “artisti” ultra celebrati eseguite proprio cosí… Sempre in questo articolo poi cita «il problema dei burloni seri, da Salvador Dalí a Fernando Porfiri, da Picasso a Zantasko, da Burri a Stropizza». Ed aggiunge che: «esistono burloni ispirati, il cui istinto burlesco è talmente forte che finisce coll’essere elemento di serietà: essi finiscono col crederci al loro scherzo. Se non prendessero sul serio se stessi – ossia ormai come burloni sub-consci – non affronterebbero il pubblico con le loro opere: che non sono opere, ma cose, ossia fatti, ma talmente cose e fatti, che veramente tutto si può dire di esse fuor che siano meta-fisiche. Perché sono fisiche: stracci, para, sabbia, ritagli dell’Eco della Stampa, annunzi mortuari e sapone marmorizzato».

 

In “L’ozio integrale culminazione logica dell’astrattismo” afferma che «le “intenzioni” saranno la forma piú astratta dell’astrattismo: questi artisti che avranno portato sino alle sue logiche conseguenze il credo astratto, si potranno chiamare “nientisti” o “nullisti”. La loro grande fatica sarà di non fare il quadro (immaginiamo ciò senza la malignità di chi vi ravviserebbe un evento da augurarsi) e di trascorrere ore e giorni a lavorare per ridurre al nulla le ultime tentazioni figurative: ore e giorni di fannullaggine creativa o di creatività nullafacente». E ci siamo arrivati da tanto tempo, visto che ad esempio nel 1958 Yves Klein alla Galleria “Iris Clert” di Parigi espose assolutamente nulla nella mostra intitolata “Le vid” (il vuoto), suscitando l’ammirazione del pubblico in adorazione.

 

In definitiva Scaligero ci fa anche capire come sia impossibile un’arte davvero “informale”, poiché la forma cacciata da una parte rientra dall’altra, come testimonia la bambina che, osservando un quadro astratto intitolato “Schizzo di fango cosmico” lo prende per “Mantecato di crema con panna”. «E per un artista astratto questo non può non essere uno smacco concreto» conclude ironicamente Scaligero, presumo con un sorriso: il sorriso degli dèi.

 

 

Carmelo Nino Trovato